Gazpacho sull’orlo di una crisi di nervi

Gazpacho sull’orlo di una crisi di nervi

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donne sull'orlo di una crisi di nerviSoy infeliz si lagna una voce di donna. Soy infeliz, però intanto volteggiamo tra le pagine di un rotocalco technicolor in stile anni ‘60.  Così comincia il film che ha consacrato Pedro Almodòvar al successo. Soy infeliz si porque tu no me quieres, piensas que yo he de morir. Però intanto scorrono gambe, occhi, mani smaltate di un rosso perfetto, nomi. Carmen Maura, Antonio Banderas, Julieta Serrano, Rossy de Palma. C’è la Spagna al completo in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. E siamo solo al primo minuto. C’è la Spagna del cinema che è figlio di Buñel, c’è la Spagna del 1988 dell’ottimismo dopo Franco, c’è Madrid e ci sono i suoi taxi, i suoi tetti, le sue calles. C’è la notte e c’è l’insonnia. E soprattutto, c’è il telefono.

Ora sì che davvero ci siamo, ora sì che inizia per davvero questa storia d’infelicità al femminile. Il telefono laccato rosso come le sue unghie perfette informa Pepa (Carmen Maura) che il suo amante Ivàn l’ha lasciata e sta partendo, insomma cara mi serve la valigia che è da te. Soy infeliz tanto oscuro poi non è.gazpacho pepa

Pepa fa la doppiatrice cinematografica: scene d’amore -inutile dirlo, infelice- e pubblicità di detergenti che smacchiano persino il sangue di un omicidio -le coscienze no, non sono macchiate. “Lei è la madre dell’assassino! Oh io la adoro”. Pepa, insomma, è un volto noto. Anzi, più che un volto, una voce. E le servirà molto quella voce, perché in questo film si parla tanto, troppo. In questo film, c’è la Spagna che telefona. Almodovar ha lavorato per dieci anni nella telefònica, la compagnia nazionale di telecomunicazioni e senza mezze misure ce lo dice: lui il telefono lo odia.

Soy infeliz perché aspetto due giorni e due notti che il telefono squilli. E a squillare squilla, però non è mai lui. Suona pure il citofono, il campanello, il giradischi, il notiziario alla tv. C’è la Spagna della movida che fa un gran casino e non sta ferma un attimo. Pepa corre da una parte all’altra di Madrid in un taxi leopardato (sempre lui!) in cerca del suo amore infelice. Pensa parta con la moglie e invece no. Scoprirà che oltre lei c’è un’altra amante. E c’è un figlio, anzi due. Uno è dentro di lei, ma lui ancora non lo sa, è solo scritto sulle analisi. L’altro invece è in casa sua. Si chiama Carlos ed è lì con la sua fidanzata Marisa per vedere l’appartamento di Pepa e prenderlo in affitto. Ma lì, proprio in quell’appartamento, c’è anche Candela, l’amica di Pepa innamorata di un terrorista sciita e per questo ricercata dalla polizia. Ci sarà anche la polizia, e la moglie squilibrata di Ivàn e un tecnico del telefono. Ci saranno tutti loro, quando il film sarà al culmine, quando saranno tutti “sull’orlo di una crisi di nervi”. Ma per fortuna c’è pure il gazpacho.

gazpacho e banderas
Banderas e il gazpacho, evidentemente molto prima che parlasse con le galline

“Pomodori, un po’ di cetriolo, peperoni, cipolla, una puntina d’aglio e poi olio, sale e aceto, pane secco e acqua”. E barbiturici. “Il segreto è tutto nelle dosi”. Tutti bevono il gazpacho di Pepa che piaceva tanto a Ivàn e tutti crollano in un sonno profondissimo. Tutti, tranne Pepa e Marisa, pazza e armata, che vuole a tutti i costi uccidere il marito per poter finalmente riposare nella pace della ragione. Ma ancora non è tempo e, arrivate finalmente entrambe davanti al loro Ivàn pronto a salire su un volo per Stoccolma, Pepa si rende conto che oramai non le interessa più niente. Niente di lui. Niente di tutta quell’infelicità. Solo, forse, pensa a quel suo delizioso gazpacho. Rosso. Fresco. Sparso a terra nel suo appartamento come sangue in mezzo ai vetri dei bicchieri.

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Gazpacho di Pepa, ma senza barbiturici

gazpacho

Las calles di Madrid si svuotano d’estate. Le temperature superano i 40 gradi e la siesta non basta a riposare. Più a sud, in Andalusia, la situazione è ancora peggiore. Le stradine bianche di Siviglia o quelle lucide di Cordova e Granada sono roventi. Non c’è pace, non c’è tregua da quel caldo. Tranne quando si sorseggia un buon gazpacho da una coppa, il vetro gelato tra le mani.

Zuppa fredda poverissima e ormai famosa in tutto il mondo, il gazpacho andaluz è il cugino iberico della nostra panzanella o acquasala o frisa che dir si voglia. Pane, pomodoro, olio giovane, e quello che offre l’orto. El secreto -come dice Pepa- està en la mezcla.

 

Ingredienti:

  • 1 kg di pomodori ramati maturireceta
  • ½ cetriolo
  • 1 peperone rosso
  • ½ cipolla bianca
  • 1 spicchio d’aglio fresco
  • Pane raffermo senza crosta
  • Olio evo giovane
  • Sale
  • Aceto di vino bianco

 

Premetto: io lo preparo di notte. Tanto ormai sono rassegnata, da luglio a settembre non dormo. Almeno, faccio qualcosa di utile frullando litri e litri di vitaminico e salutare calmante al pomodoro. Altro che sonniferi!

Per prima cosa, tagliate a pezzi il pane raffermo e mettetelo a spugnare in acqua fredda con un po’ di aceto. Intanto tagliate a pezzettoni i pomodori, il peperone, il cetriolo, la cipolla e lo spicchio d’aglio (a cui va tolta l’anima, altrimenti potrete fare gli ammazza vampiri per un bel po’). Mettete tutte le verdure insieme nel mixer (che sia potente, anzi potentissimo, con le lame da ninja sennò rimarranno pezzettini informi). A questo punto, passatelo in un colino a maglia stretta in modo da eliminare semini o pezzetti di buccia dei pomodori. Rimettetelo nel frullatore stavolta insieme al pane strizzato e salate. Man mano che frullate aggiungete olio a filo (ce ne va una grande quantità), un po’ d’aceto e un pochino d’acqua gelata. Ottenuta una consistenza cremosa piuttosto liquida e un giusto equilibrio di sapori (che è la cosa più difficile) lasciatelo a riposare in frigo per alcune ore.

Il giorno dopo, quando il caldo sarà davvero intollerabile e i vostri nervi saranno a pezzi al punto da avere le allucinazioni sonore, ricordatevi di lui. Il gazpacho. Il salvatore di tutti noi con pressione bassa, sogni scandinavi e spesso, amori infelici.

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