Return to Monkey Island | A volte, nel silenzio, riesco ancora a...

Return to Monkey Island | A volte, nel silenzio, riesco ancora a sentire le scimmie

“Guarda dietro di te, una scimmia a tre teste!”


Come non rievocare certe gag, dopo tutti questi anni di amore per le avventure di Guybrush Threepwood, il temibile pirata alla ricerca del segreto di Monkey Island, sempre in lotta con il pirata zombie LeChuck.

Era il 1990 quando Ron Gilbert, in collaborazione con Tim Schafer e Dave Grossman, pubblicavano The secret of Monkey Island. All’epoca le avventure grafiche in stile punta-e-clicca, tutte dialoghi ed enigmi, andavano per la maggiore. La Lucas Arts, con il suo sistema SCUMM, aveva prodotto pietre miliari del genere (Maniac Mansion, Zak McKracken e Sam & Max per citarne qualcuna) intrise di ironia e ottimo materiale per spremere meningi che sono rimaste nel cuore dei videogiocatori dell’epoca.
The secret of Monkey Island ed il suo successore LeChuck’s revenge rimangono però, a parere di chi scrive, tra le esperienze più belle di quel periodo: personaggi meravigliosi, battute rimaste nella storia, duelli di insulti di spada, grog e scimmie, tante scimmie.

GROOOOGGG!!
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Poi la magia è finita, l’intero genere ha perso popolarità e, nonostante la pletora di aficionados, anche le storie di Guybrush ne hanno risentito. Il terzo capitolo, The curse of Monkey Island, orfano dei creatori Ron, Dave e Tim, ha diviso gli appassionati, a causa di una grafica ed una presentazione dei personaggi eccessivamente più cartoonose e per una minore brillantezza, sia in termini di trama e di gameplay. Ad onor del vero rimane un buonissimo capitolo con momenti memorabili, a detta di chi scrive, vuoi anche per il valore affettivo (è stato il primo capitolo da me giocato N.d.A.). L’avvento poi della grafica tridimensionale con un sistema di gioco basato sulla tastiera decisamente poco funzionale ha affossato poi Escape from Monkey Island, di cui si ricordano una storia carina ma momenti di frustrazione profondi (Monkey Combat, anyone?). Ci hanno poi provato i ragazzi di Telltale games pochi anni fa a ridare lustro alla serie, pubblicando sotto la supervisione di Ron Gilbert stesso il buono ma non memorabile Tales of Monkey Island.

La storia sembrava destinata a chiudersi così, ma qualche anno fa il buon Ron ha ripreso a parlare della serie, creando subito fibrillazione tra i fan che, a sorpresa pochi mesi fa si sono ritrovati tra le mani l’annuncio di Return to Monkey Island, capitolo nuovo di pacca stavolta con coinvolgimento diretto di Gilbert e Grossman. La curiosità e, tanto quanto, il timore erano alle stelle.
Cosa ci potevamo aspettarci da Ron dopo tanti anni? Come se la sarebbe cavata nel 2022 con una avventura del genere? Sicuramente l’attesa è stata complessa, soprattutto nel momento in cui sono state svelate le prime immagini del gioco, presentando una veste grafica decisamente particolare che ha suscitato critiche tanto aspre da spingere Gilbert ad interrompere qualsiasi comunicazione a riguardo fino alla pubblicazione.
Adesso, però, Return to Monkey Island è realtà e possiamo tirare le somme.

Signori e signore, ci siamo!
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“Molto appropriato, combatti come una mucca!”

Operazione nostalgia o ritorno agli albori? La nuova avventura di Guybrush è un po’ entrambe le cose, ma solo un po’.
Nonostante tutti i capitoli vengano considerati nella continuity della serie, Return to Monkey Island riparte dallo strambo e per certi aspetti sconvolgente finale di LeChuck’s revenge, con un Guybrush bambino ed il fratello Chuckie che si godono le loro avventure in un parco giochi a tema piratesco. Nessun timore, però, i giusti binari vengono ripresi in poco tempo e con coerenza.

La sensazione che si ha nei primi istanti di avventura vera e propria, è quella di avere un reale successore al terzo episodio della serie. Sistema di gioco da avventura grafica classica, con inventario a scomparsa e movimento e azioni gestiti tramite mouse come ai vecchi tempi. L’interfaccia di gioco è molto più snella, non ci sono più le diverse azioni selezionabili in stile SCUMM, ma tutto viene gestito con i due tasti del mouse stesso, risultando in una gestione sicuramente più snella e intuitiva, che per i puristi risulterà però semplicistica.

L’approccio più moderno e che strizza l’occhio ai giocatori meno accaniti, è caratterizzato da un sistema di aiuti in realtà ben contestualizzato con storia e ambientazione, che rischia di semplificare eccessivamente la progressione nel gioco. Va detto che, pur trovandoci di fronte a due livelli di difficoltà (casual e difficile), anche la modalità più impegnativa presenta enigmi la stragrande maggioranza delle volte logici ma non particolarmente impegnativi. Nel corso del gioco, la qualità in questo senso sicuramente cresce e raggiunge il suo picco tra la terza e la quarta parte della storia, ma rimane la sensazione di prove ben più approcciabili e meno geniali che in passato. Si sente anche la mancanza dei duelli di insulti, uno dei punti cardine dei primi episodi, ma, per come è sviluppata la trama, inserirli sarebbe stata probabilmente una forzatura e, almeno, ci siamo evitati una potenziale oscenità in stile Monkey Combat (la frustrazione a riguardo non finirà mai N.d.A.).

Hello there!
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“Sei più repellente di una scimmia in négligé”

Giudicare il comparto tecnico non è semplicissimo.
Da un lato abbiamo un sonoro inattaccabile, con musiche e temi classici della serie, che hanno fatto innamorare i vecchi fan, ed il ritorno di Dominic Armato come voce del temibile Threepwood. Davvero poco da dire a riguardo, c’è solo da aprire le orecchie e gioire.
Dall’altro abbiamo una veste grafica decisamente spiazzante. Se i primi episodi della serie, compatibilmente con i limiti tecnici di allora, presentavano personaggi con fattezze “realistiche”, in Curse ed Escape abbiamo un look più cartoonoso classico che, almeno per quanto mi riguarda, era perfettamente coerente col gioco. Stesso dicasi per Tales, per quanto in quel caso si fosse visto un restyling tridimensionale non indifferente dei personaggi.

In questo caso abbiamo una grafica mista bi\tridimensionale, con un approccio più classicamente bidimensionale ma con un design sì cartoonoso ma decisamente stravagante, con personaggi più stilizzati ben lontano da qualsiasi rappresentazione passata. Dal mio punto di vista la scelta è vincente, anche perché la qualità visiva di personaggi e scenari, tutt’altro che privi di dettagli e colori, è davvero ineccepibile e, già dopo pochi minuti di gioco, risulta perfettamente naturale e sposando alla grande l’atmosfera di questo ritorno. Rimango convinto del fatto che una scelta simile continuerà a dividere, ma la trovo sicuramente più coraggiosa e coerente di un ritorno ad estetiche già utilizzate, che sarebbero puzzate di vecchio. Allo stesso tempo, trovo che la veste sia molto più adatta e apprezzabile di quella puramente tridimensionale di Tales of Monkey Island, che risultava decisamente anonima.

Combatti come una mucca!

“Mi chiamo Guybrush Threepwood e sono un temibile pirata!”

E questo era il contenitore del nuovo Monkey Island, ora veniamo alle cose davvero importanti, ossia il contenuto.
L’incipit narrativo è tanto semplice quanto banale ma doveroso: LeChuck, pirata zombie e storica nemesi di Guybrush e della moglie Elaine, sta per salpare (ancora una volta) alla ricerca del segreto di Monkey island. Cosa può fare il nostro temibile pirata, pur senza nave e senza flotta, se non mettersi in viaggio per precederlo? Il problema è che anche a Melée Island, dimora del nostro, sembrano passati degli anni così come nella realtà e tante cose sono cambiate: i pirati sono cambiati, il governatore è cambiato, il grog è stato sostituito da bibitacce a base di lime e avocado.
L’evoluzione narrativa non è così lontana da quella degli episodi passati, inoltre l’umorismo e le gag che strizzano l’occhio al passato sicuramente non mancano. Si può passare parecchio tempo ad interagire con oggetti inutili solo per sentire cosa ne pensa il nostro Guybrush. In quel senso sembra che nulla sia cambiato, nonostante siano passati 30 anni dal primo episodio e l’operazione nostalgia è sicuramente vinta.
Il problema è che in questo capitolo della serie manca comunque del mordente e mancano personaggi secondari memorabili che ci rimangano nel cuore. Anche vecchie glorie come Wally, il teschio Murray o Carla non hanno lo spessore di un tempo.
Da un altro lato, un aspetto che si percepisce in modo forte durante tutta l’avventura e che viene esplicitato una volta terminato il gioco nel commovente album dei ritagli di Guybrush, è la volontà di guardare al passato con gli occhi di oggi. Guybrush, come Gilbert, è ormai un adulto padre di famiglia e con questo spirito, coerentemente, affronta le avventure che gli si parano davanti. In questo senso, l’operazione nostalgia anche qui riesce perfettamente, dato che anche noi siamo invecchiati con loro e la sensazione di immersione che ne risulta fa scendere un’affezionata lacrimuccia. L’apice di tutto questo si ha proprio col finale del gioco, con il quale la lacrimuccia diventa anche piacevolmente malinconica, ma, almeno nel mio caso, senza mai essere rapito davvero come succedeva in passato.

“Spegni il computer e vai a dormire”

Quindi il vero problema alla fine è: cosa rimane dopo?
Leggo tante recensioni entusiastiche e, per certi aspetti, sono entusiasta anche io di questo ritorno: è un tuffo in un passato glorioso, comunque ci si diverte e si ride tanto…ma, a voler essere il più asettici possibile, Return to Monkey Island passa via con troppa leggerezza a causa di un livello di difficoltà non adeguato e di trama e personaggi non a livello dei vecchi fasti. Rimane sicuramente un buonissimo gioco, anche un degno seguito (e probabilmente finale) della serie, che ne risolleva la qualità e non riesco a non apprezzare lo spirito e l’amore con cui Gilbert e Grossman hanno dato vita a questa loro creatura.
Ma il mio pensiero (e probabilmente anche diverse ore del poco tempo libero che ho), torneranno ai primi due episodi della saga, ad oggi e probabilmente per sempre, tra i giochi più belli che abbia potuto vivere.

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