Il Primo Dio, un grido selvaggio in faccia all’America

Il Primo Dio, un grido selvaggio in faccia all’America

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La miseria dei sobborghi e delle cucine d'America, esplode in momento di epifanica trascendenza, un lampo divino, preludio di un declino umanissimo. “Il Primo Dio” è il grido di un poeta, o di un pazzo, forse di entrambe le cose.

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America,
Sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America,
Scrivevi.
E c’è forza nelle tue parole.

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati,
Sopra le cicche macchiate di rossetto,
Sopra i posacenere colmi
Sapevi di trovare l’uragano.
Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano:
Ecco l’unico fatto che possa compensarmi
Di non essere io l’uragano.

Lungo i bordi: luogo d’incontro con Carnevali

È ascoltando “Il primo dio”, brano che apre probabilmente il più bel disco dei Massimo Volume, che incontro Emanuel Carnevali per la prima volta.
Emanuel, primo dio che risorge dal sepolcro del Sogno Americano verso il quale si era imbarcato poco più che adolescente. Emanuel, parole potenti che risuonano nelle cupe atmosfere di un disco decenni dopo quella partenza. Potrebbe sembrare la storia di un Cristo moderno.
L’ho rincontrato tempo dopo, Emanuel, al cimitero della Certosa di Bologna. Del primo dio resta solo una targa anonima, che rende difficile scacciare l’idea che la morte, alla fine, riesce a far tacere anche la voce più stentorea.

Ma come per ogni divinità che si rispetti, di Carnevali resta la Parola: qualche racconto, tante poesie, ed il romanzo di quegli anni americani, intitolato appunto “Il Primo Dio”.
L’opera, autobiografica, si gioca nei bassifondi americani, tra lavori saltuari ed avvilenti come unica alternativa alla fame, in sporche stanze ammobiliate. In questo terreno marcio germoglia l’enthusiasmòs di Carnevali, il vitalismo individualista che lo porta a ergersi come centro del proprio universo, come Primo Dio, prima che la follia e la malattia lo consumino riportandolo in Italia, dove morirà, strozzato da un pezzo di pane, in un ospedale vicino Bologna.

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De “Il Primo Dio” non è la miseria ad impressionarmi, né l’errare frenetico nei sobborghi della vita tra i poco di buono e le puttane che li abitano; di questo hanno scritto in tanti e probabilmente meglio, penso ai Miller, Hamsun, Strindberg, o a Gutierrez se volessimo aggiungere un riferimento latinoamericano.

Di Carnevali colpisce il grido, che si leva dalle pagine. Un grido sconnesso, rigurgitante amarezza, invidia, rabbia; l’amarezza per la New York che è “sogno di chi non sogna”, l’invidia per la poesia degli altri ma che avrebbe voluto sua, spinta fino all’assurdo dell’invidia per Shakespeare, la rabbia contro il lavoro, contro i propri compagni “pidocchiosi per lo sporco che il lavoro inevitabilmente produce” o contro i propri famigliari come il padre che Carnevali maledice persino da morto.

Un grido selvaggio, nella lingua dura e contundente di chi non lavora di lima ma di martello.
Ricordiamoci a tal proposito che Carnevali scrive in un inglese mal assemblato in strutture linguistica italiano-latine (e che, si dice, abbia imparato leggendo le insegne dei negozi). Ne troviamo tracce nel lessico, nell’argomentazione canonica rimpiazzata da slanci critici al vocativo, nella narrazione talvolta “primitiva”, che esacerbano il carattere ululante dell’opera.
Soprattutto, nella scelta dell’inglese, vedo, (o mi piace vedere) un Carnevali fermamente ed arrogantemente deciso a sbattere in faccia all’America ciò che egli pensa di questa matrigna inospitale. L’inglese affinché questa America senta chiaramente il grido barbaro che vuole scuoterla, disturbarla, incendiarla.

“America, grande casa di lavoro coatto per uomini forti (…) non sono mai stato forte abbastanza per farti una vera ferita. Tutti quei lavori erano per me come una vecchia sedia mezza sfondata su cui sedevo per un po’ prima di andare avanti. Pareva che a spronarmi non ci fossero che fame e povertà e miseria poiché io e la miseria ci accoppiavamo, come due cani agli angoli delle strade”

Non è solo il pensiero di un immigrato italiano, ma dell’immigrato italiano Emanuel Carnevali che vede nella scrittura il mezzo per esprimere il proprio debordante io, che sa di essere poeta, che vuole “dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano”.

“Sapevo di essere un poeta e covavo nel mio animo la voglia di scrivere. È chiaro che come me c’erano milioni d’uomini, milioni, e se questi milioni di persone avessero avuto una voce, sarebbe stata la voce di Dio, come la voce di quel povero italiano che piangeva disperatamente per le strade di New York, ricordando le canzoni napoletane”

Come poeta, Carnevali effettivamente si compie, trovando discreto successo e partecipando attivamente al rinnovamento poetico americano di quegli anni. Poi la crisi: in alcune tra le pagine più vorticose del romanzo si accavallano la paura per la morte imminente, la progressiva perdita del senso della realtà, la follia panteistica: “Urlavo a squarciagola (…) ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio”.

Eccoci al divino, alla presenza magmatica del Dio che tanto (e forte) ci colpisce in Carnevali.
Per la critica, il suo panteismo è lo scontro del giogo cristiano italiano con l’individualismo liberale d’oltreoceano: la resistenza all’assorbimento culturale isolandosi nel mito, qualcosa che il poeta americano dell’epoca non avrebbe mai potuto concepire.
Ma dietro allo scrittore, non posso non scorgere l’uomo che cerca in modo disperato ed infantile di farsi sentire; l’individualità che si appella al metafisico per non spegnersi nel silenzio. Nelle parole di Carnevali, “L’artista ha gran bisogno di Dio, un tremendo bisogno che Dio ascolti le sue piccole parole.”

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Il romanzo, come forse la vicenda biografica di Carnevali sono una tensione costante a quel momento di epifanica trascendenza, il lampo divino, preludio di un declino umanissimo.
“Il Primo Dio” è il grido di un poeta, o di un pazzo, forse di entrambe le cose; il boato di un istante che lentamente si affievolisce fino a scomparire in un’anonima targhetta bianca di un cimitero cittadino.

Emanuel,
Primo dio.
Rimbaud,
Preghiera a cose più belle di me,

(…) E’ nella pioggia, oggi, il vostro grido.

 

Nota: le citazioni che aprono e chiudono l’articolo sono tratte da “Il primo dio”, brano dei Massimo volume; le restanti sono tratte da “Il Primo Dio”, romanzo di Emanuel Carnevali.

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