The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi

The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi

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The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi

I’m sick of this record already
let’s wreck all the preconceived notions we bring to it
check all the baggage or better yet burn it
and start all over again
(Ordinary Life, Ezra Furman)

Le biblioteche dovrò ringraziarle per sempre, per tutta una serie di motivi.

Primo fra tutti, e direi più importante, l’avermi messo di fronte alla necessità di imparare a parlare con le persone per potermi veramente dire di questo mondo – me lo ricordo ancora, tutto il colloquio per il servizio civile con gli occhi bassi. Secondo, e di conseguenza: tutti gli amici che ho potuto incontrare grazie a questa scossa tellurica alla quiete depressa dei miei primi vent’anni.

Ma questo è solo un MacGuffin. In realtà delle biblioteche – e di una specifica biblioteca, quella di Crema – mi serve solo un sottoscala per iniziare a raccontare.

Era il 2007. Ascoltavo musica serialmente da sette anni circa, da quando mia madre mi aveva comperato per caso Binaural dei Pearl Jam; la mia collezione di cd ammontava a diverse centinaia di pezzi – praticamente tutti anglofoni o anglofili – e quella di mp3 era un hard disk con dentro qualcosa come diecimila album (e li ho ascoltati tutti: ho sempre dormito poco e male).

Un periodo della storia che oggi pare preistoria, in cui quello che ascoltavo non era ancora che una minima parte di quello di cui leggevo. Sul resto fantasticavo o parlavo a vanvera, come chiunque altro: chi vi dice il contrario, mente.

Bene. Quella mattina nelle mie cuffie c’era Beyond, il comeback dei Dinosaur Jr in formazione originale. Identico a tutti i loro altri dischi, naturalmente: ma quello, per me che ambivo a farmi storiografo dell’intero scibile indie-rock, era un evento sensazionale. Del resto, quella cannonata di Almost Ready – una progressione melodica talmente caricaturale da portare incisa nei solchi la gigantesca scritta “suonami ad alto volume” – era lì a dirmi che avevo aspettato il ritorno di J, Lou e Murph per un ottimo motivo. La facevo ascoltare a chiunque, esaltato, in attesa che i tre arrivassero a prendersi quel che restava dei miei timpani in qualche concerto in qualche sperduto locale dal soffitto troppo basso per casse troppo grandi. E piaceva a tutti, mediamente, ma poi arrivò Marco.

Ecco, Marco.

Marco suonava i fiati in una band reggae, genere che per me all’epoca rappresentava più o meno l’inferno in terra. “Che avrete da vivere in levare, qui, nel mezzo della pianura padana?” era la domanda che mi affliggeva ogni volta che sentivo partire un loro pezzo alla Festa dell’Unità. Ci provavo, a quei concerti, a dimenarmi a ritmo, ma il groove proprio non era cosa mia: avevo bisogno di chitarre, di rumore, di 4/4 pestoni, di ritornelli appiccicosi, di tonnellate di watt. Non scorderò mai le sue parole, quando gli misi le cuffie per fargli ascoltare il mio gioiello power-pop: “sembrano i Foo Fighters”. Che pugnalata.

Ma come ti permetti, pensavo (qui ci va una voce alla Max Collini). Questa qui è la storia dell’indie-rock americano anni ottanta che ritorna, e tu me la paragoni a quella sciacquatura di piatti della band di Grohl.

Gli borbottai qualcosa, palesemente infastidito – qualcosa che citava più o meno a memoria una delle svariate enciclopedie del rock che avevo sul comodino di casa – e me ne risalii su per le scale per tornare al bancone della biblioteca, con tutta l’austera gravità dei venti-e-qualcosa. Una scena decisamente comica, ma che diceva del me dell’epoca più di quanto fino a poco tempo fa volessi e potessi ammettere.

E allora iniziamola, quest’altra seduta di terapia.

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Tanto lo so che muoio
ma in fondo è meglio il niente
ora che aspetto il treno
mi merito di peggio
e lo so che è meglio se esplodo
(A Cosa Ci Serve, Fast Animals And Slow Kids)

E d’altra parte il mio mondo – ai miei occhi completo e giusto e rassicurante – era tutto lì, poggiato su solide fondamenta di chitarroni arrugginiti e voci ruggenti oppure quieti strimpellii e sussurri arresi. Quando c’erano tastiere o elettronica, dovevano essere povere, suonare come giocattoli o al più errori dettati dalla necessità – e infatti all’epoca Disintegration lo ascoltavo con un poco di imbarazzo, per quel suono gigantesco e trionfale che si espandeva ovunque. Era un mondo, insomma, in cui tra Dinosaur Jr e Foo Fighters c’era la stessa distanza che separa Mozart da Lady Gaga.

C’era ben poco altro perché quella era tutta la vita che avevo vissuto fino a quel punto.

Si dice che l’hardcore sia una musica che possono fare o ascoltare solo adolescenti che non abbiano ancora conosciuto il sesso, e le mie scelte musicali riflettevano un’esistenza poca, fatta di rari contatti fisici, molto rimuginare, moltissimo fingermi altro; un’esistenza ripiegata all’interno più che spiegata all’esterno; un’esistenza in cui, in certi giorni, il punto era solo e semplicemente sparire (so di averlo detto a Melania, l’unica volta che andai a trovarla a Venezia, e so anche di averla spaventata a morte).

Del resto, quanto faceva paura quel mondo là fuori.

C’era un’università che non riuscivo e non sarei mai riuscito a sbrogliare, c’erano relazioni perennemente insoddisfacenti e la musica che ascoltavo in quella prima metà di anni Zero ne era plastica rappresentazione. Scherzando, ero solito dire che la libreria del mio iPod sembrasse la pagina di necrologi di un quotidiano locale: a pensarci ora, penso ci fosse ben più di un legame tra come mi sentivo e il valore che attribuivo all’ascolto di artisti tormentati, che sembravano non farcela e infatti poi non ce l’avevano fatta. La conseguenza erano suoni che non si concedevano mai non dico gioia o speranza, ma almeno respiro: e anche dove questo spazio c’era, io sembravo non farci caso. Non era mai il mio punto.

Ma la verità è che anche quando tutto sembra immobile, ci stiamo comunque muovendo per andare da qualche parte.

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I did not become someone different
that I did not want to be
but I’m new here
will you show me around?
(I’m New Here, Gil Scott-Heron)

Tre anni fa ho steso la prima versione di una classifica dei miei cento album preferiti degli anni Zero – la trovate ancora, ve lo dico con un misto di vergogna e orgoglio, qui – e, se ci fate caso, i dischi che possono essere catalogati fuori da quel grande parco tematico per anziani che era il rock bianco già dieci-quindici anni fa si contano sulle dita di una mano. Quasi tutti scoperti, peraltro, in quelle rare occasioni in cui le riviste musicali che leggevo si degnavano anche di parlare d’altro che non fossero l’Impero e le sue imitazioni nostrane.

Sono ancora tutte cose che adoro, per carità, ma quanto mi fa sorridere che non ci siano cose diversamente seminali come Burial, Erykah Badu o gli Outkast. Non c’è neanche Kanye West, per carità, ma su quello – thanks, but no thanks – sono a posto così.

Eppure già qualcosa si muoveva, lì dentro.

I Radiohead di Kid A che portano al pubblico del rock l’ambient isolazionista e la techno; l’Europa che incontra l’Africa in Moa Anbessa di Getatchew Mekuria con gli Ex e in Inspiration Information di Mulatu Astatke con gli Heliocentrics; il giocherellare con gli arcobaleni di Strawberry Jam; la black music totale di Voodoo; il mondo che affonda nella notte nero cristallo di The Drift e affoga nella candeggina di Drum’s Not Dead. Erano prime prove generali per quello che sarebbe venuto nel decennio successivo, ma mi aiutano anche un poco a fare i conti con quel senso di immobilità di cui parlavo prima.

Non ero fermo, ora lo vedo chiaramente. Ero solo un ragazzo che sentiva inadeguata la cassetta degli attrezzi che si stava costruendo per accompagnarsi nell’età adulta.

Per anni è stato così. Tutto un tagliare le frequenze alle emozioni che mi concedevo di provare, tutto un immaginare che la vita mi passasse accanto piuttosto che accadermi. Pare allora naturale che i suoni e le parole in cui m’immergevo fossero altrettanto limitati, tanto che accostare i suoni di Dinosaur Jr e Foo Fighters mi pareva una bestemmia bella e buona (non fraintendetemi: lo è, e i Foo Fighters mi fanno ancora sanguinare le orecchie, ma non nell’esatto modo che pensavo a 23 anni).

Ma non sono mai stato una persona che non abbia scelto di essere, diceva Gil Scott-Heron.
È così che gli Anni Dieci sono arrivati e un poco alla volta ho iniziato a trovarmi.

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He excites me
must be like a genesis of rhythm
I get feisty
whenever I’m with him
if I’m butter, if I’m butter
if I’m butter, then he’s a hot knife
he makes my heart a cinema scope
he’s showing the dancing bird of paradise
(Hot Knife, Fiona Apple)

Le cose non procedono mai per salti, ma a piccoli gradini; i cambiamenti sono quasi impercettibili mentre li vivi; li riesci a cogliere come disruptive solo nel medio-lungo periodo. Vale lo stesso per le opere epocali, che esisterebbero ancora se solo gli concedessimo il beneficio della prospettiva.

Se recupero le classifiche di ognuno dei primi anni degli anni Dieci, ci rivedo il solito vecchio me insieme a qualche piccolo segnale di cambiamento, con una tendenza a riverire un po’ troppo i grandi classici. Voglio dire: ottimi album, Collapse Into Now dei REM, Bad As Me di Tom Waits, Unsound dei Mission Of Burma o Several Shades Of Why di J Mascis, ma è roba che ora considererei difficilmente per una top 10 di un’annata. Soprattutto, nei primi tre anni non c’è ancora traccia di jazz o elettronica o sperimentazione giovane: è solo nel 2013 che comincio a intravedere qualche spiraglio di novità avant che poi sarebbero rimaste con me, tra il sassofono mannaro di Colin Stetson e le sperimentazioni tra pop e cameristica di Julia Holter.

Però è proprio lì che la mia vita cambia radicalmente, e con essa i miei ascolti.
Morbidi e malleabili come il burro di Fiona Apple.

L’ultimo grande evento musicale dei miei vent’anni – a parte la tradizione del Primavera Sound, inaugurata proprio nel 2010 – accade nell’estate 2013 ed è insieme un concerto al Magnolia e una specie di nuovo inizio. La band si chiama Fast Animals And Slow Kids, viene da Perugia e mi fa rendere conto che esiste musica là fuori che, indipendentemente dal genere, voglio e posso chiamare mia senza dover aspettare che sia storicizzata da qualche dizionario o webzine (non ce li avevo fratelli maggiori illuminati, scusate). Diventeranno la mia band del cuore – mi vanto perfino di chiamarli amici – e saranno la miccia per il mio primo, vero abbraccio al presente: il momento in cui mi rendo conto che il mio qui e ora ha valore solo se accetto di accogliere le mie emozioni. Il passaggio fondamentale per poter poi iniziare a rielaborarle.

Nel 2014 vengo a vivere a Bologna e da allora, in vari monolocali consecutivi, conservo quasi esclusivamente gli album acquistati qui.

E sempre più, nel corso degli anni, gli scaffali si popolano di nuovi suoni e si aggiungono alla tavolozza colori che prima i miei occhi non mi avrebbero consentito di vedere: fragranze jazz (Sons Of Kemet, King Krule, Marc Ribot) e scansioni hip-hop (Kendrick Lamar, Kate Tempest, Moor Mother), ipnosi electro/techno/house (Cavern Of Anti-Matter, Jon Hopkins, Jamie xx) e nuovi orizzonti pop (St. Vincent, Holly Herndon, Lana Del Rey, Frank Ocean), si uniscono ai grandi amori del passato (Deerhunter, Radiohead, black midi, Big Thief, Swans, Godspeed You! Black Emperor) e i sensi prendono fuoco. È il momento in cui, esattamente come Steve – il protagonista di Mommy – anche io provo a smettere di vivere stretto in un riquadro 1:1 e allargo l’inquadratura con le mani fino a farne un 16:9, trovandoci tutto l’agio necessario per far entrare nel mio mondo il mondo intero.

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It’s hard
we got our heads down and our hackles up
our back’s against the wall
I can feel your heart racing
none of this was written in stone
the current’s fast but the river moves slow
and I can feel things changing
even when I’m weak and I’m breaking
I stand weeping at the train station
‘cause I can see your faces
I love people’s faces
(People’s Faces, Kate Tempest)

Un mese fa circa, Claudio mi ha invitato a partecipare alla classifica di fine decennio di Ondarock, per cui ero tornato a scrivere da poco – non lo ringrazierò mai abbastanza per aver insistito. È stata l’occasione per riprendere in mano post, classifiche e articoli scritti in giro per un’intera decade, e, sopra ogni cosa, chiedermi: “dove sei ora?”. La risposta è stata un’esplosione di colori fluorescenti, come la copertina di un vecchio classico della mia giovinezza – Warehouse: Songs And Stories degli Husker Du – che proprio ora sta girando sul mio stereo a volumi illegali.

Il sistema di selezione era accurato, basato su un confronto tra quello che ho amato e quello che effettivamente è stato centrale nel corso del decennio appena passato. Ovviamente era anche basato su notti insonni condivise con Claudio e Paolo in una chat Whatsapp in cui scambiarsi decine e decine di possibili combinazioni, suggerimenti e incastri per raggiungere la selezione perfetta (spoiler: non esiste). Ma era basato soprattutto sul voler mettere un punto ai miei progressi e prenderne coscienza“la rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”, scriveva Bob Mould.

Ho riascoltato tutto per settimane, e poi ho tirato fuori cinquanta album meravigliosi. Lo dico davvero senza alcun tipo di FOMO, che queste cose non hanno niente da invidiare ai leggendari classici degli anni settanta, ottanta e novanta: To Pimp A Butterfly è un disco importante né più né meno che Nevermind. Dopo anni di vita bolognese; dopo anni di relazioni che sono andate male ma ciascuna sempre un poco meglio della precedente; dopo anni di lavoro con un capo e dei colleghi che sono diventati tutti amici e ognuno di loro ha avuto qualcosa da insegnarmi – dico: chi l’ascoltava davvero, Bill Evans e Sun Ra, prima di lavorare a MLOL? – è come se tutto si fosse condensato in questa classifica.

Mentre ripassavo, prendeva corpo la consapevolezza di aver vissuto il primo decennio musicale completamente mio, con un sorriso di gioia dylaniano stampato sul viso – “I was so much older then, I’m younger than that now” -, e ripensavo a certe parole di Francesca: il presente può aiutare a rivedere il proprio passato sotto una luce nuova, senza rimanerne schiacciati e anzi imparando a portarsi dietro solo quel che serve.

Questi sono i miei cinquanta album degli anni Dieci.
Questo sono io, adesso, e non vedo l’ora del futuro.

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1. Deerhunter – Halcyon Digest
2. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
3. Julia Holter – Loud City Song
4. Maisie – Maledette Rockstar
5. Frank Ocean – Blonde
6. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell
7. Fiona Apple – The Idler Wheel…
8. Radiohead – A Moon Shaped Pool
9. King Krule – The Ooz
10. LCD Soundsystem – American Dream
11. Big Thief – Two Hands
12. Fast Animals And Slow Kids – Hybris
13. Lonnie Holley – Mith
14. Moor Mother – Analog Fluids Of Sonic Black Holes
15. Sharon Van Etten – Are We There
16. Cavern Of Anti-Matter – Void Beats / Invocation Trex
17. Marc Ribot’s Ceramic Dog – YRU Still Here?
18. Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend!
19. Anna Von Hausswolff – Dead Magic
20. Kate Tempest – The Book Of Traps And Lessons
21. Fucked Up – David Comes To Life
22. Sons Of Kemet – Your Queen Is a Reptile
23. Colin Stetson – New History Warfare Vol.3
24. Swans – The Seer
25. Gil Scott-Heron – I’m New Here
26. D’Angelo And The Vanguard – Black Messiah
27. Perfume Genius – Too Bright
28. Flying Lotus – You’re Dead!
29. Parquet Courts – Sunbathing Animal
30. Jon Hopkins – Immunity
31. David Bowie – Blackstar
32. Do Make Say Think – Stubborn Persistent Illusions
33. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything
34. Baustelle – Fantasma
35. EMA – Past Life Martyred Saints
36. Heroin In Tahiti – Sun And Violence
37. Pinegrove – Cardinal
38. black midi – Schlagenheim
39. Ezra Furman – Perpetual Motion People
40. Caterina Barbieri – Patterns Of Consciousness
41. Verdena – WOW
42. Sun Kil Moon – Benji
43. Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell
44. Sandro Perri – Impossible Spaces
45. St. Vincent – MASSEDUCTION
46. Scott Walker – Bish Bosch
47. Holly Herndon – PROTO
48. Protomartyr – The Agent Intellect
49. Jamie xx – In Colour
50. IDLES – Joy As An Act Of Resistance

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