Let Them Eat Chaos. L’arte di Kate Tempest

Let Them Eat Chaos. L’arte di Kate Tempest

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Kate Tempest. Let Them Eat Chaos
Un'immagine di Martin Schumann, condivisa su Wikimedia Commons con licenza CC BY-SA 4.0

“Tempest riesce a mettere insieme la tradizione poetica degli antichi, il mito e la tragedia greca, quella scespiriana e l’hip hop. Le sue performances sul palco sono elettriche: voce potente e al tempo stesso dolce, sguardo disincantato e al tempo stesso carico di pietas umana: da un estremo all’altro dunque, con un’eleganza incredibile e una cadenza impeccabile. Tempest è un’osservatrice imperdibile dei disastri psicologici ed emotivi del nostro frenetico tempo che strappa il cuore e i desideri ai più giovani e li spinge a correre, correre, correre, per raggiungere traguardi, successi, visibilità, lasciandoli spesso. nudi e disperati in bilico su una vita che non fa sconti a nessuno tantomeno a loro. Loro, i giovani, che dovrebbero essere in prima fila e invece vengono ricacciati nelle retrovie a sputare sangue e sogni. In bilico tra amore e rabbia, sentimentalismo e disincanto.”

Queste parole sono di Simona Vinci, scrittrice italiana che nel 2016 si è aggiudicata il Premio Campiello con La Prima Verità, e sono poste a introduzione de Le Buone Intenzioni, primo e finora unico romanzo di Kate Tempest edito in Italia da Frassinelli. Uno stile unico, quello dell’artista londinese classe 1985, che le ha permesso di ritagliarsi nell’ultimo decennio un ruolo di primo piano nella scena contemporanea grazie a opere teatrali (la sua piece di spoken word Brand New Ancients ha vinto il Ted Hughes Award nel 2013), poemi e raccolte di versi, due album di hip-hop visionario e apocalittico ed esibizioni live di portentosa intensità.

Una settimana fa è uscito un nuovo singolo, Firesmoke, anticipazione del prossimo disco in arrivo a giugno, e mi è venuta voglia di riscoprire tutta la produzione di Tempest a partire dal precedente Let Them Eat Chaos: un album acclamato dalla critica internazionale e accompagnato da un libro di una ventina di pagine che ne raccoglie il testo, pubblicato qui da noi da Edizioni E/O in una traduzione di Riccardo Duranti che, sebbene perda molto del fascino, della ricchezza immaginifica e della fluidità dell’originale, consente anche a chi non ha dimestichezza con la lingua dell’autrice di afferrare il valore letterario di un viaggio notturno nel cuore di tenebra della civiltà contemporanea. Ma prima, un riadattamento di Shakespeare:

“Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.”

Prima lettera di Giovanni, capitolo 4 versetto 18: è questa – insieme a un’altra di William Blake – la citazione in cima a un poema “scritto per essere letto ad alta voce”, come recita il sottotitolo. Ed è l’amore a far da collante alle sette storie di solitudine di Let Them Eat Chaos, ambientate nella Londra di oggi e in una notte in cui sette persone – che vivono vite diverse e distanti nella stessa strada – si ritrovano sveglie alle 4:18 del mattino e assistono a una tempesta che sembra poter lavare via tutto il male, l’intorpidimento delle coscienze e il disinteresse per l’altro che affossano il nostro tempo.

Il testo – un po’ come faceva lo straordinario Reality di Matteo Garrone – si apre con una specie di piano sequenza cinematografico, che dallo spazio profondo ci fa intravedere la nostra Terra azzurra (“è forse un sorriso quello che le spunta sulle labbra? / O è un fremito di terrore? / La tristezza delle madri che osservano lo svolgersi del destino dei propri figli”) per poi scendere nell’atmosfera e addentrarsi nella mappa intricata di Londra, fino ad arrivare alla strada in questione.

Gente ricca e povera; gente che ha raggiunto il successo lavorativo oppure è disoccupata oppure ancora è occupata male; persone che si affannano ognuna per i propri motivi, con un peso sul petto e un bagaglio di rimpianti, errori e dipendenze da trascinarsi dietro: una rappresentazione plastica ed efficace di un mondo in cui tutti sembrano vivere in una notte eterna, in cui “andiamo in giro tutto il giorno ma non riusciamo ad andare avanti”.

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“Cosa devo fare per svegliarmi?” è la domanda che indistintamente si pongono Jemma, Esther, Alicia, Pete, Bradley, Pia e Zoe, ciascuno declinandola secondo la propria situazione e la propria sensibilità: proprio il genere di soggetti di cui Tempest ha bisogno per dipingere un grande affresco drammatico del mondo occidentale post-crisi, con tutte le tematiche – economiche e politiche, ambientali e sociali – che ne derivano.

Bradley, per esempio, è uno di quei personaggi che ci si aspetterebbe di incontrare in qualche tv drama britannico: giovane e di successo, vive un sogno di cui non sembra più riconoscere lo scopo e la notte non riesce a dormire – fa la bella vita, ma “la vita è solo una cosa che fa”; Pete allestisce palchi, ogni volta si ubriaca spendendo più di quello che ha guadagnato e si sveglia sempre vicino a una persona diversa sperando di poter dire “mi sono divertito”.

Pia non riesce a dimenticare la sua ragazza, nonostante la teoria infinita di nuovi incontri con cui cerca di cacciar via la solitudine mentre incolpa se stessa di tutto (“non ama. / Divora e basta”); Esther invece è una badante e ogni notte si ritrova a pensare al mondo in rovina che lasceremo ai nostri figli: non riesce a toglierselo dalla testa, non riesce a sopportare l’indifferenza, ma – si sa – “i guastafeste non piacciono a nessuno”.

“L’Europa è perduta
L’America è perduta
Londra è perduta
Eppure rivendichiamo a gran voce la vittoria.
Tutto ciò che è privo di senso impera
E non abbiamo imparato niente dalla storia.”

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Sono le 4:18 quando la tempesta esplode con una violenza inaudita e i nostri sette scendono per strada: chissà quante volte si sono visti, in quella strada, ma è come se si incontrassero davvero per la prima volta e prendessero coscienza di essere vivi e uniti, che nessuno è un’isola. Finalmente riescono ad avvicinarsi, a essere umanità piuttosto che singoli, ed è questo il momento in cui Tempest, che nel testo e nel disco è voce narrante onnisciente, può portare il discorso là dove ha sempre voluto: una sorta di supplica a tutti gli abitanti di questa terra ad aprirsi, a scendere per strada, a stare vicini.

“La fiducia, la fiducia è qualcosa che non vedremo mai
finché l’amore non sarà incondizionato
il mito dell’individuo ci ha lasciati scollegati, smarriti, in uno stato pietoso
me ne sto sotto la pioggia
in una fredda notte londinese
urlando ai miei cari di svegliarsi e amare di più
scongiurando i miei cari di svegliarsi e amare di più”

Anche su carta la trasposizione del testo letterario Let Them Eat Chaos resta efficacissima, ma è con l’ascolto dell’album omonimo che l’opera si manifesta in tutta la sua potenza evocativa. Alla storia di ciascun personaggio è dedicata una traccia e l’atmosfera da tregenda degli eventi e dei pensieri viene esaltata dal flow ipnotico e invasato di Tempest e dalle basi hip hop notturne e slogate, fatte quasi solo di basso, batteria ed elettronica povera. Provate ad ascoltarlo così, con le cuffie e il testo davanti; vi sembrerà di guardare un film, e invece no: è proprio il nostro mondo, senza finzioni.

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Titolo | Let Them Eat Chaos
Artista | Kate Tempest
Durata | 47’
Etichetta | Kate Calvert

Nota: questo articolo è uscito originariamente su BiblioMediaBlog.
Lo trovate qui, condiviso con licenza Creative Commons BY-SA 4.0




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