Il Lazzaretto di Verona riportato in luce dal FAI

Il Lazzaretto di Verona riportato in luce dal FAI

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Quando valorizzare significa trasformare il passato in futuro

Photo Credit: GiaretArt

C’è questo posto alle porte di Verona che la prima volta che ci sono stata quasi non ci credevo. È immerso nella natura, uno spazio verde a due passi dalla città, ma nascosto in un’ansa della riva destra del fiume Adige, quasi fosse troppo timido per farsi vedere. Eppure c’è ed è talmente bello e intriso di storia che persino il FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano, ha deciso di occuparsene e prendersene cura. Stiamo parlando del complesso monumentale del Lazzaretto, un Luogo del Cuore che ho conosciuto per la prima volta nel 2012 in occasione della 20° giornata FAI di Primavera alla quale partecipai come volontaria grazie all’entusiasmo di una docente dell’università di Verona alla quale ero iscritta. A distanza di tre anni, quasi per caso, ho potuto vedere quanto quel luogo è cambiato ed è con un respiro di sollievo (e un impensabile ottimismo!) che vi voglio raccontare di questo posto così speciale e di come l’amore per l’arte e la cultura lo stanno rivalorizzando e trasformando.

Nel marzo del 2012, quando mi portarono a vedere il Lazzaretto di Verona (o quel che ne restava) mi ritrovai in mezzo alle sterpaglie, letteralmente. Stava per arrivare la primavera ma ancora faceva molto freddo e intorno a noi vedevo solo degrado, una zona abbandonata a se stessa dove la natura selvaggia aveva ormai completamente nascosto ogni traccia di storia, eccezion fatta per il piccolo tempietto al centro del complesso. Costruito tra il 1549 e il 1628 su progetto dell’architetto Michele Sanmicheli, il Lazzaretto di Verona nacque come struttura di accoglienza per malati contagiosi: nel pieno della sua funzione poteva ospitare i degenti in quattro settori che contavano complessivamente 152 celle munite di servizi igienici e caminetti e collegate fra loro da un porticato. Erano i tristemente famosi anni della peste, la stessa descritta da Alessandro Manzoni ne’ I Promessi Sposi, e anche Verona, in quei decenni, stava soffrendo e perdendo cittadini a causa dell’epidemia. Era necessaria, quindi, una località isolata ma allo stesso tempo facile da raggiungere e, possibilmente, vicina a un corso d’acqua che potesse portar via, fuori dalla città, tutto ciò che veniva fisicamente a contatto con la pestilenza (bende e vestiti). Non è un caso, pertanto, la posizione del complesso monumentale del Lazzaretto di Verona che a distanza di tempo non viene più considerato un monumento bensì un pezzo di storia veronese che racconta di come una città lottò contro uno dei morbi più terribili della storia dell’umanità. Ma cosa accadde poi a questo complesso?

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Nel Settecento il Lazzaretto terminò la sua funzione di accoglienza e diventò, col tempo, un deposito di armi e munizioni a cielo aperto. Furono le truppe naziste  a utilizzarlo per ultimo e furono le loro armi, nel 1945, a esplodere in un incidente e a distruggere, quasi completamente, l’intera struttura. Una perdita importante in un’area, nell’ansa della riva destra del fiume Adige, di straordinaria importanza paesaggistica e naturalistica, praticamente unica nel suo genere. Un polmone verde vicino al centro della città di Verona che molti cittadini hanno dimostrato di voler rivalorizzare per poterla vivere quotidianamente magari in una giornata di sole, quando sale la voglia di uscire in bicicletta e raggiungere uno spazio verde lontano dalle automobili.  Tutto ciò, fortunatamente, sarà possibile e sarà merito proprio del Fondo per l’Ambiente italiano.

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Photo Credit; GiaretArt

È dal 3 ottobre 2014, infatti, che il FAI si sta impegnando nella bonifica e riqualificazione dell’intera zona. Il progetto, poi, è di riuscire in diciotto anni a gestire e valorizzare questa storica area veronese, non solo ricostruendo parte del complesso monumentale ma creando un’area di benessere per la città intervenendo, perciò, anche sul terreno adiacente, inserito in un piano di sviluppo turistico a vocazione naturalistica e sportiva.

Sono passati diversi anni dalla prima volta che vidi quella zona, da quando i ruderi sembravano palpitare da sotto le sterpaglie, quasi volessero farsi notare per dire che avevano ancora tante storie da raccontare. Oggi, l’intera zona è stata bonificata, il FAI ha portato alle luce le antiche rovine del lavoro dell’architetto Michele Sanmicheli , un cambiamento incredibile che ha voluto anche raccontare quell’estranea alla storia dell’arte che è la tv (e che potete vedere qui). Sapere  di aver fatto parte, anche solo minimamente, a questo progetto mi ha solleticato le corde del buon umore, mi ha fatto pensare che anche le cose belle possono succedere e che le storie, quelle con valori storici e radici profonde, possono ancora essere tramandate. Vi dirò che mi sento già molto più leggera.

 




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