Il Franjevacki Samostan di Baĉ | Monasteri, Madonne, templari, frati e moschee...

Il Franjevacki Samostan di Baĉ | Monasteri, Madonne, templari, frati e moschee nella profonda provincia serba

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Due, tre uomini che disfano un muretto lanciando pietre qua e là. Nessun ordine sembra guidare i loro movimenti e le pietre si schiantano a qualche metro dal luogo del lancio. Un gatto li guarda pigro, loro sorridono allo straniero e continuano nell’onerosa occupazione. Poco più in là un vecchio è chino per terra. Piegato sulle ginocchia, sudato sta spazzolando con un piccolo arnese un torace, che spicca bianco tra la polvere.

No, non avete cominciato un romanzetto dell’orrore. Benvenuti nel Franjevacki Samostan di Baĉ. Un solitario monastero francescano nella capitale della Baĉka, nella provincia autonoma della Vojvodina, in Serbia.

Monastero con torre impacchettata al momento della nostra visita. Ehm.

A Baĉ è difficile capitarci intenzionalmente. Questo comune al confine con la Croazia non è ancora e forse non sarà mai una meta turistica. Questo al viaggiatore dell’Europa occidentale può far piacere. Al sindaco, ai gestori dei pochi alberghi e ai ragazzi che hanno voglia di parlare inglese un po’ meno. Per questo sono tre giorni che cercano di farci vedere ogni angolo di questo loro posto nel mondo con gli occhi che brillano e la mano pesante nel versare Rakija.

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Prima di cominciare a raccontarvi di uno dei motivi che da solo dovrebbe bastare a convincervi a passare da qui, voglio rassicurarvi: gli uomini che lanciano pietre hanno sorriso quando ho chiesto: «Archaeologists?».

Alla porta del monastero c’è padre Josip che aspetta dietro la sua graziella scassata. Nel cestino di plastica due piccole zucche, che ha appena comprato al mercato. Pantaloni blu con una toppa con su scritto Petrol, mani arrossate dal freddo e: « Dobrodosao, Benvenuti».

Padre Josip (chiaro, no?)

In mezzo al sagrato, dietro al cartello che certifica un restauro finanziato dall’ UE, padre Josip comincia a raccontare. Il francescano è chiaramente intenzionato a non perdere la ghiotta occasione di mostrare le sue conoscenze linguistiche. D’ora in poi ogni cosa sarà ripetuta in due lingue: jugoslavo di Tito, lingua franca e comprensibile in buona parte dei Balcani, e italiano.

«Cominciamo».

Percorriamo un lungo chiostro tutto intonacato di bianco. Alle pareti ci sono varie immagini sacre e, accanto a queste, gli strumenti di lavoro che servono per curare le poche piante. Dopo poco padre Josip si ferma e indica una tavola di legno incorniciata di nero con la raffigurazione di Maria e del Piccolo Gesù: «Questa Madonna di Re, Santuario vicino Torino». Stando a un rapido calcolo quella Madonna di montagna deve aver percorso circa 1200 km per arrivare dalla Val Vigezzo a Baĉ e lì, stretta nel suo mantello blu stellato, sembra volerti ricordare quanto è piccolo il mondo per chi viaggia.

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Ancora qualche metro e il nostro anfitrione si ferma di nuovo. «Deve sapere che questa chiesa era dei Templari». Gli sguardi del gruppo diventano di colpo molto più curiosi. «Qui cavalieri si sono fermati lungo via verso Gerusalemme». Padre Josip indica uno scudo bianco con una croce rossa e il tempo si ferma. Ognuno insegue il suo personale monaco guerriero sulla strada verso la Terra Santa. Un rumore metallico ci fa tremare. Le mani cercano istintivamente l’elsa della spada, ma trovano alla meglio un mazzo di chiavi.

Qualcuno, in preda alle proprie fantasie, ha fatto cadere un candelabro.

Viene intimato il silenzio, si entra in chiesa. Serpeggia un po’ di delusione, la chiesa è un piccolo ambiente affollato di quadretti che non sono proprio dei capolavori. Padre Josip declama le qualità di un organo sullo sfondo, a nessuno frega molto. Ma basta un po’ di tempo nei Balcani per capire che le cose acquistano un senso per la storia che si portano dietro. Ogni modesto, squallido edificio è intriso della storia di chi ci è passato. E qui a Baĉ, capitale della Baĉka, nella provincia autonoma della Vojvodina, in Serbia c’è passata tanta gente.

Squisito (…) interno del monastero.

 

«Qui, preghiera rivolta verso la Mecca». Una piccola nicchia, Miḥrāb, rivela che qui c’era una moschea. Anche i Turchi che muovevano verso Vienna hanno lasciato a Padre Josip un segno da custodire prima di essere respinti alla fine del XVII secolo. Lui, sorridente, si gode le nostre facce. Ora, dice, ci porterà a vedere i teschi. E, chi scrive, pensa sia giusto che sia la sua voce a farveli scoprire.

Per quanto mi riguarda resto con padre Josip a chiacchierare ancora un po’. Gli chiedo della biblioteca, gli spiego bene dov’è Re, mi faccio raccontare della sua vita, gli allungo qualche Dinaro per i fedeli e mi convinco che questo francescano segaligno è davvero l’uomo giusto per capire meglio quale infinita mescolanza di culture è l’Europa.

Tommaso Furio Clerici

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