L’ultimo rigore di Federico Buffa

L’ultimo rigore di Federico Buffa

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L'abito adatto per calciare un rigore

Anno 1998, Giugno.
Negli Stati Uniti, due telecronisti italiani stanno seguendo le finals dei playoff NBA.
Si gioca a Salt Lake City, gara 6: Chicago Bulls, con 3 partite vinte nella serie e alla ricerca della quarta e ultima vittoria, contro gli Utah Jazz fermi a 2 vittorie.  I Jazz sono ancora digiuni di titoli NBA, i Bulls cercano il sesto titolo della loro storia, il terzo di fila in tre anni, il three-peat.
Ultimi 30 secondi della gara, Utah sopra di un punto. Karl Malone tiene palla di spalle al canestro, Michael Jordan se ne frega completamente dell’uomo che sta marcando, va alle spalle di Malone e gli ruba la palla.
Jordan arriva nella metà campo avversaria, meno di dieci secondi rimasti sul tabellone.
Contro di lui solo Bryon Russell a difendere. M.J. temporeggia.
Jordan improvvisamente finta in crossover e tira, Russell è spiazzato.
“The shot”.
Canestro della vittoria. E’ ancora titolo per i Bulls.
Flavio Tranquillo, il cui cuore tachicardico si può ancora sentire nei video su youtube, ha perso la testa e invoca M.J. ripetutamente, come fosse un dio.
Al suo fianco Federico Buffa, l’avvocato, prova a raccontare quanto successo, ma le parole sono troppo poche e lo stupore tanto.
La telecronaca sportiva nella sua essenza più pura.

È andata così.
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Fast-forward: anno 2019, Marzo.
La mitica coppia Tranquillo-Buffa è scoppiata da un po’. L’avvocato ha abbandonato da qualche anno la telecronaca NBA e, dopo una breve parentesi calcistica, ha iniziato a dedicarsi a ciò che gli piace maggiormente fare: raccontare storie.
E, non pago di avere la sua trasmissione televisiva, da qualche anno ha iniziato a raccontarle anche a teatro. Ed è proprio a teatro che l’avvocato propone il suo nuovo spettacolo: “Il rigore che non c’era”, per cui ho approfittato di una tappa vicino casa per vederlo in questo contesto atipico.
Mi aspettavo una sorta di soliloquio sportivo, ricco di aneddoti e di dettagli che forse meglio di me avrebbe potuto comprende mio padre, ed in un certo senso è stato così. Ma non solo.
Già il fatto che l’avvocato non fosse da solo sul palcoscenico si scontrava con queste aspettative. Che ruolo potevano avere altri attori su quel palcoscenico?

Ma basta domande, il palcoscenico è lì di fronte a me: è scarno, ci sono solo un finto balcone, un pianoforte, una chitarra ed un tavolo con dei seggiolini. E l’immancabile pallone da calcio.
Giù le luci, sul balcone sale Jvonne Giò, che inizia a cantare un brano stile bossa nova. Compaiono poi Alessandro Nidi, al pianoforte ad accompagnare il brano, e Marco Caronna, speaker radiofonico.
La musica finisce e Marco inizia a raccontare: Estrella Polar contro Deportivo Belgrano, campionato argentino, anni ’50. Si gioca a Rio de Janeiro, l’Estrella è in fondo alla classifica, il Deportivo deve vincere per conquistare il titolo. Mancano pochi secondi, mischia in area e l’arbitro concede un rigore inesistente al Deportivo.
Marco in quel momento è il portiere dell’Estrella e deve pararlo, quel rigore, perché parare vorrebbe dire poter avere in sposa la donna che ama. E’ una promessa tra lei e lui: matrimonio se lui non avesse preso gol in quella partita.
Marco è pronto e l’arbitro fischia, ma in quel momento entra in scena Federico Buffa che calcia il rigore.
E segna.
Il Deportivo vince partita e campionato, il sogno d’amore del portiere dell’Estrella non sarà realizzato.

Vestito di solo narcisismo (ma ogni tanto ci vuole, eh)

Cosa sarebbe successo se l’arbitro non avesse concesso quel rigore? Cosa se il portiere avesse parato?
E cosa sarebbe successo se Pelé non avesse segnato il suo millesimo gol?
Cosa se Garrincha avesse accettato di andare a giocare in Europa abbandonando il suo Brasile?
E se Cassius Clay fosse andato in Vietnam invece di cambiare nome e fede religiosa?
E se Best non avesse ceduto il suo posto di batterista dei Beatles a Ringo Starr?
E che dire dell’eventualità in cui Wernher von Braun avesse lasciato la pelle in Germania durante la seconda guerra mondiale invece di andare negli Stati Uniti e progettare il razzo tramite il quale l’uomo sarebbe sbarcato sulla Luna?
Ehi, momento, momento, momento. Non si parlava di sport? Forse è meglio fare un piccolo passo indietro.

Parliamo dei personaggi presenti sul palcoscenico, marcatamente contrapposti in quanto a caratterizzazione. Marco, dicevamo, è uno speaker radiofonico intrappolato nel suo ruolo ed intrappolato sul palcoscenico assieme ad Alessandro, entrambi sotto il controllo di Jvonne, che nell’ombra, come un fantasma, tiene in pugno i due e detta lo scorrere del tempo tramite la musica. Marco e Alessandro sono vecchi, stanchi e mal vestiti, troppo provati da tutto ciò. Arriva quindi Buffa, che interpreta sé stesso: telecronista di successo, personaggio del grande schermo. Gli altri lo vedono come un salvatore, come qualcuno che può raccontare le storie che tutti vogliono sentire. Buffa, vestito al suo solito come un “damerino”, ci sta e racconta, ma, quando può, prova a fuggire dietro le quinte per poi ritrovarsi sempre su quel palco.
Come spiega Marco, ci sono solo due porte di uscita, una rossa ed una nera, ma quale sarà quella corretta? Quale scegliere?

Quando si decide tutto in una volta sola. Il rigore è la forma più crudele dello sport
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L’imprevisto e la scelta, con tutte le possibilità che sarebbero potute essere sono il vero fulcro di questo spettacolo, in cui l’Avvocato racconta storie su storie apparentemente slegate tra loro, partendo dal suo primo amore, lo sport, e divaga tra musica, spettacolo, storia e politica in un susseguirsi di sliding doors talmente dense di dettagli e aneddoti da stupire e da farci chiedere se siano tutti veri e, se sì, come diamine faccia a conoscerli tutti.

Federico Buffa ha fatto della sua passione e della sua curiosità il suo lavoro ed ha saputo metterli in scena in uno spettacolo che rischia di essere pretenzioso, ma che lui si può permettere e che fa funzionare. Il suo ego è enorme ma è Federico a controllare il suo ego e non il contrario, così che il suo carisma ed il suo magnetismo appassionino come pochi altri e le storie siano le vere protagoniste.

E alla fine, quando scopre che la porta nera è sempre stata sbarrata e che c’è solo una strada da prendere per non fare altro che girare in tondo, Buffa diventa consapevole di essere costretto a continuare a fare quello che gli piace di più.

Prendere il pallone e raccontare un’altra storia.

 

 

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