Storia di un rifugio: la Shakespeare & Company

Storia di un rifugio: la Shakespeare & Company

Un piovoso pomeriggio di Marzo mi aggiravo per Parigi stanca e infreddolita, per niente accarezzata dalla magica atmosfera della Ville Lumiere. La mia compagna di viaggio si era rintanata al Museo d’Orsay per la sua seconda visita, e io, rara detestatrice di impressionisti, avevo valutato la possibilità di unirmi all’infinita coda per la mostra di Hopper con lo stesso entusiasmo di uno dei suoi soggetti, prima di desistere. Mangiate troppe crepes, ingollati troppi caffè da Starbucks, stanca di lottare con i francesi per farmi capire senza conoscere la lingua (circostanza odiosa per chi le lingue le studia), avevo solo bisogno di un rifugio alle delusioni della giornata. La Shakespeare & Company mi apparve all’improvviso a pochi passi da Notre Dame: mi ci precipitai, attratta dall’insegna giallo brillante e dalla calda familiarità dei titoli in inglese dei libri esposti.

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Trascorsi più di tre ore in quella tana polverosa e calda: l’intero scaffale dedicato alla Generazione Perduta, l’accento americano dei commessi, la musica jazz che risuonava soffusa, tutto mi faceva sentire a casa. Il piano superiore, a cui si accede da scale decorate da ritagli di giornale e buffi ritratti degli autori più famosi, è un vero e proprio paese delle meraviglie: novella Alice, suonai qualche nota di un pianoforte, conclusi una partita a scacchi con me stessa, scrissi una novella di tre righe con una vecchia macchina da scrivere, e infine mi accomodai su una vecchia sedia da teatro e iniziai i Fratelli Karamazov con Notre Dame che vegliava placida attraverso i vetri della finestra. Da allora, la Shakespeare & Co è uno dei miei luoghi preferiti al mondo.

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Facendo qualche ricerca sulla storia della libreria, ho scoperto di non essere certo la sola ad essersi rintanata lì in un momento di sconforto. Dalla prima libreria con questo nome a quella attuale, ai piedi di Notre Dame, generazioni di esuli (nella vita o anche solo per una giornata) hanno trovato rifugio in questo angolo ricolmo di libri.

La Shakespeare & Company originale fu aperta nel 1919 da un’espatriata americana di nome Sylvia Beach. A metà tra libreria e negozio di libri, divenne presto il punto di ritrovo della comunità americana a Parigi: John Dos Passos, James Joyce (del cui Ulysses Sylvia finanziò la pubblicazione) Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway ne erano i frequentatori più assidui, e tra gli altri Hemingway la menziona affettuosamente nel suo memoire parigino “Festa Mobile”:

“A quei tempi non c’erano soldi per comprare i libri. I libri li prendevo in prestito alla biblioteca circolante della Shakespeare & Company, che era la biblioteca e libreria di Sylvia Beach al numero 12 di Rue de l’Odéon. In una via fredda e spazzata dal vento era un posto simpatico, caldo e accogliente, con un grande camino in inverno, tavoli e scaffali di libri, libri nuovi in vetrina, e al muro fotografie di scrittori famosi sia morti che viventi. Sylvia (…) era gentile, disponibile ed interessata, le piaceva fare scherzi e spettegolare. Non ho mai incontrato nessuno che sia stato più gentile con me”.

Beach_HemSylvia e Hemingway (ultimi a destra) davanti alla libreria originale

La Shakespeare&Co divenne presto circolo letterario, galleria d’arte per artisti emergenti, fonte di ispirazione per aspiranti scrittori, nido accogliente per gli espatriati: la Generazione Perduta considerava questo angolo anglofono una casa in terra straniera, e tra le sue mura risuonarono le discussioni che portarono ad alcune tra le migliori opere del post-modernismo americano.
La sua bella favola si concluse nel 1940, quando la città venne invasa dai tedeschi e Sylvia, colpevole di aver rifiutato un libro ad un soldato tedesco e forse anche delle sue amicizie con intellettuali ebrei, fu costretta a chiudere.

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A regalare una nuova anima a ciò che poteva rimanere solo un luogo leggendario fu George Whitman. Americano, eccentrico ed illuminato, dopo un’infanzia nomade al seguito dei genitori e un’avventura alla “On the Road” per sfuggire alla Grande Depressione, George si stabilì stabilmente a Parigi. Qui decise di aprire una libreria, originariamente chiamata “Le Mistral” e in seguito battezzata “Shakespeare & Co” in onore di Sylvia, prima di lui libraia e ospite di una nutrita comunità di artisti e semplici amanti della parola scritta. Nei suoi viaggi intorno al mondo, George era rimasto fortemente colpito dalla generosità di chi l’aveva aiutato e accolto: per questo il suo intento era creare un luogo dove le persone potessero rifugiarsi, abitare, coltivare i propri sogni e aspirazioni. “Non essere inospitale con gli sconosciuti, potrebbero essere angeli travestiti”: il motto di George campeggia ancora sui muri della Shakespeare&Co, che fin da subito iniziò ad accogliere tra le sue mura chiunque volesse fermarsi per qualche notte.

sh2Il motto della libreria scritto sul muro, e accanto il ritratto di George con la scritta “il mio paese è il mondo, la mia religione è l’umanità”

Le regole che i Tumbleweeds, così George chiamava i suoi ospiti, dovevano rispettare erano semplici: lavorare un paio d’ore al giorno nella libreria, leggere un libro al giorno, e produrre un’autobiografia di una pagina da lasciare come segno del loro passaggio. Ad oggi, più di di 30.000 Tumbleweeds hanno dormito in questa “utopia sociale mascherata da libreria”, come il suo fondatore amava definirla, e per quanto molto ambita l’ospitalità continua tutt’ora. A dirigere la libreria dopo la morte di George è la figlia Sylvia, che come il padre dopo molti viaggi è approdata a Parigi per portare avanti la missione del padre e della libraia di cui porta orgogliosamente il nome. Con lei la Shakespeare & Co ha trovato nuova linfa, e ospita festival letterari, incontri con autori, corsi e conferenze. Da qualche mese ha aperto anche una caffetteria che propone menu a tema letterario.

sh5La libreria in “Midnight in Paris” di Woody Allen

Qualche giorno fa, nella mia home di facebook piena di opinioni più o meno valide e foto che non dovrebbero mai essere scattate, ho trovato un articolo. Raccontava di come la notte del 13 Novembre, a Parigi, una ventina di passanti si siano rifugiati nella libreria. Tra gli scaffali ricolmi di libri e le vecchie poltrone di pelle quelle persone non cercavano solo riparo dal freddo e dalla nostalgia di casa: la loro era una fuga da qualcosa di ben più tangibile e terrorizzante. Li immagino nascosti sotto i tavoli, nel buio della stessa stanza in cui io leggevo bagnata dalla luce grigia di Marzo. Nessuno avrà suonato il pianoforte, né osato battere sulla macchina da scrivere, tantomeno sfogliato un libro. Ma credo che offrendo loro un rifugio in quella notte di tenebra e insensatezza, la Shakespeare & Co abbia davvero realizzato a pieno la sua missione.

Ottavia Mapelli

 

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