Cafè Society, di Woody Allen

Cafè Society, di Woody Allen

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Nonostante abbia già una cinquantina di film all’attivo e ormai 80 anni compiuti, ogni anno Woody Allen si presenta con un nuovo lavoro, come se per lui scrivere e dirigere film fosse l’unico modo di stare al mondo. “Dirigo ergo sum” il suo motto e la sua terapia contro tutte quelle ansie e quelle paure che da sempre riversa nei suoi film.

E ogni anno, in attesa, gli irriducibili ammiratori del suo cinema (me compresa) si preparano a guardare il suo ultimo film con un misto di trepidante attesa e (ir)razionale paura di una clamorosa débâcle. Perché, Woody, ci abbiamo provato a dimenticare To Rome with Love ma il ricordo di quella delusione è lì che bussa alla porta a ogni nuova uscita.

Quest’anno è stato il turno di Cafè Society, e, per evitare sorprese, abbiamo cercato di prevenire: ci siamo guardati il trailer appena uscito in inglese, e poi lo abbiamo riguardato anche in italiano, per essere sicuri di non avere perso qualche dettaglio importante. Anche se in fondo lo sappiamo che dai trailer sembra sempre tutto stupendo, brillante e divertente. Non c’è scorciatoia, la verità sarà scoperta solo nella sala del cinema.

Quale verità, dite? Anticipiamo subito il finale? E va bene! Il verdetto della giuria è:

(…suspance…)

“Woody Allen, per te X Factor continua!” (applausi)

“Però, caro Woody, alla prossima puntata potresti finire in sfida”

"Le piace la musica jazz?" "Alle 2 del mattino?!" "Oh, a qualunque ora del mattino"
“Le piace la musica jazz?” “Alle 2 del mattino?!” “Oh, a qualunque ora del mattino”

Perché la verità è che non so se noi poveri giovani fan di Woody Allen potremo mai uscire dal cinema con la sensazione di avere visto per la prima volta un nuovo capolavoro all’altezza di titoli come Annie Hall o Manhattan, ma questo non significa affatto che non possiamo apprezzare un film come Cafè Society, anzi. Io sono uscita dal cinema con il sorriso sulle labbra e quella malinconica leggerezza che le commedie di Allen quasi sempre regalano.

Questa sensazione però non può essere l’unico metro di giudizio per Cafè Society. Ci sono film che ti restano in testa, che tornano ad affacciarsi alla memoria dopo giorni perché riescono a colpire qualcosa che va oltre lo sguardo, ci provocano una reazione, magari anche di repulsione, di sgomento, di inquietudine. Ma rimangono lì, a darci fastidio, a consolarci, a spingerci a riflettere su qualcosa. Cafè Society è un perfetto mosaico di immagini, luci e musica, ma è bello di una bellezza effimera. Proprio come quella del mondo che racconta, gli anni ’30 del jet set newyorkese e californiano. Quindi sì, sono uscita dal cinema con il sorriso sulle labbra, ma due giorni dopo del film non c’era già più traccia nella mia testa.

Esteticamente è tutto elegante e curatissimo: stupendi abiti e gioielli (questo sì che un product placement! Chapeau al marketing Chanel), indossati dalle bellissime Kristen Stewart e Blake Lively, colonna sonora jazz che già dai titoli di testa urla “WoodyAllenWoodyAllenWoodyAllen”, una fotografia d’altri tempi, calda e luminosa, curata nientemeno che da Vittorio Storaro (3 premi Oscar: Apocalypse Now, Reds, L’ultimo imperatore), che ci regala inquadrature mozzafiato di New York. Insomma, una confezione perfetta. E questo già di per sé è un motivo sufficiente per vedere il film, una vera gioia per gli occhi (e le orecchie).

Un diamante è per sempre. Un marito forse no
Un diamante è per sempre. Un marito forse no.

Gli anni ’30 sono il pretesto per raccontare una malinconica storia d’amore e rimpianti, che ha per protagonisti Vonnie (Kristen Stewart), Bobby (Jesse Eisenberg), giovane ebreo (non lo avreste mai detto vero?) che tenta la fortuna prima nell’industria cinematografica di Hollywood, poi nell’ambiente della cafè society di New York, e Phil (Steve Carrell), zio di Bobby e produttore hollywoodiano di successo. Un classico triangolo amoroso.

Il trio è fiancheggiato da una schiera di personaggi secondari fortemente caratterizzati, perlopiù membri della famiglia di Bobby, che hanno lo scopo principale di alleggerire il racconto e introdurre sketch e battute divertenti, più o meno riuscite. Tra tutti spicca Rose, la madre di Bobby, brillantemente interpretata da Jeannie Berlin. È sua una delle battute più riuscite del film: “è un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà. Sai quanti più clienti avrebbero?”

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Abbiamo quindi le battute sulla religione, sulla morte, sull’insensatezza della vita e sull’amore, abbiamo l’eterna contrapposizione New York / Los Angeles, abbiamo una famiglia ebrea, abbiamo un protagonista un po’ goffo ma intelligente e romantico che si innamora di una ragazza bellissima e sofisticata, ma ne sposa un’altra. Il solito vecchio Woody quindi?

Forse. Non c’è niente di nuovo in questo in film, eppure anche nella ripetizione di sé stesso Woody Allen riesce laddove molti altri registi falliscono: nell’arguta leggerezza della commedia, un genere di film tutt’altro che semplice da realizzare senza cadere negli stereotipi e nelle banalità che infestano la categoria.

Il finale, che non vi spoilero, ne è l’esemplificazione: primo piano, dissolvenza incrociata, altro primo piano, musica jazz.

 

Titolo originale: Cafè Society

Regia: Woody Allen

Anno: 2016

Cast: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carrel, Jeannie Berlin, Blake Lively, Parker Posey, Ken Stott

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