Give Me 5 (Mosaico Festival Edition) | Vol. 130

Give Me 5 (Mosaico Festival Edition) | Vol. 130

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Mosaico Festival

Sabato 22 settembre è una data che ogni appassionato di musica dovrebbe appuntarsi, non l’avesse già fatto. A Cremona, nello spazio dei Giardini di Piazza Roma, arriva la seconda edizione del Mosaico Festival, che promette grandi cose: “musica, enogastronomia e molto altro ancora nel cuore verde della città”, dicono i ragazzi con non poco understatement, ma a guardare i nomi principali in cartellone – Stearica, Mamuthones, Julie’s Haircut (il programma completo sta poi qui) – si capisce subito che questo non è semplicemente un festival gratuito infilato un po’ a tradimento alla fine dell’estate, ma un modo per godersi tre delle realtà più colorate della scena musicale sotterranea del nostro Paese. E allora noi di SALT abbiamo deciso di scegliere cinque brani di queste tre band per raccontarvi qualche storia interessante e farvi arrivare preparati all’evento. Ascoltate e riascoltate, che poi ci vediamo là.

20YRS | Stearica

Ho conosciuto e perso la testa per gli Stearica solo nel 2015, lo ammetto. È bastato dare un paio di ascolti al pazzesco Fertile – uno dei dischi con cui si dovrà fare i conti, quando si tratterà di stilare classifiche di fine decennio – per capire che il trio torinese si muoveva nell’ambito del rock strumentale con la grazia, la furia e l’inventiva dei grandi, portandosi dietro di volta in volta un prefisso diverso (post, math, avant, noise) e senza che gli ospiti di grido (Scott McCloud, Ryan Patterson, Colin Stetson) riuscissero a nascondere una personalità fortissima.

L’anno scorso gli Stearica – che da sempre sono Francesco Carlucci (chitarre, elettronica), Davide Compagnoni (batteria) e Luca Paiardi (basso) – hanno festeggiato vent’anni di attività. Per celebrare a dovere la ricorrenza ci hanno regalato una nuova, mostruosa prova di talento chiamata 20YRS: un’unica traccia della durata di 20’20”, in cui la voce di Franz Goria dei Fluxus e il sax di Eros Giuggia contribuiscono all’edificazione di una struttura mastodontica, capace di condensare – nella sua alternanza di recitativi ombrosi e atmosferici e passaggi strumentali di fisicità inaudita, di corridoi bui e senz’aria e stanze inondate di luce – tutte le qualità di un suono unico, senza cadere mai nella trappola dell’autocelebrazione. La stessa cosa che faceva il mai troppo celebrato King Of The Opera con il sottovalutato Driftwood, pur muovendosi su tutt’altri lidi: recuperate pure quello, già che ci siete.

The Thing | Mamuthones

Tutte le volte che devo raccontare agli amici quali siano le cose che in questi anni in Italia mi hanno intrigato di più, immancabilmente rispolvero il bellissimo doppio vinile Nostra Signora Delle Tenebre, una compilation di 15 brani da urlo che, da un lato, celebra l’epopea del cinema italiano di serie B e tutti quei compositori (Morricone, Rota, Macchi) che si sono cimentati con un immaginario prevalentemente horror e, dall’altro, fa luce su una “scena” – quella della cosiddetta Psichedelia Occulta – tra le più interessanti della nostra penisola (Heroin In Tahiti, Lay Llamas, Ovo, Father Murphy).

Bene: in quella raccolta c’erano anche i Mamuthones, alle prese con un classico assoluto, il tema principale di The Thing del maestro John Carpenter, vero arbiter elegantiarum (ehm) quando si tratta di affrontare il vasto mare dei B-movie. Un brano che Ennio Morricone aveva composto mantenendosi fedele allo stile economico di Carpenter, con un pulsare di due note basse (iconiche come il John Williams di Jaws, però in versione tamarra) attorno a cui vorticano a ogni battuta nuovi, minacciosi suoni di synth; i Mamuthones spostano il tiro da quelle atmosfere cui attingeranno a piene mani i Duffer Brothers per la soundtrack di Stranger Things e immergono invece il brano nella vera oscurità post-apocalittica che Carpenter ci induceva a immaginare.

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Alone | Mamuthones

“Il suono che ci ha ossessionati mentre lavoravamo è quello della New York punk funk e disco tra Settanta e Ottanta: le compilation di dance degenerata come Disco Not Disco, quelle della Strut e ZE Records. Più che band specifiche avevamo in testa un’idea di suono, incrociata con altri ascolti che in passato, in quanto rockettaro, avevo sempre un po’ snobbato, come house e italo disco.” (Da un’intervista al Mucchio Selvaggio, questa)

A metà anno ho buttato giù una prima selezione dei dieci album fondamentali di questo 2018, e tra questi c’erano due meraviglie nostrane: Maledette Rockstar dei Maisie e Fear On The Corner dei Mamuthones. Se del primo abbiamo già ampiamente parlato (qui), il secondo è un’opera che non poteva lasciarmi indifferente sin dal titolo (una crasi tra Fear Of Music dei Talking Heads e On The Corner di Miles Davis) e dai riferimenti (ZE30 è un’antologia che dovreste proprio avere in casa).

Un lavoro bellissimo, uno studio sul ritmo e sulla ripetizione che trova in Alone uno dei suoi momenti più dancefloor-oriented, sorta di disco mutante con cassa e basso solidissimi che fanno da punto d’appoggio per esplorazioni spaziali a base di chitarre e synth; e se state leggendo Come Funziona La Musica di David Byrne – particolarmente la sezione dedicata alla composizione di Remain In Light – non potrete che rimanere stupiti dalla consonanza d’intenti tra quelle pagine e questa musica.

The Devil In Kate Moss | Julie’s Haircut

Sono stati tante cose, in vent’anni, i Julie’s Haircut e da quasi subito – diciamo da Adult Situations del 2003 – hanno alzato l’asticella dell’ambizione, incorporando in un suono garage elementi kraut, space, noise e jazz e regalando alcuni perle della musica indipendente del nuovo millennio: penso, per dire, ad After Dark, My Sweet, che tra le tante qualità poteva vantare perfino una collaborazione con l’eroico Sonic Boom. Non sempre ci hanno azzeccato – com’è logico che sia per chi punta su una creatività non mediata – ma sono sempre stati almeno interessanti; quando ci hanno azzeccato, ed è capitato spesso, è stata grande musica. E proprio per questo il loro percorso – specie se osservato oggi dalla giusta distanza e considerato nell’insieme – appare sempre più significativo.

Ad esempio: Our Secret Ceremony era un doppio davvero complesso, ma certi pezzi erano una bomba pure se presi singolarmente. Anche riascoltata oggi, la “vertigine krautedelica” (rubo la definizione alla recensione di Ondarock dell’epoca) di The Devil In Kate Moss colpisce e stordisce: una melodia scintillante che si appiccica subito alle orecchie, un cantato sonnambulo che funziona da strumento aggiuntivo (la voce recita “liquid city” proprio mentre le chitarre zampillano come acqua da una fontanella), un gran finale in cui la ripresa del tema portante scoppietta compiaciuta come fuochi d’artificio. Se esistesse davvero la Daydream Nation dei Sonic Youth con J Mascis a far da presidente, questo sarebbe di certo un singolo da heavy rotation.

Zukunft | Julie’s Haircut

“Come detto, siamo una band che dialoga molto meglio con gli strumenti, che con le parole. Invocation…è forse il nostro disco che beneficia maggiormente delle nozioni apprese durante l’esperienza con Suzuki, dato che nella sua natura è centrale l’elemento dell’improvvisazione libera e priva di schemi.” (Da un’intervista a SentireAscoltare, questa)

Invocation and Ritual Dance of My Demon Twin è l’ultima fatica dei Julie’s Haircut, pubblicata lo scorso anno a seguire di ben quattro anni l’uscita di Ashram Equinox – ma in mezzo c’era stata anche la rilettura di un caposaldo di Miles Davis, che fino all’ultimo ha rischiato di finire in questa playlist. Un disco davvero riuscito che spara proprio in apertura la cartuccia migliore, Zukunft – e da vecchio lo posso dire: che meraviglia questa cosa, fregarsene dello zeitgeist e scegliere come opener un pezzo da undici minuti e mezzo.

Non ha bisogno di esplosioni, questo brano, per catturare l’attenzione: cresce piano, tra accordi estatici e un basso circolare, per poi ispessirsi sull’ipnotica base di un ritmo motorik, inglobando nelle proprie spire rumorose anche il sax di Laura Agnusdei e finendo per tornare ai luoghi quieti da cui era partito, in una struttura a parabola che non spreca nemmeno una nota.

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