“Voi ragazzi andate da qualche parte o soltanto dove capita?” Non capimmo la domanda, ed era una domanda maledettamente buona.
Sulla strada, Jack Kerouac

Lo so. Lo so. Mi sentivo umile e votato al fallimento.
La falsa partenza, Leonard Cohen

 

Intorno ai diciassette anni ho deciso per la prima volta di mollare, di fallire. Avevo piani grandiosi per la mia vita: a cinque anni volevo diventare un guerriero ninja, a undici insegnare Storia del Medioevo alla Harvard University e a tredici essere la prima collezionista mondiale di farfalle. Ma, a diciassette anni, ho capito che mi andava bene, che potevo anche non essere niente.

Da quel momento ho intuito, nel fallimento, come una dolcezza sconsacrata: una specie di anima languida, calda, nel corpo nero di un mostro.

Pur essendo in debito verso chi mi ha custodita ogni volta, non riesco a rinnegare quella sensazione di libertà, di liberazione, di resa sfacciata, che ha accompagnato la trama dei miei successivi risultati mancati: quasi fosse sempre più dolce, più soddisfacente arrendersi, fermarsi, non rispondere alle aspettative, piuttosto che obbedirvi come a un ordine, a una strada tracciata, a una pena da scontare, o ad una preghiera.

«Cara mamma,

grazie tante per la tua bella lettera. E per l’amor del cielo, smetti di preoccuparti per me. Non vi capisco proprio voi madri; e il vostro preoccuparvi fino all’esaurimento per dei figli che riescono benissimo a badare a sé stessi. Sto bene. Non lavoro, se non su quello che scrivo, mi è rimasto un ultimo dollaro, ma sono comunque soddisfatto. Non so nulla del futuro. Non posso prevedere quello che accadrà nelle prossime ventiquattr’ore. Ma non preoccuparti, andrà tutto bene. In qualche modo me la cavo sempre, e il mistero di ciò va oltre la mia comprensione.

Con amore, Johnnie»

da John Fante. Lettere 1932-1981 (Einaudi)




Mi piacerebbe poter dire un giorno, a cose fatte e ben accomodate, Ve l’avevo detto, ogni cosa era nei piani e tutto è andato bene lo stesso; vorrei avere una sfera di cristallo e vedere la faccia di tutti, compresa la mia, davanti allo spettacolo della mia vita (che vorrei si rivelasse essere, alla fine, una commedia leggera); vorrei avere almeno qualche certezza, con cui difendermi dagli altri e da me stessa, ché se fossi certa di essere irrimediabilmente fallita potrei, ad esempio, metterci una pietra sopra e cominciare di nuovo da qualche parte o non cominciare affatto, mentre così è ancora tutto perennemente in gioco e ancora non so se chi mi ha fatto le carte, mi ha chiamato vincente; per il momento vivo in un limbo in cui a giorni alterni sembro una piantina di mentuccia senz’acqua da un mese e poi un campo di colza rifiorito all’improvviso. Qualcuno a questo punto dovrebbe dirmi: Così va la vita.

Disastroso essere un cervo ferito.
Io sono il più ferito, braccato dai lupi,
e anch’io ho i miei difetti.
La mia carne è presa all’ Amo Ineludibile!
Da bambino ho visto tante cose che non volevo diventare.
Sono la persona che non volevo diventare?
La persona che parla da sola?
La persona che i vicini prendono in giro?
Sono io quello che, sulla scalinata del museo, dorme sul fianco?
Indosso i panni di un fallito?
Sono io lo scemo del villaggio?
Nell’immensa serenata delle cose,
sono io il passaggio più soppresso?

(Salve…, Gregory Corso, in Gasoline, trad. Damiano Abeni, ed. minimum fax)

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Tra tutti i poeti della Beat Generation – che amo tutti moltissimo perché in nessun altro posto al mondo trovo la stessa libertà, dea vagabonda, di essere, divincolarsi, sciogliersi dalle catene – Gregory Nunzio Corso, devoto di Percy Shelley, è il più intellettualmente innocente, sperduto e indifeso, e delinquente e ironico, e per questo il mio preferito.

Nasce nel 1930 da genitori italiani, nel «centro bohémien letterario più brillante d’America, il Greenwich Village» (Fernanda Pivano): se non è predestinazione questa. I suoi primi anni di vita seguono però il cursus honorum di chi nasce sotto una cattivissima stella: orfanatrofio, manicomio, riformatorio e poi galera, «dove un vecchio mi diede da leggere I fratelli Karamazov, I miserabili, Il rosso e il nero e così studiai, e fui libero di pensare e sentire e scrivere. Uscii dalla prigione amando gli uomini perché tutti gli uomini che vi incontrai erano orgogliosi e tristi e belli e perduti, perduti».

Uscito di prigione e tornato nel Greenwich Village, Gregory incontra Allen Ginsberg per caso, in un bar, e la sua vita, come potete immaginare, cambia per sempre.




«Gregory era un giovane duro del Lower East Side che sorse come un angelo sui tetti e cantò canzoni italiane dolci come quelle di Caruso e Sinatra» scrive Kerouac commentando la seconda raccolta di poesie, Gasoline (Benzina), che Corso pubblica nel 1958 per la City Lights di Lawrence Ferlinghetti, mentre lo stesso Ginsberg nell’introduzione così si esprime: «Saremo noi i mitici dannati se accantoniamo questa poesia. Probabilmente Corso è il più grande poeta d’America, e sta facendo la fame in Europa.»

«Era un birbante ma anche un cherubino della poesia: dovunque passava seminava guai e disastri, però anche le più belle poesie che siano state scritte negli ultimi cinquant’anni da un americano.» (Fernanda Pivano)
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Allen Ginsberg, Gregory Corso e Barney Rosset. Washington Square Park, New York, 1957 (ph Burt Glinn)

Scommetterei tutto ciò che ho per convincervi che, al fondo di tutte quelle domande nella sua poesia, Gregory stia sogghignando: lo humor – che lui stesso definiva «il divino macellaio» – prima di tutto. Philp Roth avrebbe detto: «Avete scelto il candidato sbagliato! Non sono abbastanza serio per soffrire così». Però io ci rimango male lo stesso. Sono la persona che non volevo diventare?

In bilico continuo tra la mentuccia disidratata e la colza spocchiosa, tra il voler essere un mastino che ringhia e non molla ma anche un gatto grasso e assonnato, è il dubbio che mi tormenta. Quei punti di domanda.

Il dubbio che, prendendo l’una o l’altra direzione, mi sfugga qualcosa. Il dubbio, in realtà, che io possa confondere e scambiare ciò che voglio diventare con ciò che non voglio diventare. Il dubbio, alla fine, che ciò che sono – un pesce tranquillo – possa essere letto come un fallimento.

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3 COMMENTS

  1. I miei complimenti a Stefania, un articolo straordinario che porta a molte riflessioni, scavarsi dentro e porsi qualche dubbio.

    • Grazie mille ancora! Avere un riscontro è il miglior regalo possibile, mi sento onorata.

  2. Quest’articolo è straordinario, stimola riflessioni molto profonde e a porsi anche qualche dubbio. Stefania è bravissima, complimenti!

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