Il vento e il leone: per la rovina e per la fine...

Il vento e il leone: per la rovina e per la fine del mondo!

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Regia: John Milius | Anno: 1975 | Durata: 119 minuti

Il vento e il leone, John Milius

Interno giorno: Renè Ferretti siede con i tre sceneggiatori al tavolino di un bar.

Sceneggiatore 1: Quindi, Renè, vuoi fare un film sul rapimento di Silvia Romano. Le soluzioni per fare questo film sono due: o fai l’impepata de cozze (un film allusivo e metaforico da spacciare come storia universale, n.d.r.), oppure fai il film alla Michael Moore, e te de Michael Moore nun c’hai nien*SBAM*

La porta del bar si spalanca: entra un omaccione barbuto con lenti fumé, sigaro tra i denti e una Mauser P38 nella fondina.

Omaccione barbuto: Salve Renè, sono John Milius. Pillola rossa: fai il film che ti propongono questi miserabili. Pillola blu: vieni con me negli anni ’70.

Renè ingoia la pillola blu.

Esterno giorno, John Milius, gli anni ’70

Seriamente, immaginiamo di fare un film sul rapimento di Silvia Romano.

Prima domanda: da che punto di vista lo faremmo?

Beh è facile. Se fossimo americani lo faremmo dal punto di vista del capo dei servizi segreti che ha condotto la trattativa, noi italiani da quello dei genitori. In ogni caso, nessuno si cimenterebbe nell’affrontare la storia dal punto di vista dei rapitori: la loro personalità emergerebbe infatti solo “filtrata” dagli occhi di una persona a noi più prossima.

Seconda domanda: come dipingeremmo i rapitori?

Di nuovo abbiamo due scelte. O ne faremmo dei mostri bidimensionali da tenere sullo sfondo, o dei poveri diavoli vittime della società ma comunque colpevoli di azioni immorali (è il trattamento Captain Philips). Si insomma, potremmo persino far trasparire il messaggio che la responsabilità di quella realtà sociale che spinge gli uomini ad azioni spietate sia di noi occidentali, ma di certo non faremmo un film di autodenuncia. Noi avremo pure sbagliato ma anche loro, e che diamine, un po’ di buone maniere.

Va da sé che nessun attore “big” presterebbe il suo volto ad uno dei rapitori. Sceglieremmo qualcuno di sconosciuto, magari addirittura nato e cresciuto in quei posti; un po’ per evitare facili accuse di white-washing che signora mia, di questi tempi, ma soprattutto per non avere nessuno con un potere contrattuale tale da creare problemi in fase di scrittura (immaginatevi Will Smith nel ruolo di capo di Boko-Haram! Come minimo la farebbe diventare un’associazione umanitaria).

Ecco, film da anni ’20 fatto. Magari ci becchiamo pure un paio di nomination agli Oscar se lo piazziamo bene in stagione.

So’ bravi tutti così

Bene, ora cancellate quanto abbiamo fatto fino ad ora e prendete una delle star (bianche) più celebri di Hollywood, mettetela nel ruolo di un nobile brigante che rapisce donne e bambini non perché costretto ma perché è giusto farlo, e rendetela protagonista di un rocambolesco action movie, tutto epica, battaglie e amori al tramonto, con scenografie e costumi che paiono usciti freschi freschi da un dipinto di Jean-Léon Gérôme.

Vedrete che un paio di candidature le becchiamo lo stesso. Perché sono gli anni ’70 babes, e tutto ciò non solo è possibile ma anche auspicabile, specie se lo sceneggiatore e regista sono la stessa persona, e questa persona risponde al nome di John Milius!

John Milius! Ve ne ho parlato brevemente qui, ma, davvero, non mi stancherò mai di far presente quanto buona parte dell’immaginario collettivo di quel periodo si basi sul suo lavoro: mentre Scorsese era ancora un Signor Nessuno, lui già aveva reinventato il western (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!) e il poliziesco (Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan); mentre Spielberg giocava ai trenini con Indiana Jones, lui scriveva Apocalypse Now.

Non è un caso comunque che non abbia reinventato anche la commedia. Il suo carattere belligerante, infatti, oggigiorno ce lo farebbe mettere due gradini sopra Clint Eastwood e uno sotto Mel Gibson nella lista delle personalità troppo rilevanti per poter essere ignorate, ma troppo reazionarie per essere davvero benvolute.

Na Il vento e il leone, con un occhio rivolto a David Lean e l’altro a Sam Peckinpah, Milius andò a ripescare un evento tutto sommato abbastanza sconosciuto della storia americana ma fondamentale a livello geopolitico. “L’incidente Perdicaris” viene da molti considerato uno dei uno dei primissimi tentativi americani di esportazione di democrazia™, certamente fu la prima volta che l’America interferì con la geopolitica del vecchio continente. La vicenda presenta varie similitudini con eventi, ahinoi, fin troppo familiari: un governo locale debole, un’America che aveva bisogno di trovare (oggi di riconfermare) il suo posto nel mondo, un signore della guerra musulmano dotato di una certa flessibilità morale, un rapimento, un’escalation militare, la presenza di un disegno più grande.

Aiuto, un terrorista che pare un principe azzurro! Sono confuso!

Centro nevralgico del film, astro attorno a cui ruota tutta la baracca, è Sean Connery nel ruolo del capo berbero Mulay Ahmad al-Raysuli che ordisce il rapimento della signora Perdicaris (un signore, nella realtà). Sean Connery? Un capo berbero? Esatto signori; al diavolo l’accuratezza fisionomica e le accuse di appropriazione culturale quando si deve raccontare una Storia!

Esistono due tipi di attori: quelli che si calano nella parte e quelli che calano la parte in sé stessi. I primi si adattano, mutano, giocano con i personaggi e vengono conosciuti come “interpreti” (Cate Blanchett, Tom Hanks, Meryl Streep); i secondi invece, gioia dei grandi sceneggiatori e terrore dei registi mediocri, trasformano il ruolo e lo adattano a sé stessi, riempendolo del proprio carattere. I loro ruoli, spesso disparatissimi, hanno tutti come minimo comun denominatore la personalità dell’attore. Li chiamiamo “caratteristi”. Un esempio? Christopher Lee, re assoluto della categoria, ha sempre continuato ad interpretare il Conte Dracula: sia che recitasse come dentista in un film di Burton o che fosse un Jedi rinnegato, tutti i suoi personaggi avevano la gravitas di chi si aggira per un maniero della Transilvania.

Ecco, Sean Connery, con quella s biascicata, gli occhi come tizzoni d’inferno e il ghigno sardonico di chi ti fotte e poi ti salva la vita, ricade senza dubbio in questo gruppo. Milius non lo scelse certo per la sua capacità di risultare un berbero credibile – Connery non fa nemmeno finta di voler perdere l’accento scozzese – ma per far sì che quel personaggio risplendesse del suo atteggiamento, nella fattispecie quello del professore del liceo burbero che poi un giorno, a 40 anni, ti volgi al passato e realizzi quanto t’abbia cambiato la vita e fatto diventare un Uomo. Ecco cos’era Sean Connery.

Gli anni ’70 e ’80 furono un periodo di transizione quando non proprio di smarrimento per l’attore albionico che, stanco del successo datogli da 007 ma ancora lontano da quella consacrazione ottenuta poi con l’Oscar, si dedicò a film “minori”, molti dei quali sconosciuti ai giorni nostri ed altri ricordati più con imbarazzo che con orgoglio (non sempre a torto, va detto). Quel che è certo è che Sean rimase talmente impressionato dal lavoro (e dalla persona) di Milius che quando 15 anni dopo venne scritturato come coprotagonista per Caccia a Ottobre Rosso chiese, o meglio pretese (a proposito dello star power di certi attori), che Milius riscrivesse le parti di sceneggiatura che lo riguardavano. Con grande disagio dei produttori, tra l’altro.

Comunque non vuole essere un documentario

La figura di Raysuli presenta svariate analogie con quella dell’ultimo Capo apache Geronimo (personaggio ripreso poi da Milius in un film successivo) e naturalmente l’intero suo popolo sarebbe sostituibile con una qualsiasi delle tribù indiane che combatterono gli yankee pochi anni prima. Negli anni ’70, infatti, erano i russi i nemici pubblici numeri uno e gli arabi, lontani e relativamente innocui, avevano ancora il ruolo di esotici selvaggi, più simili ai pellerossa che non agli ottomani espansionistici che ci piace immaginare oggigiorno.

Ma, appunto, quelli erano anche gli anni della guerra del Vietnam. E Milius, sebbene profondamente militarista, fu sempre contrario a quel conflitto specifico (di nuovo, fu lo sceneggiatore di Apocalypse Now, forse ne avrete sentito parlare). Molte delle parole di Roosevelt sembrano quindi un mea culpa per gli orrori della guerra moderna, laddove invece gli atteggiamenti del Raysuli una giustificazione, quando non proprio un plauso, alla azioni dei vietcong che così fieramente rispondevano ai bombardamenti al napalm. 
Milius di certo aveva un’idea romantica della guerra, considerata come l’occasione massima per poter sfoggiare il proprio valore, compiendo gesta folli e spettacolari come quella carica su per la collina di San Juan che, anni prima, avevano lanciato Roosevelt e i suoi Rough Riders. Per lui la guerra doveva essere uno scontro tra orsi, non un banchetto di avvoltoi come la guerra automatizzata verso cui si stava così rapidamente andando. In questo senso Roosevelt rappresenta l’America che Milius avrebbe voluto, non quella che stava diventando.

Proprio questo distacco tra idea e realtà porta Roosevelt – forse il presidente più benvoluto della storia americana e certamente una figura totemica nella filosofia miliusiana – ad essere rappresentato qui in maniera quasi caricaturale. Per la maggior parte del film, il Presidente pare fuori posto, reagisce infantilmente davanti ai doveri qutoridiani (a vederlo oggi, emerge più di un’analogia con l’atteggiamento capriccioso di Trump), e, sebbene temuto da tutti, emerge più l’imbarazzo che l’affetto quando a parlare sono i suoi più stretti collaboratori.

Uno dei simboli degli Stati Uniti d’America. In primo piano, invece, il presidente Roosevelt

Una volta, una ragazza a cui feci vedere questo film (si, è questo il genere di film che propongo alle serate romantiche) lo bollò dicendo “pare un film che trasmettono in seconda serata su La7”. E aveva ragione: Il vento e il leone, uno dei primi film anche diretti da Milius, alterna sequenze comiche quando non addirittura ridicole – che non sempre paiono volute – ad altre di grandiosa epicità, una colonna sonora candidata all’Oscar da una parte e i limiti, quanto meno fenotipici, degli attori dall’altra.

Il film vuole riprendere l’epica dei grandi film in costume degli anni passati (Lawrence d’Arabia sopra tutti) ma anche porsi come un western dai toni Leoniani, con al centro temi quali il crepuscolarismo incalzante, le leggende di ieri che cedono il passo ai mostri del domani, e un generale senso di fine imminente. Roosevelt e Raysuli sono due dinosauri che si ruggiscono contro mentre il mondo va avanti: loro tirano di scherma, sognano beau geste, cavalleria, in un’epoca dove la puzza di petrolio e di guerra mondiale è già nell’aria.

E poi, vogliamo parlare di quell’ultima inquadratura? Di quell’ultima battuta?

Di quell’ultima risata?

Quadri crepuscolari

Interno notte: Renè Ferretti si sveglia sudato nel suo letto, afferra il telefono e compone un numero.

Ferretti: Pronto, Stanis? Te devo parla’.

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