Kentuki | Samanta Schweblin

Kentuki | Samanta Schweblin

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Ogni tanto guardava il peluche, controllando o cercando di memorizzare certi particolari. Si era aspettata un dispositivo giapponese di ultima generazione, un passo avanti verso quel robot domestico di cui leggeva fin da bambina sui supplementi domenicali, ma concluse che non c’era niente di nuovo: il kentuki era una via di mezzo tra un peluche articolato e un telefono.

“Dentro di noi ci sono il cuore, i polmoni e una grossa batteria”, questo dice di noi una bambina intervistata dall’”antropologa del cyberspazio” Sherry Turkle nei primi capitoli del suo “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri”, ripubblicato di recente da Einaudi. Il saggio è, in piccola parte, un’interessante analisi dello scossone emotivo che subivano i bambini dei tardi anni novanta quando il loro Furby decedeva.

Nel tentativo di arginare la tristezza che stavano vivendo in quel momento i loro figli, i genitori – temo con un velo di imbarazzo non indifferente – pur pienamente consapevoli della sua naturale inattitudine alla decomposizione, procedevano con la sepoltura del loquace animaletto robotico scavando silenziosamente una piccola buca nel giardino dietro casa, a pochi centimetri dagli animali domestici che, nel tempo, avevano fatto parte della famiglia.

È sempre consolate ripetersi in loop nella mente che i Furby non muoiono, semplicemente a un certo punto si scarica definitivamente la batteria o qualcosa smette di funzionare all’interno del loro irreparabile meccanismo e ciò che segue è un lunghissimo, muto silenzio. Perlomeno, questo è ciò di cui sei fin da subito al corrente se sei un adulto.

È interessante infatti notare che, se escludiamo i progettisti della serie di prodotti tecnologici ideati per richiedere costanti attenzioni, dei quali il Furby (insieme al Tamagotchi) fa da capostipite, i più piccoli (principali destinatari dei due oggetti) siano stati i primi ad accorgersi e a normalizzare il fatto che avessimo ormai raggiunto il punto in cui non fosse più necessario chiedersi cosa la tecnologia potesse fare per noi per alleggerirci il lavoro, ma cosa noi potessimo fare per la tecnologia: in che modo quindi imparare a prenderci cura di queste macchine chiassose che non sono state pensate per essere in grado di badare a se stesse, e alle quali abbiamo gradualmente attribuito un complesso apparato emotivo, una sensibilità e una riconoscenza che, a quanto mi risulta, non possono avere.

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Aveva oltrepassato le macchine del caffè e la zona dei rasoi elettrici e pochi metri dopo si era fermata. Era stato allora che li aveva visti per la prima volta. Ce ne dovevano essere una quindicina, una ventina, impilati nelle scatole. Non erano solo dei pupazzi, questo era chiaro. Perché i clienti potessero vederli, diversi modelli erano esposti fuori dalla confezione, ma abbastanza in alto perché non fossero raggiungibili.

E i kentuki, cosa sono?

I kentuki protagonisti dell’ultimo romanzo di Samanta Schweblin sono dei pupazzi poco rassicuranti dalle varie forme animali (C’erano topi, conigli, corvi, panda, draghi, civette). I kentuki, per quanto spesso descritti come animaletti dall’aspetto non particolarmente armonioso ma comunque gradevole, sembrano finalmente possedere quell’umanità che ai Furby mancava ed era necessario quindi in quel caso colmare totalmente con l’immaginazione, per giustificare la nostra innata propensione a prenderci cura di qualsiasi cosa. I kentuki – in particolare, i loro occhi – contengono tutta l’inesauribile umanità che, nella sua quotidianità, la vita di una persona, per quanto estranea, possa contenere.

Pensò di spegnerlo finché non avesse deciso cosa fare, e si accorse che non sapeva come. Non si vedeva nessun interruttore né sul kentuki né sulla base.

Da quando i kentuki sono disponibili sul mercato, tutti ne vogliono uno e tra gli scaffali dei negozi di articoli tecnologici, davanti agli scatoloni contenenti questi peluche dagli occhi ancora chiusi e programmati per portare, tra le altre cose, una buona dose di perturbante all’interno delle case degli acquirenti (non riuscirete mai più a guardare un peluche negli occhi), il quesito da porsi ha un tono amletico: non resta infatti che scegliere se essere un kentuki o avere kentuki.

Cominciava a sospettare che se c’erano degli abusi da parte di alcuni kentuki fosse per negligenza dei padroni. E viceversa.

Essendo dotati di web-cam e connessione wi-fi, chi decide di possedere un kentuki (che, d’accordo, è una sorta di tenero peluche da accarezzare, ma allo stesso tempo è bene svelare subito che il suo compito è spiarti dentro casa, seguendoti ad ogni passo grazie alle ruote che ha sulle zampe, che ne facilitano il movimento e ci rendono partecipi della vita degli altri vista ad altezza del pavimento) verrà osservato da chi ha invece deciso di essere un kentuki grazie ad una connessione che sancirà un legame del tutto casuale tra due dispositivi. Colui che ha deciso di essere un kentuki seguirà la vita dell’altro dallo schermo di un tablet, attivo 24 ore al giorno come i vigili occhi dell’animale-robot, che diventano una finestra diretta sulla vita di qualcun di ancora estraneo, alla quale c’è – ovviamente – il pericolo di affezionarsi troppo.

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Trattandosi di connessioni casuali, può spesso capitare chi guarda e chi si fa guardare provengano da paesi diversi e non parlino la stessa lingua, si passa ad esempio infatti da Buenos Aires a Pechino, da Tel Aviv a Perugia, ma ad aiutare la comunicazione, le parole del possessore del kentuki verranno tradotte nella lingua dell’osservatore grazie ad un efficiente servizio di sottotitolaggio. Niente ci coglie impreparati, soprattutto quando si tratta di un elemento fondamentale in questo romanzo: la comunicazione tra il kentuki e il suo possessore, una sempre più pressante necessità di conoscersi e di essere testimoni dell’effettiva esistenza e realtà dell’altro, necessità che per essere soddisfatta deve spingersi al di là delle modalità prestabilite da questa invenzione tecnologica.

Con un’ambientazione più che verosimile e che è facile sentire molto vicina a noi, kentuki ci introduce nelle vite di personaggi protagonisti di una serie di connessioni improbabili, ossessive, commuoventi e talvolta bruscamente interrotte: un’anziana signora che trova sollievo nell’essere kentuki di una giovane ragazza tedesca che potrebbe essere sua figlia, un padre che trasferisce al suo kentuki l’affetto che dovrebbe rivolgere al figlio, e un vero ideatore di kentuki-box-experience che tenta di spezzare il vincolo della casualità tra le connessioni, così che nessuno debba più trovarsi nell’imbarazzante situazione di voler mettere fine a un legame non voluto.

Non si parla solo di solitudine e narcisismo, di pericolosità della tecnologia invasiva o delle già attuali iperconnessioni, ma piuttosto di alcune preoccupanti conseguenze dovute ad un utilizzo del dispositivo tecnologico guidato da mani che superano drammaticamente il limite tra voyerismo distratto, disimpegnato, e vera ossessione. Non ci saranno tasti utili per spegnere quest’ultima e, in caso di intervento, sarà necessario procedere con delle modalità non previste all’interno dello scarno libretto delle istruzioni.

Che stronzata, pensò, dimmi tu se devo fare il sentimentale con due chili di peluche e plastica.

Titolo | Kentuki

Autore | Samanta Schweblin

Anno | 2019

Editore | Sur

Pagine | 230

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