Augusto Daolio | la musica, la pittura, Novellara

Augusto Daolio | la musica, la pittura, Novellara

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Era l’ottobre del ’92 e avevo sette anni. Probabilmente ero impegnata in qualche disegno quando in TV i telegiornali annunciarono, all’improvviso, la morte di Augusto Daolio.

In casa mi parve che tutti si fermassero, dalle voci degli adulti intorno a me intuii un tono di lutto famigliare e pensai che fosse morto qualcuno che tutti conoscevamo di persona, un prozio, un nonno lontano o qualcosa di simile. Per qualche tempo rimasi convinta che quella voce, che quasi ogni giorno mi cantava dall’autoradio I ragazzi dell’olivo e Per fare un uomo, fosse in realtà quella di un parente che ora non c’era più, qualcuno che fino a quel momento aveva in qualche modo fatto parte della storia della mia famiglia.

Difficilissimo spiegare oggi cosa siano stati i Nomadi per la provincia italiana e come abbiano saputo raccontare il Novecento in maniera quasi didascalica in terre contadine che forse mai avrebbero conosciuto così bene la storia del pilota di Hiroshima, di Piazza Tienanmen, di Chico Mendes o di Salvador Allende.

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Augusto era la voce narrante di questa carovana che attraversava la penisola raccontando le sue storie in ogni piccolo paesino italiano, era l’uomo che portava le canzoni quasi dentro le case.

La sua voce era inconfondibile ma ancora di più lo era la sua incredibile fisicità, quasi caricaturale. Spalle possenti, la famosa lunga barba, i capelli lunghi, gli occhiali spessissimi. Un emiliano, un uomo di terra e di fiume con i piedi ben piantati nel suo piccolo paese d’origine, Novellara, immerso in una “pianura di pittori e matti” come avrebbero cantato anni dopo altri giovani vagabondi di quei luoghi.

L’arte e l’immaginario di Augusto crebbero nei cieli nebbiosi della bassa, non lontano dalla Brescello di Guareschi, palcoscenico delle storie di Don Camillo e Peppone, e dalla bella Gualtieri, paese di Antonio Ligabue, con la sua tigre e la Cesarina che non voleva un bacio. A chiudere il triangolo c’era Augusto a Novellara con le sue poesie. Augusto il pittore naïf che dipingeva di lune, rami, rocce, montagne, ma soprattutto l’Augusto cantautore e interprete.

Entrato nei Nomadi a soli 16 anni era il più giovane dei cinque ragazzi che nel ’63 fondarono la storica band. Da allora, grazie a un incredibile carisma, fu protagonista e leader di gruppo che fece la storia della musica italiana, dal canto impegnato, agli anni del beat, dalla gioia dei Sessanta, alla rabbia dei Settanta, alla noia degli Ottanta.

Capellone negli anni dei capelloni con l’inno Come potete giudicar, poi voce dei testi di Guccini, dalla profezia post-atomica di Noi non ci saremo alla denuncia di Dio è morto, sabotata in RAI perché considerata blasfema ma trasmessa da Radio Vaticana come canzone di speranza.

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Fu in grado di interpretare, con il suo timbro e e la sua presenza scenica sia la voce degli ultimi che la poesia del quotidiano, nella sua complessità e nella sua bellezza.

Anche negli anni del successo lui, come tutti gli altri Nomadi, amava tornare nel suo paese e attraversare in bici i vicoli e le piazze di Novellara. Il suo rifugio era la piccola casa, immersa nella campagna appena fuori dal paese, acquistata con la compagna di sempre, Rosanna Fantuzzi. Una casa raccontata con grande delicatezza e profondo amore dalla stessa Rosanna, nel libro Le tue parole al vento”, 200 pagine di racconti di vita a fianco di Augusto, i viaggi, la musica, la pittura, il loro negozio di artigianato e infine gli anni Novanta e i mesi della malattia. Il titolo del libro è tratto da una frase di Ophelia, canzone scritta Guccini, interpretata dai Nomadi nel 1968 e cantata poi anche da Guccini nell’album Due anni dopo, del 1970.

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Ventisette anni dopo la sua morte mi stupisco di quanto Augusto sia ancora presente in ciò che mi circonda, nei piccoli adesivi con la scritta “Nomadi” sui camioncini ed Ape car parcheggiati nelle piazze paesi, nella sua voce che parte all’improvviso nei bar della bassa nei pomeriggi d’estate, nei sosia che per anni hanno popolato i raduni e i concerti, non solo dei Nomadi. Uomini vestiti come Augusto, con la sua barba, la sua giacca, i suoi occhiali.

Mi ha stupito come l’anniversario della sua morte sia stato ricordato quest’anno da tanti miei coetanei, gente che di sicuro non fece in tempo di sentirlo dal vivo ma, come me, cresciuta nella sua leggenda e accompagnata per anni dalla sua voce. Mi ha stupito tornare nel cimitero di Novellara e incontrare fans sulla sua tomba, persone che ancora lo ricordano con un sorriso e che lo vanno a salutare, in quel piccolo angolo di Emilia.

Augusto è stato tutto questo e moltissimo altro, chiunque potrebbe raccontare un Augusto diverso, scegliere canzoni diverse, quadri diversi, parole diverse.

A chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui lascio una sua versione bellissima e un po’ vintage di Ala Bianca. Buon ascolto e buona visione.

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