Di tenorsax e rivoluzioni temporali

Lo sfrigolante stato d’animo che si prova sull’orlo di un debutto importante, naturalmente affrontato con una certa eleganza e una debordante energia.
Giants Steps (1960) è un album ideato ed eseguito per stupire: ne fanno parte i sette pezzi con cui John Coltrane si presentò alla casa discografica Atlantic dopo le collaborazioni con Miles Davis e Monk. Le pietre angolari del jazz, il canto del diavolo e la musica nera.
Premessa di un lavoro impressionante e vulcanico, il titolo dell’album ha un significato tecnico e concettuale. Sono passi da gigante i virtuosismi del tenorsax di Coltrane necessari per eseguire Cousin Mary e Countdown, ma la preziosità di questo album non è solo la perfezione esecutiva (e vorrei riuscire a descrivere il senso di commozione suscitato da qualcosa di “perfetto”, senza cadere in termini dati a saldo come dolci stantii in una vetrina annoiata).

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L’atmosfera in cui Giant Steps lascia scivolare chi lo ascolta è unità espressiva a colori raffinati. La ricercatezza esecutiva tipica di Coltrane, quella che aveva convinto Davis, cala l’ascoltatore in uno stato d’animo sofisticato con sapore intenso e totalizzante dato dalla realizzazione eccezionale di qualcosa. Una realizzazione cinetica e frenetica.
Qualcosa di caldo, grande, elegante, avvolgente e fantastico che sbatte a livello di papille gustative.

Il sax è così.

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La title-track, il primo pezzo, è trascinato da un nervosismo che vuole impressionare, in un accordo fluido tra sax e piano. L’ideazione della traccia partì, per Coltrane, da un complicato esercizio per virtuosi, da qui il salto verso l’introduzione del jazz modale che vede questo album come primo esempio, è frenetico e brevissimo.
Tutto l’album è concettualmente pensato per lasciare chi ascolta e chi guarda in un attonito silenzio, attraverso il dinamismo e l’espressione degli stati d’animo più accesi e sofisticati. C’è un’entropica energia imbrigliata in un equilibrio impeccabile –Spiral, Mr P.C.-, concettualmente strutturata a partire dalla fusione armonica data dalla collaborazione dei due gruppi di artisti che presero parte alle sessions per la registrazione dell’album.

Free Jazz e Hard Bop per palati sopraffini e svezzati, ma anche comunicazione di una certa frenesia personale e della corsa al successo col suo carico di cicatrici.
Le tracce sono state registrate con l’accompagnamento di due diversi gruppi di artisti, di uno dei quali (Tommy Flanagan al piano, Art Taylor alla batteria e Paul Chambers al contrabbasso) fanno parte i membri di quel “A Kind of Blue” che ha rappresentato l’evoluzione concettuale del jazz. Stiamo parlando di una reinterpretazione bergsoniana del tempo, rivista come dimensione libera dell’improvvisazione condotta grazie ad impercettibili segnali (ormoni e segnali chimici e vibrazioni) negli assolo degli artisti.
Storia breve dell’entusiasmo che si fonde alla tecnica, del calore entropico che si mescola alla razionalizzazione del talento.

Autore: John Coltran

Etichetta: Atlantic Records

Anno: 1960

Durata: 37 minuti

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