Raw – Una cruda verità | crescere, conoscere, mangiare esseri umani

Raw – Una cruda verità | crescere, conoscere, mangiare esseri umani

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Regia: Julia Ducournau | Anno: 2016 | Durata: 98 minuti

Ah, l’adolescenza. Bella vero? A prescindere da come l’abbiate vissuta, questa è e sarà sempre un trauma.

Dall’oggi al domani smettiamo di riconoscerci: quello che ci piaceva fino al giorno prima non ci basta più e ci scopriamo a rinnegare tutto ciò che credevamo costituire la nostra persona. Certo, ci sono anche il senso di inadeguatezza e di competizione più una marea di disagi quotidiani, ma il vero malessere dell’adolescenza – quello subdolo e per il quale non c’è una vera e propria cura – è sviluppare la consapevolezza che quel che era il nostro mondo possa cambiare all’improvviso, costringendoci a ripartire da zero in un processo ricostruttivo che ora sappiamo poter non essere definitivo.

Pensate a quando eravate bambini e la sola idea di sedervi di fianco ad una femminuccia/maschietto vi disgustava e sognavate un futuro fatto di Lego, Pokémon e pirateria (questo nel mio caso, non so cosa sognavate voi). Poi un giorno vi siete svegliati, e vi siete accorti che la Lego non vi divertiva più e che desideravate altro. Paura, vergogna e rabbia sono diventati i vostri compagni quotidiani fino a quando non avete capitolato su tutta la linea accettando la trasformazione e imparando bene o male a convivere con il vostro nuovo Io. E niente zi’, siete diventati grandi.

Da grandi si va ai partiesssss
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Grossolanamente vi ho anche descritto la trama di Raw – Una cruda verità, della regista francese Julia Ducournau; solo che il prossimo interesse dopo la Lego qui sarà…rullo di tamburi…il cannibalismo. Ah! Non ve l’aspettavate vero? Ma andiamo con ordine.

Justine (Garance Marillier) è una candida ragazzina innocente: buona, brava, viene da una famiglia strettamente vegetariana; studia veterinaria perché vuole salvare gli animaletti. Tenera lei. È pure intelligente; tanto intelligente che viene mandata al college due anni prima degli altri. Come un pesciolino buttato in un acquario si troverà a dover sopravvivere in un mondo che l’è ignoto, pieno di sfide che fanno paura magari anche solo per il fatto di essere nuove. E qui le verrà fame, fame di carne: sia essa di pollo, coniglio o essere umano è irrilevante.

Immaginate il disagio di lei che, vegetariana integralista, si ritrova ad annusare petti di pollo nel cuore della notte o a rubare hamburger dalla mensa. Che cosa direbbe la mamma, che ha fatto una scenata alla cameriera rea di averle portato per sbaglio una polpetta? O gli amici, che sembrano essere esenti da tutti quei problemi che l’affliggono? È bene o male lo stesso disagio di chiunque si sia scoperto a fare l’opposto di ciò che credeva il mondo si aspettasse da lui.

Il disagio

Unire due generi è una delle grandi sfide del cinema e può portare a vari risultati: esistono i “film centauro” – film che iniziano in un modo e finiscono in un altro; i “film DNA”, in cui i due generi corrono in parallelo ma mantengono sempre una propria autonomia (Hot Fuzz è sia una commedia che un poliziesco, per dire); infine – più rari – ci sono delle creature ibride le cui metà sono sovrapposte ed indistinguibili. Li chiameremo “film Balto”.

La Ducournau opta palesemente per la terza opzione mescolando gli ingredienti del coming of age e del cannibal-movie fino a non rendere più possibile dire dove finisca uno e dove inizi l’altro. I due generi non coesistono indipendenti nè si susseguono ordinatamente, ma sono fusi l’un con l’altro per tutta la durata del film, rafforzandosi a vicenda.

Lo scontro con la propria crescita e il crollo di quelle certezze di cui parlavamo prima – elementi tipici dei film sull’adolescenza – sono in questo caso rappresentati proprio dal passaggio dal vegetarianismo all’antropofagia: all’inizio guardato con paura, poi vergogna, per proseguire poi con tutti gli stati d’animo tipici delle fasi di transizione e trasformazione.

Non mancano comunque tutte le altre sfide che una persona affronta durante il proprio sviluppo: a partire dalle modifiche del corpo (spesso annuncio di mutamenti più profondi che seguiranno), l’incomprensione e il giudizio da parte degli adulti, la sensazione di solitudine (per tutto il film non si capisce mai veramente se questo “problema” sia solo di Justine o sia un passaggio che riguarda anche altri ragazzi), fino alla scoperta di tutte quelle pulsioni incontrollabili che accompagnano la nostra crescita e di cui la “fame di carne umana” è già di per se una metafora neanche tanto troppo sottile.

Autoerotismo
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Julia Ducournau non è nuova al mondo del teen-drama: suo il cortometraggio Junior, del 2011, dove una regia semplice ma efficace e la collaborazione con una all’epoca giovanissima Marillier l’avevano portata a vincere il Petit Rail d’Or (ma che razza di premi hanno a Cannes?).

È proprio la Marillier a reggere il film e, a parte un’eccessiva tendenza ad aggrottare le sopracciglia, gestisce alcune scene con un’intensità e una sensualità inquietante. Si aggiunge quindi a quell’interminabile lista di attori non di madrelingua anglosassone che spero possano un giorno finire a rendere più internazionale il cinema, superando quegli assurdi regionalismi che ancora imperversano.

Dal canto suo, la Ducournau, come spesso accade in questi casi, riprende molti dei temi già anticipati (sebbene molto più grottescamente) in Junior: il gusto per il gore, la malattia come metafora della pubertà, finanche il nome della protagonista. La maggiore esperienza registica accumulata, nonché un naturale aumento delle risorse a sua disposizione, non le fanno sentire il bisogno di dimostrare la sua bravura cedendo a facili virtuosismi ma le danno comunque gli strumenti per potersi divertite, di tanto in tanto, con eleganti piani sequenza, scelte originali e soluzioni visive accattivanti.

Seguiamo con curiosità il futuro artistico di questa giovane regista che pare confermare come gli americani abbiano più di una lezione da prendere dai francesi in fatto di cinema.

Soluzioni visive accattivanti

In giro leggerete frasi come “miglior horror dell’anno” oppure che la gente sia svenuta in sala durante la proiezione. Non credeteci. Sono frasi dette dagli stessi che usano il termine “americanata”. È un gran bel film, ma non è un horror; e quelli svenuti in sala sono gli stessi che si fanno prelevare il sangue con la farfallina.

Ma non li sto giudicando. Forse è stata la prima volta che si sono trovati ad apprezzare un film che non parlasse di borghesi annoiati o periferie degradate. Magari si saranno spaventati, li avrà assaliti il senso di colpa non capendo ciò che gli stava succedendo e si saranno sentiti in difetto, come voi la prima volta che vi siete seduti di fiano a quella femminuccia/maschietto. Capiteli; alla fine è esattamente ciò di cui parla il film.

Ora portatemi una bistecca. Al sangue, grazie!

 

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