Apri gli occhi e sei su un’isola deserta. Niente adulti, niente regole. Solo altri bambini come te. E libertà. Sembra l’inizio di un sogno. O di un romanzo che leggerai alle medie, e sarà così disturbante che non te lo dimenticherai più. Sì, proprio Il signore delle mosche di William Golding.
La miniserie BBC in quattro episodi, scritta da Jack Thorne e uscita a fine febbraio 2026, ne è un adattamento feroce, che non si fa alcuna remora a rimestare nel torbido: è un viaggio dentro un paradiso tropicale che marcisce lentamente, fino a diventare inferno. Il tipo di cosa che inizi “solo per vedere com’è”, e poi ti ritrovi alle due di notte ancora sul divano, a fissare il tuo riflesso sullo schermo scuro, mentre scorrono i titoli di coda dell’ultima puntata.
La cosa più interessante è che “questo” signore delle mosche non prova nemmeno a reinventarsi. Non ci sono punti di vista furbeschi, riletture trendy, o operazioni alla Emerald Fennell. Thorne e Munden portano al romanzo di Golding un rispetto quasi ossessivo, specialmente nel riportarne sullo schermo il lato più sgradevole: l’idea che la violenza non sia un incidente del progresso, ma qualcosa di più ancestrale, che vive dentro tutti noi e che aspetta solo il momento giusto per emergere.
Siamo negli anni Cinquanta. Un ragazzino cicciottello e asmatico si risveglia nella giungla, gli occhiali appannati e il fiatone. L’aereo su cui viaggiava è precipitato su un’isola deserta. Degli adulti, nessuna traccia. Sono sopravvissuti solo bambini e ragazzini.
Mentre cerca di orientarsi sull’isola, Piggy (è così che lo chiamano), incontra Ralph, carismatico, istintivo, uno di quelli che finiscono leader senza neanche provarci troppo. Piggy, invece, è intelligente, razionale, pieno di buon senso, ma anche goffo, vulnerabile, facilissimo da prendere di mira. Insieme costruiscono un equilibrio fragile che regge finché regge l’idea stessa di civiltà. Finché qualcuno non decide che le regole non valgono necessariamente per tutti allo stesso modo. Quel qualcuno è Jack.
Con il suo gruppo di coristi trasformati in cacciatori, Jack si spinge sempre più dentro la foresta. E lì succede qualcosa. Non all’improvviso, ma in una deriva lenta, sporca, quasi organica. La comunità si sfalda pezzo dopo pezzo. I bambini regrediscono. La paura della “bestia” nascosta sull’isola si mescola alla fame di potere, al bisogno di appartenere a un branco, alla tentazione di smettere di essere buoni. E a un certo punto diventa chiaro che il mostro non vive nella foresta.
È questo il dettaglio che continua a rendere Il signore delle mosche così angosciante anche oggi: quello dei bambini è un travestimento. Le danze tribali, le cacce, le esplosioni di violenza, le gerarchie costruite sul terrore: Golding non stava scrivendo di ragazzini abbandonati su un’isola. Stava scrivendo dell’essere umano.
La regia di Munden amplifica tutto questo senza bisogno di spiegazioni continue. I dialoghi sono ridotti al minimo, la fotografia ha colori acidi e febbrili, la luce è abbacinante e la colonna sonora fatta di cori di voci bianche trasforma l’isola in qualcosa di inquietante ancora prima che succeda davvero qualcosa. Tutto sembra sudare insieme ai personaggi: la sabbia, la pelle, gli alberi, persino l’aria.
La paura, soprattutto, viene costruita in modo intelligentissimo. Non è quasi mai esplicita, ma si insinua lentamente nella vegetazione, nei silenzi, nei movimenti da possessione demoniaca, nei corpi sempre più sporchi e bruciati dal sole, dalla fame, dalla paranoia, e diventa soffocante. Dove il romanzo lasciava lavorare l’immaginazione del lettore, la serie usa immagini e suoni per rendere quella tensione ancora più fisica.
Il Signore delle Mosche
Ci sono tre scene, in particolare, che segnano la discesa definitiva: il ritrovamento del pilota morto, la caccia al cinghiale e l’incontro di Simon con il “Signore delle mosche”. Più che momenti narrativi, sembrano soglie. Dopo ciascuna di loro, i personaggi perdono qualcosa. Innocenza, lucidità, empatia. A volte tutte e tre insieme. Thorne, che aveva già raccontato il lato più oscuro dell’adolescenza in Adolescence e Skins, fa una cosa molto intelligente: prende i personaggi allegorici di Golding e li rende più umani. E così è peggio.
Ralph non è più soltanto il simbolo della civiltà: è ambizioso, sedotto dalla leadership, attraversato da crepe. Jack non è un piccolo demone nato cattivo: è un ragazzino insicuro, disperatamente affamato di approvazione, cresciuto sotto aspettative enormi. Piggy resta la coscienza morale del gruppo, ma in un mondo che premia la violenza la coscienza conta pochissimo. Proprio qui, continuare a guardare fa davvero male.
Golding scriveva che “l’uomo produce il male come le api producono il miele”. Thorne, invece, sembra chiedersi un’altra cosa: e se quei ragazzi fossero già stati contaminati prima ancora dello schianto? Se la crudeltà non nascesse sull’isola, ma arrivasse direttamente dal mondo degli adulti, dalle pressioni, dalla competizione, dall’educazione?
Non c’è una risposta definitiva. Rimane solo una leggera nausea e la sensazione che la linea tra civiltà e barbarie sia molto più sottile di quanto vogliamo credere.
Da grande vuole fare la giornalista, anche se in teoria lo è già. Acquario di segno, bionda per natura, ama i cani, i romanzi horror e il pad thai. Perennemente in bilico tra accessori leopardati e sciarpe dell’Inter. Ama i viaggi, odia i trolley.