Consigli sul cinema indiano, per stupire gli amici

Consigli sul cinema indiano, per stupire gli amici

Non è tutto Bollywood quel che balla

Così de botto

Nel caso i più distratti non se ne fossero accorti, persi fra una puntata di Stranger Things e l’altra, Netflix e Prime hanno iniziato a rilasciare una serie di film provenienti dall’India. Non solo, ma attualmente su Netflix è possibile trovare RRR di S. S. Rajamouli, che è il film più costoso mai realizzato in India, il più diffuso a livello mondiale (cioè, pure Netflix, per dire) e sostanzialmente una bomba di epicità.

Ci sembrava giusto, dunque, dare qualche informazione sul cinema indiano e qualche consiglio di visione, per occupare le lunghe serate invernali (pure i film, in media, sono lunghi) e per fare i saputelli coi vostri amici che pensano che il cinema indiano sia tutto balli e elefanti. Cominciamo con le basi:

1- Bollywood NON è sinonimo di cinema indiano. Bollywood è solo l’industria cinematografica che risiede a Bombay (Bombay + Hollywood = Bollywood; i più intelligenti direbbero che è un portmanteau) e sostanzialmente è l’industria cinematografica che produce film in lingua Hindi. Ora, in India si parlano una dozzina almeno di lingue diverse. Le lingue maggiormente parlate hanno la loro industria cinematografica, quindi in India esistono moltissime industrie cinematografiche (e producono una valangata di film).

PRESENTATION!
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Bollywood è la più nota all’estero e la più importante per budget e produzioni, anche se recentemente è stata superata dall’industria in lingua Telugu (Wikipedia dice che si parla nell’area sud-orientale), che si fa chiamare *rullo di tandoori per l’originalità* Tollywood. Ma ne esistono molte altre, come quella in lingua Malayalam che fa film più di nicchia (che poi boh, cioè sono un miliardo, come valutiamo il cinema d’essai?). Posso dirlo? Fanno i film indie. Indie, capito? È un gioco di parole!

In generale, Bollywood è quella più affermata, soprattutto negli ultimi anni. È specializzata in commedie romantiche e film d’azione (pazzeski) e risente, però, anche del fatto di essere ormai una industria affermata: come Hollywood ormai da decenni, anche Bollywood sta iniziando a mostrare segni di rallentamento, di unificazione verso un manierismo che rende tutto sicuro (gli incassi), ma lascia molto poco spazio alle idee. Al contrario, Tollywood è ancora mattissima e piena di idee. L’industria Telugu è specializzata in film storici e nazionalistici, anche se per “storici” non intende necessariamente che si rifanno a eventi accaduti, ma semplicemente vogliono glorificare la nazione indiana e la sua cultura. Sono film nazionalisti; non necessariamente di propaganda, ma nazionalisti. A noi occidentali importa fino a un certo punto, ma ogni tanto questo ipernazionalismo si avverte davvero come fastidioso, fra una esplosione e una mattata.

Ah, nota a latere: molti film vengono poi ridoppiati in hindi, quindi magari da noi si trova la versione hindi di un film di Tollywood e così via.

manierismo, ma fatto bene

2- Ballano. Ok, va bene, vogliamo passare sopra a questa cosa? Davvero, se in un film fanno 5 minuti di balletto, peraltro coreografato in maniera incredibile, questo non va in alcuna maniera a ledere la nostra mascolinità o a ridimensionare la bellezza di un film. Ve lo giuro. Non serve davvero raccontare alla vostra analista quanto è bravo Tiger Shroff a ballare a petto nudo. Ballano, ok? Basta, finiamola con ‘sta storia! Volendo potete anche skippare i 3 minuti di balletto, perché non aggiungono nulla alla storia narrata nel film, ma servono a sottolineare (come anche le canzoni e le musiche) alcuni aspetti emotivi dei protagonisti – che sia l’innamoramento, l’amicizia oppure la rivalità. Come faceva, in pratica, il coro greco. Ma vi assicuro che coreografie così non le vedrete altrove. Provare per credere. E poi pure voi vorrete ballare come loro.

3- Alcuni attori/attrici e alcuni registi sono semidivinità. Come avveniva nella Hollywood degli anni Trenta (avete presente Viale del Tramonto?), gli attori e le attrici indiane godono di uno status di assoluto divismo. A livelli che per noi è difficile comprendere. Basti pensare che alcuni attori hanno solo un nome e che quel nome viene usato anche come nome dei personaggi interpretati. Perché se dico Rama Rao intendo solo e sempre quel Rama Rao (ora, non ho studiato così bene la toponomastica indiana da saper dire se Rama Rao è tipo Mario Rossi qui da noi, ma ci siamo capiti).

Ballano. Ballano benissimo. Ballano divinamente.
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Infine, il cinema in India viene ancora vissuto come un rito collettivo, che sottintende un’unità di tempo e spazio (la sala cinematografica) ed anche una collettività. Questa collettività prende attivamente parte alla narrazione (no, le sale indiane non sono per nulla silenziose), commentando, urlando e applaudendo per i propri idoli. E noi che ci lamentiamo di quello che mastica forte i pop-corn della fila davanti! I film conoscono questi aspetti, ci giocano e si organizzano di conseguenza: i film indiani hanno, spesso, l’intervallo presente all’interno del film stesso – nel senso che la vicenda viene interrotta, tipicamente dopo un climax e compare per alcuni minuti una schermata di intervallo (pure se ve lo guardate in streaming).

 

Ok, ma dopo tutta sta pappardella, quali film dobbiamo vedere? Nessun problema, ecco qui i consigli di SALT.

Sigla!

Bollywood e l’action

Dicevamo, appunto che Bollywood è ottimo per le commedie romantiche e l’action. Che poi il più delle volte sono lo stesso film perché in due ore e mezza puoi metterci dentro quello che vuoi. Questi film potrebbero essere a tutti gli effetti la migliore porta d’accesso al cinema indiano. Sono estremamente fruibili e molto ben fatti e permettono di dare un primo morso ad un piatto sconosciuto (anche perché del menù conosco solo tandoori e samosa). Due nomi da tenere d’occhio: Tiger Shroff e Hrithik Roshan. Sono due atleti, due artisti marziali incredibili, ottimi attori, manzi di altissimo livello e straordinari ballerini (vi ho già detto che ballano, sì? Abbiamo fatto pace col nostro cromosoma Y?). Inoltre, Hrithik Roshan ha sei dita alla mano, notoriamente un segno di divinità.

Di Tiger Shroff è facilmente recuperabile Baaghi (ne hanno fatti 3, ma il primo è il migliore). Un cattivone rapisce una bella ragazza e il padre chiama il suo ex fidanzato per recuperarla. Flashback sul perché sono stati fidanzati e ora sono ex. Ritorno al presente con scalata del palazzo e cazzotti in stile The Raid. Niente da dire: Shroff si muove divinamente, balla e tira calci con la stessa leggiadria. C’è l’amore, c’è l’azione, ci sono le coreografie.

L’altro film, peraltro molto recente, da recuperare assolutamente è War. Questo vede Shroff e Roshan contrapposti in un thriller di spionaggio internazionale in stile Mission Impossible. In pratica succede di tutto ed il suo contrario; ora, la storyline non è esattamente inappuntabile, ma viene tutto reso digeribile da ottimi stunt e dalle performance dei due attori (soprattutto di Roshan, chiamato ad interpretare un ruolo più grigio e meno definito). Niente da invidiare alle produzioni mastodontiche di matrice americana; niente da invidiare a Tom Cruise o a Matt Damon.

Calci volanti da parte di due manzi di razza
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Tollywood e l’epica epicità

Come detto in apertura, Netflix sta distribuendo RRR, l’ultima fatica di un matto scocciato di nome S. S. Rajamouli. Uno che ha conquistato pubblico e critica con una commedia romantica/action (Eega) in cui il protagonista muore dopo mezz’ora e per le restanti 2 ore di film si reincarna in una mosca e cerca di vendicarsi nelle maniere più insensate del suo assassino. Una mosca. Che vuole uccidere un essere umano. Reincarnata. Che fa coppia con la sua fidanzata che dopo un minuto è del tutto a suo agio con avere l’ex morto reincarnato in una mosca. Ma la cosa più incredibile è che funziona. Ora, immaginatevi il produttore quando Rajamouli va da lui e gli propone il progetto della mosca.

Così.

Tollywood si permette ancora un tasso di follia e creatività molto alto e per questo ci piace assai.

Parlando di RRR, questo è un dramma storico (?) ambientato durante la colonizzazione inglese, ad inizio del secolo scorso. È anche il film più costoso mai realizzato in India e sta riscontrando grande successo anche all’estero, tanto da essere candidato a molti premi, soprattutto per la musica. Una bambina viene rapita da una coppia di perfidi inglesi (Ray Stevenson e Alison Doody) e un guerriero-cacciatore (Rama Rao) viene mandato a salvarla. Parallelamente, un giovane membro dell’esercito britannico (Ram Charan) sta portando avanti la sua missione personale, per conto della sua tribù oppressa. I due si conoscono, diventano amici, si salvano a vicenda, si combattono come avversari e alla fine si alleano contro il nemico comune. Per sottolineare l’unione fra i due, a un certo punto diventano un’unica macchina da guerra: gambe uno, braccia l’altro, uniti in un epico metaforone a metà via fra i Power Rangers e una divinità indù.

Uno dei protagonisti viene presentatoci mentre combatte a mani nude contro una tigre; l’altro entra in scena a metà film con una carrozza in fiamme. Questo è il tasso di epicità. Alle stelle, esagerato proprio. Tutto è esageratamente grande, compreso la scena di danza che diventa una battaglia fra inglesi e indiani, con decine di comparse. Al netto di alcune debolezze nella CGI (su cui Tollywood non è ancora preparato), il film è intrattenimento ai suoi massimi livelli – col solito messaggio nazionalistico. Nel caso non ci capisse, odiano gli inglesi.

Carrozza in fiamme, anyone?

Sempre su Netflix è possibile recuperare la prima parte di Baahubali (dateci pure la seconda!), specie di fantasy sempre di Rajamouli, che fa sembrare le battaglie del Signore degli Anelli delle scaramucce fra bande di regazzini col motorino. Anche qui abbiamo una carrozza fiammeggiante, topos che piace assai al regista. Non chiedetemi perché, davvero non ne ho idea, ma sinceramente: è una cazzo di carrozza in fiamme! Tanto basta.

In maniera molto interessante, secondo me, i protagonisti di entrambi i film finiscono alla fine per diventare “incarnazioni” o emanazioni del dio Siva. Siva è una divinità indù fra le più venerate e racchiude in sé svariati aspetti. Fra i più importanti, ci sono quello del guerriero distruttore, della divinità restauratrice, dopo la distruzione, e quella del signore della danza. È interessante che i protagonisti dei film Telugu diventino proprio Siva: esso racchiude gli aspetti maggiori dell’industria cinematografica (compreso il ballo, mannaggia al vostro Y!) e rimanda a tradizioni nazionalistiche che si perdono nella notte dei tempi.

È epica pure la schermata dell’intervallo!
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And now, for something completely different… (10 punti a chi capisce la citazione)

 

Visto che siamo un pubblico ricercato, palati difficili, brutali censori, ecco anche un paio di film in cui non si balla. Così possiamo stare in pace con la nostra coscienza patriarcale e raccontare agli amici che guadiamo film indiani d’essai.

 

Jallikattu, la ferocia animale dell’uomo

Film in lingua Malayalam (tiè, così vi abbiamo messo film in 3 lingue diverse!), racconta di un villaggio che si lancia alla caccia di un bufalo scappato mentre veniva portato al macello. La caccia diventa una progressiva spirale verso la disumanizzazione, dove i protagonisti diventano via via più animaleschi e lasciano che vecchie rivalità, rancori ed emozioni forti prendano il sopravvento. È un film corale, molto ben realizzato (di nuovo, la CGI non è esattamente la migliore sulla piazza) e visivamente incantevole, che riesce a trasformare una storia “tradizionale” e molto locale in un messaggio dalla portata universale, che ci parla della natura dell’uomo e della sua continua lotta contro la natura e contro se stesso. Da recuperare assolutamente.

Homo homini bufalo?

 

Tumbbad, folk horror in salsa indiana

L’ultimo film che vi consigliamo (recuperabile su Prime) è un gioiello di folk horror in lingua hindi. Parte da una leggenda, dalla mitologia di un paese, per aprire lo sguardo sulla grettezza dell’animo umano. Un mistero familiare, che conduce ad antiche divinità che possono portare oro e morte, una fortuna gravata da una maledizione. Visivamente, Tumbbad non ha nulla da invidiare a produzioni americane ad alto budget, compreso un design della “creatura” veramente interessante. In alcuni aspetti, sembra di vedere un film di Guillermo del Toro o di Tarem Singh, senza che però il film perda mai le sue radici profondamente ancorate nella sua cultura. Non ballano, ma le musiche sono create appositamente per il film e raccontano la vicenda tanto quanto le immagini.

Folk Horror coi baffi
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