Roma, ex Mira Lanza | Un po’ di possibile

Roma, ex Mira Lanza | Un po’ di possibile

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C’è un’aria strana, intorno all’Ex Mira Lanza a Roma. Il cielo è grigio e basso e l’aria è fredda in un gennaio che la città non viveva da anni. Non molto lontano da qui, nevica. Da dentro la struttura si alza il fumo di un piccolo rogo. Deve essere Tito, il guardiano, che si scalda bruciando quello che trova. Vive dentro l’ex fabbrica di saponi chiusa nel 1957. Abusivo nell’abusivo, a detta di chi vuol tenere chiusi questi cancelli. Eppure dentro questo apparente degrado è nato e resiste qualcosa di molto buono. 

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L’Ex Mira Lanza è un relitto industriale. E’ archeologia dell’otto-novecento. Camminando lungo il perimetro della struttura vengono in mente i documentari sulla periferia di Detroit. Fabbriche basse, ciminiere, abbandono. Silenzio. Con un po’ di fantasia questa strada del quartiere Marconi diventa improvvisamente la “eight mile”. Là, la linea di demarcazione tra il quartiere bianco e quello nero. Qui, la linea Maginot tra l’urbanizzazione e l’abbandono. Non c’è malinconia, però, tra le strutture di mattoni rossi. Le campane suonano dalla chiesa del Divino Lavoratore. Il campanile è una ciminiera che sale al cielo a spirale. L’operaio ha costruito il tempio a immagine e somiglianza della sua fatica e delle sue soddisfazioni. Il lavoro era già una benedizione, un miracolo. Sulla parete del vicolo che la precede, in una serie di bottiglie tagliate a metà crescono fiori, piantine e aromi. Un tentativo di jardin partagé alla romana, che è miracolosamente sbarcato qui prima che altrove. 

Jardins partagés alla romana.
Jardins partagés alla romana.

Camminando a ritroso, a questo vicolo si accede dopo aver superato con lo sguardo strutture di dickensiana memoria. C’è la scuola elementare Giovanni Pascoli, che resiste di fianco a una fila di ex case operaie abbandonate e dismesse. Sempre i soliti mattoncini a vista. Memorie operaie e infanzie nuove, come Le ceneri di Angela. C’è il Mulino Stadlin, che da snodo dei cereali sul lungo Tevere è stato riqualificato in un grande condominio. Appartamenti, locali, ristoranti e uffici in stile post industriale; habitat ideale per hipster, architetti, fotografi e famiglie post moderne che qui vivono allo stato brado, calati nel loro ambiente naturale. Mica stanno tutti al Pigneto e sulla Portuense.

Poi c’è l’opera. Quella con la O maiuscola. Ed è dentro il relitto. Lo tiene a galla. L’Ex Mira Lanza Museum è aperto 24h su 24. Ingresso libero. No bagni. No giftshop. No tacchi. (cit). Si entra dopo aver attraversato il buco nella rete in via Avogadro. Una volta dentro, poi, chiedere di Tito. Il museum manager, appunto.

Lampedusa
Lampedusa

Per due mesi, un anno fa, Seth, un artista francese, ha attraversato quel buco carico di bombolette, vernice, idee. Per due mesi ha dato forma a un’opera che nasce e vive grazie alla decadenza, alle rovine e alla sporcizia che invadono questo spazio. Tutto cresce sopra le ceneri del grande rogo di libri avvenuto nell’archivio della ex fabbrica nel 2013. Che “i libri bruciati non sono mai una cosa buona” e allora la “galleria” di Seth nasce così. Nasce per questo. Il viaggio pittorico dell’artista è una narrazione continua sui libri. Su ciò che sono. Su ciò a cui servono. E’ un racconto che non dimentica nemmeno la storia recente e tutto ciò che dai libri, ancora, non ha imparato.

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“Garbage and Beauty. Shit and Wonder”, si legge sul sito dell’opera. La ex Mira Lanza è un luogo schizofrenico. E’ un viaggio per immagini nel nostro tempo. In ciò che ha perso e in ciò che può recuperare. E il recupero inizia dalla ripresa dei luoghi che credevamo persi per sempre. Dal cimitero della rivoluzione industriale l’arte si trasforma in una sorta di fenice delle idee.

Vedere per credere.
E sperare anche un po’.

“Un po’ di possibile, sennò soffoco” – Gilles Deleuze. 

[scorrete fino in fondo, ndr]

Palmyra.
Palmyra.
Libido Scientia
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Verba volant, scripta manent.
Verba volant, scripta manent.

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