Pianura a pedali/5 | Sull’argine piacentino nel mese dei laurtìs

Pianura a pedali/5 | Sull’argine piacentino nel mese dei laurtìs

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La sacra pianta è spuntata ormai ovunque.

È il germoglio del luppolo selvatico, laurtìs a Vescovato (CR), luartìs nel resto del cremonese e bruscandolo in italiano. La tesi più accreditata è che i miei compaesani abbiano invertito le vocali per assonanza con laùur tìis, cosa tesa, del resto si parla di una specie di asparago rampicante.

Tra marzo e aprile il laurtìs popola le rive di quasi tutti i fossi e alcuni argini, da allora quasi nessuno esce di casa senza una sportina, una borsa da riempire con questi piccoli germogli verdi con i quali si faranno i migliori risotti e frittate dell’anno.

Il laurtìs non va confuso con il più raro asparago selvatico, che si vede ogni tanto svettare sugli argini, bellissimo e dritto come gli asparagi dell’orto ma illegale da raccogliere come quasi tutte le cose buone.

Ho conosciuto il percorso di oggi proprio nel mese dei laurtìs, quando, neocremonese, cercavo una nuova strada del cuore con partenza dalla città. Un giorno, origliando conversazioni altrui, ho scoperto che c’era modo di arrivare via argini a Monticelli d’Ongina, proprio dove si trova un grande bosco che contiene abbastanza germogli da sfamare le due province. Dopo innumerevoli tentativi ridicoli di portarmi su questa strada senza puntare verso il parmense o senza gettarmi su una statale mi sono rassegnata a chiedere informazioni e sono riuscita a farmi indicare la sterrata che, poco al di là del fiume, passa sotto al ponte e porta in quel magico mondo dai colori nuovi e dall’aria completamente diversa che è la golena piacentina.

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Il lungo argine asfaltato prende il via da una piccola casetta con graffiti e attraversa un’infinità di campi che cambiano colore ogni mese e piante che stanno mettendo fiori bianchi e rosa tenue mentre ovunque crescono indisturbati ciuffi di colza gialla, volata qui negli anni scorsi da qualche campo. L’aria è invasa dalla neve dei pioppi, che ho sempre amato a dispetto degli allergici, e mentre pedalo osservo i campi sotto di me, ora verdi e marroni ma pronti a tingersi del rosso dei papaveri fino ai casolari all’orizzonte.  Dopo qualche chilometro arrivo ad un incrocio sorvegliato dalla Madonna del Fiume, sulla cui nicchia è incisa la scritta salmodica  “viderunt te aquae et timuerunt”  (Salmi, 77, 15); la via di fronte alla statua porta a Castelvetro, primo baluardo piacentino al di qua del ponte e luogo di un’antica fortezza romana, da cui castrum vetus,  diventato poi Castelvetro. Le antiche leggende delle genti del Po narrano però di un vero e proprio castello con grandi finestre di vetro, ora inghiottito dalle acque del Grande Fiume a causa delle tristi vicende della duchessina Margherita e della fine tragica di un torneo cavalleresco indetto per eleggere il suo futuro sposo. Mi lascio a sinistra il castello che non c’è e la duchessa triste, la statale e le insegne luminose, il bowling e il karaoke e rimango sul mio argine fiorito, circondata da frutteti, cascine abbandonate, fienili con splendidi rosoni, fattorie con capre, cavalli, galline e oche, giardini con piante da frutto ed esotiche. All’orizzonte, come sempre, i campanili: sono quelli di Olza e Fogarole da cui in vari orari arrivano le note dell’Ave Maria accompagnate dall’abbaiare di cani nei cortili lontani.

E i campanili lontani.
E i campanili lontani.

Avvicinandosi a Monticelli d’Ongina, capitale dell’aglio, non è raro venire accolti dal forte odore della pianta che si diffonde ben oltre i confini comunali raggiungendo la vicina autostrada e questi argini frequentati da un gran traffico di runner, camminatori, pensionati a torso nudo, ciclisti in tutina, ciclisti su bici reclinate e tandem.

Una nuova casetta coi murales, la terza dalla partenza, mi annuncia di essere arrivata al mio bosco dove perdo qualche ora tra raccolta, breve discesa a barche e baracche dell’attracco fluviale e debita sosta ristoratrice nel circolo di fiducia. Risalgo in sella e sono di nuovo sul mio argine, qualche minuto e incrocio a destra la via che porta alla verdissima Isola Serafini, la più grande del fiume, un cuore sbilenco di terra in mezzo alle acque, non lontano dal punto dove l’Adda confluisce nel Po.

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Anche qui rimando all’estate la gita ai due sbarramenti e alla centrale idroelettrica di Isola Serafini e proseguo tra le curve che la campagna suggerisce, ancora qualche giorno e questi cieli saranno solcati dai finti arcobaleni degli irrigatori, che regaleranno docce di fosso a tutti i fortunati ciclisti che saranno al posto giusto al momento giusto. O sbagliato al momento sbagliato, so che la doccia di fosso non piace proprio a tutti.

Una fattoria con galline indisciplinate indica che siamo arrivati alla frazione di San Nazzaro, paese di barcaioli e cavatori detti “sabbiaioli”, infatti, girando a sinistra si sente subito il frastuono della cava di sabbia che invade di polvere e camion quell’angolo di fiume. Proseguendo sulla ciclabile il disegno a terra di un occhio e la scritta didascalica “ocio!” avvertono che si sta per incrociare una strada a grande scorrimento:  è il ponte di San Nazzaro che porta sulla sponda lodigiana e che permetterebbe di tornare a Cremona tra imprese titaniche, strade sterrate e coniglietti selvatici.

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Oggi mi sento poco eroica per cui resto sulla sponda di San Nazzaro, che in inverno potrebbe sembrare un luogo dimenticato da Dio, ma, dalla primavera in poi, si trasforma nella Mauerpark berlinese: nei giorni di festa, infatti, l’ampio boschetto che si apre in riva al fiume è tutto un brulicare di gente che griglia, musica di ogni genere, bambini che corrono, palloni che volano, bancarelle, gare di motonautica e di motorette d’acqua telecomandate. Oggi è Pasquetta e scenderei volentieri ad unirmi ad ognuna di quelle grigliate da cui si levano decine di colonne di fumo invitante, ma il dovere mi chiama e proseguo verso l’ultima tappa, Caorso, il paese della centrale nucleare e soprattutto  il punto di arrivo della ciclabile via Po che qui si interrompe impedendo ai ciclisti cremonesi di arrivare a Piacenza e viceversa.

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Io ho provato una volta a proseguire, convinta di poter beffare la sorte, con la mia vecchia bici e il suo cestino fatto a gerla, e sono finita inizialmente sulla statale e poi sul cavalcavia, confermo che è una storia brutta, di traffico e maledettissimi ladri di biciclette e cestini da funghi. All’ingresso di Caorso finisce quindi anche il mio ennesimo giretto tra nuvoloni scenografici, profumi di griglia provenienti da prati e nei cortili apparentemente deserti e un discreto bottino di laurtìs da portare a casa e far cucinare a mani più sapienti di queste, non mi resta che tornare sui miei passi puntando dritto al vecchio Torrazzo che dall’alto sorveglia pazientemente le sponde dell’una e dell’altra provincia.

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Mauerpark di San Nazzaro

 

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