Cinque porte per un primo incontro con la Sardegna

Cinque porte per un primo incontro con la Sardegna

by -
0 373

Per iniziare va detto che tutti attorno a me parlavano Sardegna come di un posto familiare e visto decine di volte mentre io, a luglio 2021, salivo su un traghetto con la stessa incredulità con cui si salpa per l’altro capo del mondo.

Da questa vecchia e umida pianura pensavo alla Sardegna come un posto davvero troppo denso di natura, storia e tradizioni per essere affrontato con leggerezza, un luogo che quasi avevo deciso di non visitare, per non vivere la frustrazione di perdermi delle parti, di non capire tutto, di non vedere abbastanza e di rimanere sempre una visitatrice della domenica.

Le parole in sardo che fin da piccola avevo mandato a memoria ascoltando Andrea Parodi cantare in “Spunta la luna dal monte” (Coro meu/ fonte ‘ia, gradessida/Gai purudeo/potho bier’sa vida) mentre Pierangelo Bertoli rispondeva semi-traducendo (cuore mio/fonte chiara e pulita/dove anch’io/posso bere alla vita) mi lasciavano intravedere un mistero troppo grande per essere compreso a pieno.

In effetti avevo ragione, ho lasciato moltissimo da vedere e ho compreso e visto forse un millesimo di quello che vorrei, ma quei sette giorni sono stati porte per mondi bellissimi, porte che ho avuto per ora solo il tempo di aprire per affacciarmi, prendere nota e infine richiudere lasciando indicata la strada per un prossimo viaggio.

Dico a quindi a voi, esperti di Sardegna, che queste sono le mie cinque porte. Ne troverò sicuramente altre ma oggi parto da qui per raccontare quello che ho visto e quello che tornerò presto a cercare.

LEGGI ANCHE  A si biri in Sardegna

GOLA DI GORROPU E IL SUPRAMONTE

“Ma sei andata in Sardegna per camminare in montagna?”. Sì, anche.

Nella mia vita avevo visto poche volte un mare così bello e della costa Est della Sardegna ho amato follemente Cala Luna, Cala Goloritzè, la Grotta del Bue Marino e le piscine di Venere, ma sono pur sempre donna di montagna e anche in mare finisco per guardare più il colore delle rocce che quello dell’acqua in cui finiscono.

Risalendo da Dorgali il rio Flumineddu in direzione gola di Gorropu devo aver gridato “Ma sono le Dolomiti!” perché sì, quel canyon ubicato nel complesso del Supramonte al confine tra il territorio barbaricino di Orgosolo e quello ogliastrino di Urzulei assomiglia più alle Alpi che agli Appennini. Affrontare i pochi chilometri percorribili scavalcando massi più o meno ripidi nella gola, circondati da pareti calcaree alte fino a 500 metri assomiglia molto ad entrare nel ventre della terra, sia per il caldo infernale di fine luglio, sia per gli spazi naturali che prendono colori e forme più adatte ai giganti che agli umani.

Il sogno è di continuare l’esplorazione del Supramonte per tutti i sentieri trovati qui http://www.sardegnasentieri.it/carte/supramonte-ogliastrino, in particolar modo vorrei visitare il Villaggio nuragico di Tiscali. Il sogno è anche vedere i murales di Orgosolo, appena possibile.

LEGGI ANCHE  De Andrè e Pasolini | Sally e la Solitudine

IL SELVAGGIO BLU

Il Selvaggio blu è definito il trekking più difficile d’Italia e si snoda da Punta Pedra Longa fino a Cala Sisine. È possibile percorrerlo in sei tappe intervallate da bivacchi più o meno vicini alla spiaggia ma comunque sempre nei pressi della costa di Baunei.

Camminare per tutto il Selvaggio Blu significa attraversare cengie, ghiaioni, scale, passerelle di tronchi, strade di carbonai. Senza contare le immancabili facili roccette, i canalini, l’arrampicata, i punti in cui è necessario calarsi e tanto altro.

La prima tappa parte dalla Pedra Longa, cioè un alto roccione calcareo a picco sul mare, ed è stato il primo tentativo di approccio al Selvaggio Blu, ovviamente e logicamente fallito a causa delle temperature folli di fine luglio, cioè di quel caldo che nel folklore sardo è chiamato “la mamma del sole”, una donna bellissima che rapisce i bambini rimasti a giocare fuori nelle ore più calde.

Quasi ovvio dire quanto sarebbe bello tornare fuori stagione per compiere questo cammino tanto bello e selvaggio da unire montagne e mare, natura e tracce lasciate dall’uomo nei secoli, blu e grigio.

Da rivedere anche Baunei, paese misterioso con le sue donne in abito nero tradizionale che camminano silenziose tra i bar affollati di turisti europei e le sue le scalette che salgono tra le case e verso le montagne.

LEGGI ANCHE  Inquieto, in quiete | Musica per un giorno davanti al mare

ULASSAI E MARIA LAI

Ho conosciuto come molti il nome di Maria Lai e di Ulassai da questa puntata del podcast Morgana.

Ulassai è un paese dell’Ogliastra circondato dalle rocce e dalle pareti di arrampicata e pur raccontando una storia antichissima di vecchie case e di antichi negozi è punteggiato di installazioni artistiche dedicate alla memoria dell’artista Maria Lai, che ha lungamente operato nel continente nei primi anni del ‘900 prima di tornare a Ulassai e regalare al suo paese natale un’opera incredibile: Legarsi alla montagna

Come raccontano gli archivi di Rai CulturaLegarsi alla montagna fu un evento unico a cui partecipò l’intera comunità di Ulassai in un giorno simbolico di resa come l’8 settembre, ma era il 1981. L’operazione materiale durò tre giorni, protagonista nessun maresciallo, solo un nastro azzurro lungo 27 km. Il primo giorno venne tagliato, il secondo fu distribuito e il terzo, fu legato fra porte, finestre e terrazze di case, ridisegnando così le relazioni vecchie e nuove fra donne, bambini, pastori e anziani. Fu una festa senza precedenti. Alla fine delle manovre, scalatori esperti legarono il nastro al Monte Gedili, la montagna più alta sopra il paese, luogo emblematico per il sostentamento che nella memoria collettiva era stato anche portatore di morte.

Poche ore ad Ulassai sono state illuminanti, dal cartello appeso rovesciato in cima alla montagna fino all’apparizione di un’anziana signora in abito tradizionale, con il nipote neonato in abito di seta bianca tra le braccia, quasi incorniciata dal ponteggio che ricopriva la facciata della casa.
Sarebbe bello tornare per vedere le molte installazioni sparse per il paese e ben raccontate dal profilo instagram ulassaiturismo, il museo dedicato a Maria Lai chiamato Stazione dell’arte e infine, poco lontano, la grotta di Su Marmuri.

LEGGI ANCHE  Senza mai arrivare in cima | Attraversare il Dolpo con Paolo Cognetti

DA CAGLIARI VERSO L’INTERNO

Quartu Sant’Elena, Il Poetto di Cagliari, il centro della città nella sua movida serale e un’incredibile serata a Monserrato ad ascoltare l’etnomusicologo Marco Lutzu presentare il suo libro Deus ti salvet Maria sono stati incredibili pretesti per abbandonare di nuovo il mare e partire verso il centro dell’Isola alla ricerca di storia, bar di provincia e soprattutto nuraghe, perchè al quarto giorno di viaggio, incredibilmente, ancora non se n’era visto uno.

Per questo, presa la strada in direzione Barumini è stato bello perdersi tra i bar e i murales di Villamar, e le vie deserte di Las Plassas, vivere avventure irripetibili e molto clandestine sulla sommità del castello di Marmilla, proseguire sotto un sole cattivissimo alla scoperta di Barumini, del suo complesso nuragico, del suo planetario e della sua Sardegna in miniatura disperse in una vallata deserta e riarsa. Il vero nuraghe visto da vicino è stato quello di Santu Millanu (san Gemiliano) del vicino paese di Nuragus.

Sarebbe bello, con temperature più miti, tornare in direzione Nuragus ed esplorare il Pozzo sacro di Coni, la Tomba megalitica di Aìodda e alcuni degli altri 30 nuraghe che popolano il paese. Sogno anche di proseguire verso il centro e vivere i paesi e le storie minori di quella parte di entroterra lontano delle città e dai porti.

LEGGI ANCHE  IRA | La "lingua della necessità" di IOSONOUNCANE

DA NEBIDA E TRA LE MINIERE

C’è un zona tra la costa rocciosa di Nebida e le rive di Buggerru che è luogo di antiche miniere, di terre rosse che contrastano con il mare blu profondo e le rocce bianche e nere degli scogli.

Nebida e Masua sono stati un buon punto di studio per l’incredibile traversata in gommone che ha portato fin sul Pan Di Zucchero, secondo faraglione del Mediterraneo per altezza, grande scoglio con un punto di sbarco da cui parte una via ferrata. Questo percorso attrezzato è l’unico modo per raggiungere la sommità e percorrere il breve trekking tra la macchia mediterranea che disegna il perimetro superiore della piccola isola fino a tornare al punto di attacco della ferrata da percorrere nuovamente in discesa (o in alternativa calarsi direttamente sul gommone, per i più esperti).

È stata un’esperienza incredibile scalare un lato di questo faraglione salendo a picco sul mare e poi ridiscendere tuffandosi infine in un mare azzurrissimo e scoprire della presenza di una piccola Madonna visibile solo nuotando sott’acqua nei pressi del punto di sbarco.

Incredibile vedere il complesso minerario di Porto Flavia, a fianco del Pan di Zucchero, la grotta semi-sommersa del ‘Soffione ‘, la Grotta Sardegna, la Baia dei Faraglioni e il Canalgrande.

Sarebbe bello tornare, rivedere la splendida Iglesias, conoscere le spiagge di Buggerru, in cui immagino che Iosonouncane abbia scritto Stormi  e infine percorrere il Cammino minerario di Santa Barbara, un lungo percorso di cui Nebida, Masua e Buggerru fanno parte, composto in buona parte da sentieri, mulattiere, carrarecce e strade carrabili e sterrate.

Ciao Sardegna, tornerò sui tuoi sentieri tra volti di pietra tra strade di fango, cercando la luna, cercando.

Anche tu puoi sostenere SALT! Negli articoli dove viene mostrato un link a un prodotto Amazon, in qualità di Affiliati Amazon riceviamo un piccolo guadagno per qualsiasi acquisto generato dopo il click sul link (questo non comporterà alcun sovrapprezzo). Grazie!

NO COMMENTS

Leave a Reply