Una poesia tra le righe di Richard Wright

Una poesia tra le righe di Richard Wright

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0 1871
John Constable, The Hay Wain

Ok, ok. Quella che segue non è proprio una poesia, ma solo un estratto dal romanzo di Richard Wright Ragazzo negro. Però, però. Intanto, bastano poche righe e sbam, siamo immersi nell’umidità del Mississippi. E poi, per chi ama la campagna, l’odore dei tigli, la forma delle nuvole, le lucciole nei fossi la sera, le ragnatele bagnate di pioggia, i papaveri in mezzo ai campi, per noi, queste righe sono vera poesia.

“E i momenti della vita rivelarono a poco a poco il loro significato segreto.

Vi fu la meraviglia che provai quando vidi per la prima volta una coppia di cavalli pezzati bianchi e neri grossi come montagne, caracollare giù per una strada polverosa in mezzo a nuvole di polvere argillosa.

Vi fu la gioia che provai nel vedere lunghe e diritte file di ortaggi rossi e verdi che si perdevano nel sole fino all’orizzonte luminoso.

Vi fu il languido, fresco bacio sensuale della rugiada che sentii sulle guance e sugli stinchi, quando corsi per i verdi sentieri del giardino in un mattino presto.

Vi fu il vago senso dell’infinito quando guardai giù, alle gialle, sognanti acque del Mississippi dai picchi verdeggianti di Natchez.

Vi furono gli echi di nostalgia che sentii nelle strida degli stormi d’anatre selvatiche in volo verso sud, contro un tetro cielo autunnale.

Vi fu la struggente malinconia del pungente odore della legna d’hickory quando brucia.

Vi fu l’imbarazzante, impossibile desiderio d’imitare la piccola superbia dei passeri che si voltavano e si dimenavano nella rossa polvere delle strade di campagna.

Vi fu il vivo desiderio di sapere suscitatomi dalla vista d’una solitaria formica che trascinava un fardello verso un misterioso viaggio.

Vi fu lo sdegno che m’invase quando torturai un delicato gamberetto bluastro che si raggomitolò terrorizzato nel fondo melmoso d’una latta arrugginita.

Vi fu la gloria dolente di masse di nubi accese di porpora da un sole invisibile.

Vi fu il liquido allarme che vidi nel bagliore rossosangue del tramonto nei vetri delle casette imbiancate.

Vi fu il languore che sentii quando udii lo stormire delle foglie verdi con un rumore di pioggia.

Vi fu l’incomprensibile segreto racchiuso in un bianchiccio fungo velenoso nascosto nella buia ombra d’un ceppo fradicio.

Vi fu la sensazione della morte senza esser morto che provai alla vista d’una gallina che saltellò qua e là, ciecamente, dopo che mio padre le aveva spezzato il collo con un rapido torcer di polso.

Vi fu la grande allegria che mi prese quando capii che Dio s’era divertito con i gatti e i cani nel farli lambire il latte e l’acqua con la lingua.

Vi fu la sete che mi prese nell’osservare il succo limpido e dolce che sgorgava dalla canna da zucchero mentre veniva schiacciata.

Vi fu il cocente panico che mi salì in gola e mi scorse per le vene quando vidi per la prima volta le pigre, flessuose spire d’un serpente turchino addormentato al sole.

Vi fu l’ammutolita stupefazione nel vedere un maiale tratto nel cuore immerso nell’acqua bollente, raschiato, spaccato, sventrato e appeso aperto e sanguinante.

Vi fu l’amore che provai per la muta regalità delle alte querce vestite di muschio.

Vi fu il senso di crudeltà cosmica quando vidi le tavole contorte d’una baracca di legno, che erano state contratte dal sole estivo.

Vi fu la saliva che m’empì la bocca ogni volta che sentii l’odore di polvere argillosa impastata di pioggia fresca.

Vi fu l’oscura sensazione di fame quando respirai l’odore dell’erba tagliata di fresco e stillante umore.

E vi fu il muto terrore che m’invase i sensi quando immensi pulviscoli dorati scendevano verso terra dai cieli carichi di stelle nelle notti silenziose…”

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