The Zen Circus, macerie e riti sciamanici

The Zen Circus, macerie e riti sciamanici

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Le urla incastrate nella gola che graffiano per emergere, le mani strette nei pugni, i denti che affondano nelle labbra: è uscito il nuovo album degli Zen Circus, La Terza Guerra Mondiale, e noi qui intorpiditi, a chiederci se stia per iniziare o meno. Forse è già iniziata e non ce ne siamo nemmeno accorti.

Parlo ancora molto, solo un po’ più calmo / non credo più tanto alla collettività

Tra resti di case e di esseri umani-ma-non-troppo, l’ultimo regalo del trio circense è un’implosione, un’asimmetrica rassegnazione alla distruzione che ci inghiotte e ci digerisce senza troppi problemi. Si incazzano e come al solito – oltre che per fortuna – non si censurano (Pisa Merda e Zingara su tutte), ma questa volta lo fanno seduti, nel limbo della consapevolezza della merda circostante, senza giri di parole: un tavolo, aperitivo per tre, e una bella foto ricordo di ciò che rimane. Perché se fino ad un paio di anni fa erano sul piede di guerra con il coltello tra i denti a guardare in avanti, oggi si prendono una pausa per guardarsi intorno; stanno scalando una montagna, e si fermano per ammirare il panorama. Macerie.

Spingono gli strumenti, in una chiave pura, rock sporco, senza sterili artifici, solo una lieve vena elettronica cammina lungo le dieci tracce dell’album, in bilico tra la loro cattiveria (ormai un marchio di fabbrica) e la rabbia per un futuro che scorgono in lontananza, ma sembra rimpicciolirsi ad ogni passo in avanti. Il mondo è pieno di stronzi che presenziano con i loro involucri di carne, ma dentro sono vuoti, assenti (Ilenia qui le piazze sono affollate, ma innocue). E la rivoluzione non la fai con la faccia in primo piano sul giornale mentre stringi un paio di mani, la fai col sangue, con le viscere.

Sentirsi stanchi, stringere ancora i denti, essere ancora incazzati ma vedere che intorno a te non cambia mai un cazzo, a te che ci avevi sperato tanto; credevi che lottare per un futuro te lo avrebbe reso più concreto e invece niente, hai scoperto che alla fine non c’era niente per cui lottare, era solo una bella confezione con il niente dentro: pochi brividi o sussulti, molta prosa, troppa noia.

La soluzione alla totale disillusione e perdita di ogni certezza è la speranza della (ri)costruzione, raccogliere piccoli pezzi e ricomporli, metterli insieme. Come il banale ma mai come ora necessario mito della fenice, rinascere dalle macerie che ci circondano è un’urgenza fisica e spirituale. La Terza Guerra Mondiale è un esorcismo, o se preferite, un rito sciamanico: vomitare lo schifo subìto fino alla bile, e tornare a reggersi sulle proprie gambe. Come se fossimo nuovi.

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