Riflessioni non richieste sul dramma dell’immigrazione in Italia

Riflessioni non richieste sul dramma dell’immigrazione in Italia

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“Non è una tragedia. Non è un dramma. Non è un incidente. È un crimine e definirlo altrimenti è ipocrita”.

Con queste parole Giovanni De Mauro descrive la drammatica ecatombe che è avvenuta a Lampedusa nei giorni scorsi. Il dramma dell’immigrazione in Italia è ben lontano dall’essere concluso. La notte tra il 2 e il 3 ottobre, che si è portata via più di 300 vite umane, non è stata soltanto teatro dell’ennesima tragedia del mare, è stata la punta dell’iceberg di una questione che sembrava caduta nell’oblio degli ultimi mesi, dimenticata dalla maggioranza della stampa nazionale e internazionale.

Paese curioso, il nostro. Paese in cui si dice che alcuni pescherecci – in quella famigerata notte di inizio ottobre – avrebbero evitato di fermarsi per prestare soccorso agli immigrati a bordo della nave in fiamme, probabilmente per timore di incorrere nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Se è vero che gli incendi non si possono spegnere con una legge, è altrettanto vero che non si può restare inermi a guardare chi affronta un viaggio così disperato, in condizioni indegne per l’essere umano, per poi scoprire che non esiste alcuna terra promessa, che è meglio non far rumore quando si arriva, forestieri al caso di un’altra sponda, stranieri al chiuso di un’altra sponda” come canta Gianmaria Testa.

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Historia magistra vitae ci avevano insegnato sui libri di scuola, eppure pare che l’abbiamo dimenticato insieme alle coniugazioni dei verbi latini. Era l’inizio del secolo scorso e ad Ellis Island era la volta dei nostri connazionali ad approdare su un’isola, dopo un viaggio estenuante, alla ricerca disperata di una nuova vita. Vi ricorda qualcosa?

Ma d’accordo, restiamo in Europa, non andiamo oltreoceano.
1975, Parigi.
Romain Gary si faceva portavoce di quel Paese multietnico che cominciava a cambiare il volto dell’Europa, in nome dei principi egalitari emblematici della Francia. “Per molto tempo non ho saputo che ero arabo perché non c’era nessuno che mi insultava” scrive l’autore de La vita davanti a sé.

E, tornando alla contemporaneità, non a caso il regista francese Philippe Lioret ha deciso di intitolare ironicamente “Welcome” la sua pellicola del 2009, una denuncia dell’ipocrisia francese, dei paladini dell’uguaglianza in una nazione dove è stato istituito il reato di solidarietà.

Guardare all’Europa ci fa sentire meno soli, meno penalizzati per essere geograficamente più vicini alle temute coste nordafricane. Eppure viene da chiedersi quanto ci sia ancora da lavorare a livello europeo e per quanto tempo ancora l’immigrazione sarà considerato un tema di secondaria importanza ai tavoli di Bruxelles.

L’Italia ha chiesto scusa, certo. Abbiamo chiesto scusa, con tanto di premier inginocchiato di fronte a centinaia di bare senza-nome.
Ma la domanda che mi risuona in testa è: ci stiamo scusando perché i superstiti sono attualmente indagati per il reato di immigrazione clandestina o perché ci ostiniamo a definirci un Paese “civile” nonostante le attuali leggi sull’immigrazione?

 

copertina di Paola Galli

Fotografia nel testo di Valentina Petrini

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5 COMMENTS

  1. Ciao Federica, perdonami il ritardo, ho visto solo ora il tuo commento! Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato l’articolo e condivido la tua preoccupazione per la drammaticità dell’evento, soprattutto perchè non si tratta di un episodio isolato.
    Grazie per aver condiviso il tuo pensiero 🙂

    Francesca

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