Gorizia e quell’abitudine di tornare

Gorizia e quell’abitudine di tornare

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Gorizia, parco al Piuma.

Ci ho vissuto quasi tre anni, lassù in alto a destra. Ci volevano 6 ore per arrivare da Cremona, soprattutto per lo studente che nell’allocazione ottimale delle sue risorse combina un incastro di 16 regionali per destinare il proprio limitato budget alle serate alcoliche a base di spritz (è il nord est, bellezza).

E’ difficile scrivere di una città in cui si ha vissuto, talvolta in conflitto. C’è sempre un altissimo rischio di insoddisfazione, tanto di ciò che si è prodotto quanto di ciò che si è visto. Il nostro non è stato un rapporto facile, eppure ci dobbiamo tanto. E prendere l’abitudine di tornare è una forma di riconoscimento honoris causa.

Gorizia. Una manciata di abitanti, nemmeno 35 mila. Tanti anziani e un paio di università a beffa e contrasto. Una città tra le più piovose d’Italia – meteopaticamente testato – che, per volere spesso altrui, si è trovata ad essere uno dei punti di congiunzione fra il mondo latino, quello germanico e quello slavo / balcanico. Una storia turbolenta le cui conseguenze emanano e impattano ancora oggi. Periferia della Jugoslavia prima, periferia dell’Italia oggi. Eppur non muore. Sopravvive a una divisione di confine e di cortine. Vede nascere una sorellastra al di là della rete: è Nova Gorica, con la quale non si integrerà mai realmente. Troppo diverse di architettura, di madri e di schiere. Qualcuno l’ha paragonata addirittura a Berlino, in anni recenti, per il suo essere tagliata letteralmente in due fino al 2007 quando Schengen ha accolto la Slovenia e le due anime si sono – almeno fisicamente – riunite.

Castello di Gorizia
Castello di Gorizia

C’è tutta, questa storia, in quelle vie piccole, nelle chiese e sulle tavole; tutto si divide tra l’asburgico, l’italiano, il sovietico e i Balcani.

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C’è la profonda eredità di guerra e di fortezza che veglia dall’alto sulla città. Il castello che la domina in cima alla collina è una reliquia, prima che una rovina. Le torri di osservazione avvolte dall’edera e dai fiori segnano il tempo e la memoria di chi ha dovuto difendersi anche da se stesso. Le cicatrici di Gorizia segnano la memoria quotidiana, così non stupisce che ad ogni mercatino e ad ogni sagra, fuori o dentro il castello, nelle piazze e nelle vie del centro, proliferino bancarelle di oggettistica militare, elmetti, armi, revanscismi e cimeli assortiti.

E’ un punto di osservazione perfetto, il terrazzo in fondo al cortile del castello, per la città e per il passare delle stagioni. La prima neve a bassa quota che segna l’irrompere dell’autunno la si intravede da lì, sui colli poco lontani. Dalla bandiera dell’Italia che svetta sulla torre più alta si contano i giorni di bora, quando è tesa e si muove in schiocchi sordi. Sul suo pennone si abbattono i fulmini dei temporali più violenti dell’estate. Gorizia è estrema soprattutto nel cielo. Quante ore a guardarne lo scorrere. 

Le torri del castello avvolte dall'edera.
Le torri del castello avvolte dall’edera.

Vista dall’alto, poi, sembra ancora più piccola, circondata dal Collio dei vini da un lato e dalle prime montagne slovene dall’altro. Sotto si apre piazza della Vittoria, la più ampia della città, con la Chiesa di Sant’Ignazio, dalla torri campanarie gemelle con cupole a cipolla in verde rame, esempio forse unico di unione tra il Barocco austriaco e lo stile architettonico italiano. C’è via Rastello, che parte da lì dietro, forse la più caratteristica delle vie del centro. Deve il nome a un cancello che la chiudeva (rastello, appunto). Negozietti, antiche mercerie, cianfrusaglie e vociare aperto. E’ difficile non rimanere colpiti dall’accento di questa città.

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Sono, i posti come Gorizia, luoghi ad alto tasso di paranoia. La dimensione microscopica urbana e universitaria spinge all’eccesso di condivisione, eppure la via di fuga c’è, senza allontanarsi. C’è il parco al Piuma, a nemmeno un chilometro dal centro, dove l’Isonzo delle poesie e delle storie più note sconvolge per il suo colore quasi innaturale. E’ smeraldo, e Smeraldo, di fatti, da molti viene chiamato. Il parco è un luogo di calma essenziale. Nei giorni di bassa portata si può camminare sulla diga che crea un bacino lento. Quanto ci siamo raccontati su quella zattera sospesa. E’ la prima persona plurale dei prigionieri del micro che imparano a capire quanto serva, col tempo, un passaggio in una dimensione urbana così. Quanto ci si ama, su quelle assi di legno. E quei colori. E quei pomeriggi di cielo alternato e sogni di gioventù universitaria affidati alla distrazione della corrente. Il Parco Piuma, se vivi a Gorizia, è un accumulatore, è una cassa di risonanza che amplifica qualsiasi sensazione. Ti affossa o ti esalta a seconda della condizione di partenza, ma alla fine ti libera.

Il parco al Piuma e la diga sull'Isonzo.
Il parco al Piuma e la diga sull’Isonzo.

La tradizione esplode a tavola tra il vociare della trattoria La Luna. La madre la trovi sempre seduta a uno dei tavoli. Commuove il ricordo forte e potente del padre tra i suoi racconti e le righe del menù. Tutte le domeniche lei fa il pane “come una volta”. Le figlie, vestite con gli abiti tradizionali, hanno saputo unire la moderna passione per il bello alle bontà di sempre. C’è una simpatia diffusa nell’aria che parte dall’accoglienza con l’immancabile prosecco, talvolta rosato. Niente è lasciato al caso nei soffitti che traboccano di chincaglieria, senza essere trash. C’è una delicatezza in tutto questo eccesso. Vuoi bene istintivamente a queste donne. E che sapori. 

Dalle vie del centro asburgiche alle vicinissime periferie più o meno moderne, Gorizia riflette i suoi bias. Dal teatro col suo caffè, al confine alla casetta rossa, appena dopo l’università – un edificio, ex convento, che mescola il vetro all’antico completamente immerso nella natura. Gorizia è la meta ideale per i post romantici, per lo studio low cost, per gli sconfinamenti in Slovenia, per i viaggi a Trieste, per l’umanità più diversa. 

L’abitudine di tornare a Gorizia è una piccola conquista. E’ imparare a fare i conti con se stessi. L’occasione di vederla è non perdersi il raro esempio di storia recente che offre questo luogo così solo apparentemente ermetico. 

La trattoria alla Luna
La trattoria alla Luna
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