#GiveMe5 (Cosa faremo quando tutto sarà finito?) | vol. 176

#GiveMe5 (Cosa faremo quando tutto sarà finito?) | vol. 176

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Non ho alcuna intenzione di parlare del coronavirus in termini medici o di contenimento della popolazione: sono un medico, ho un’opinione, condivido alcune cose e altre no di come questa vicenda è stata gestita, ma mi limito a rispettare i limiti e le regole date. Ugualmente non ho alcuna intenzione di mettermi a discutere dell’aspetto comunicativo: ha fallito, questo è chiaro, e alla fine di questa storia dovremo fare i conti con una comunicazione da reinventare di sana pianta.

No, voglio parlare d’altro. Perché prima che l’Italia intera venisse chiusa e considerata zona rossa, ho provato una strana sensazione. Strana e brutta. Qualche giorno fa ho preso la metro a Milano, prima ancora che la Lombardia diventasse zona rossa. Milano è quanto di più vicino ad un concetto di casa io abbia mai avuto e le sono affezionato come quel parente un po’ strambo, ma che alla fine ti aiuta sempre. Perché sì, Milano mi è sempre venuta incontro. Stavo sulla metro, mantenendo le distanze, come tutti e per la prima volta ho percepito un sentimento che a Milano non avevo mai percepito. La paura.

Milano Fashion Week al tempo del COVID-19
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Non ero spaventato, ma avvertivo nell’aria l’odore della paura; lo vedevo negli occhi delle persone intorno a me: nella signora seduta dall’altro lato che si tira la sciarpa fin sopra il naso (irrazionale ed inutile, ovviamente), nei passeggeri che salendo si guardano intorno e scelgono accuratamente il sedile che massimizzi la distanza dalle altre persone. Milano è una città accogliente ed io vivo da oltre dieci anni in via Padova (si sparavano qui, per dire): la paura non è mai stata prima un sentimento che appartiene a questa città. Soprattutto quando, come in questo caso, la paura è nei confronti degli altri. Nei confronti di un nemico che può albergare ovunque ed in chiunque. E buttarla in burla, in caciara, è solo un altro modo per esorcizzare questa nube di paura. Sono sceso dalla metro e ho raggiunto persone a cui voglio bene. Pur in maniera minore, questa sensazione di essere avvolto dalla paura è rimasta. Anche camminando per strada, ai semafori, dove la gente si sposta di un passo per mantenere il metro di distanza prescritto.

Quando arriva, la paura è una bestia difficile da scacciare (“fear itself”, diceva un presidente americano e una serie antologica horror di qualche anno fa). Cosa fare, allora? Cosa fare quando l’epidemia del coronavirus sarà finita (perché possiamo starne certi, finirà)? Parafrasando la scena finale di Jojo Rabbit (i Russi hanno liberato Berlino, perdiana!): cosa sarà la prima cosa che faremo quando sarà tutto finito?

Mi è tornato alla mente una leggenda legata ad un’altra città che mi ha accolto per qualche tempo: Monaco di Baviera. Una leggenda che viene esposta tutti i giorni nell’orologio della Rathaus, anche se molti non la conoscono per davvero: la danza dei bottai. Durante la peste nel 1500, Monaco era così terrorizzata che le persone non uscivano più per strada. Anche quando l’effettiva epidemia era ormai passata, gli abitanti erano troppo spaventati per tornare nelle strade ed alle loro occupazioni. Allora, la corporazione dei bottai (letteralmente: quelli che fanno le botti, in cui poi andrà la birra, vera benzina di Monaco) decise di agire: i bottai scesero nelle strade e ballarono. Ballarono. Per tutta la città. Per tutto il giorno. Saltellando, tenendosi per mano. Roteando, caracollando, sotto archetti di edera costruiti per l’occasione. Per indurre la popolazione a capire che la peste era finita e che si poteva tornare nelle strade, senza timore, senza paura.

Eccoli. Fotografati da me. Storti.

Da allora, ogni sette anni i bottai ballano a Monaco nel periodo di carnevale (ultima volta: 2019). Per ricordarci che la paura non deve vincere (oppure perché sono molto buffi e così tipicamente bavaresi, fate voi). Cosa faremo quando tutto sarà finito? Scenderemo in strada e balleremo.

E ora lascio la parola al mio bro Pandini per la scelta dei brani.

 

(Da qui in poi, prende la parola il Pandini Nazionale)


ARCADE FIRE | NEIGHBORHOOD #1 (TUNNELS)


Hai ragione, amico. Alla fine, una volta che hai tracciato la tua linea sulla sabbia – resti a casa e lavori al computer, se puoi; ti assicuri che i tuoi cari facciano lo stesso e non si sentano abbandonati; trasformi i tuoi social nello spazio di condivisione positiva per cui, in teoria, sarebbero nati – non puoi che aspettare la fine dell’emergenza e il ritorno alla normalità.

E io, per quel giorno, ho già in mente questa scena di pura gioia cinematografica. So che con te posso permettermelo, e dunque immaginatela come un frammento rubato a un film di Jacques Audiard in cui le mani prima ostruiscono l’obiettivo della macchina da presa e poi, a poco a poco, si schiudono, lasciandoti finalmente vedere.

Ce ne usciremo all’aperto passando per i cunicoli che ci eravamo scavati per non perdere del tutto i contatti con il mondo, esattamente come canta Win Butler all’inizio dell’esordio degli Arcade Fire. Ti ricordi? “E se la neve copre tutto il vicinato, e se i miei genitori stanno piangendo, allora scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua”. Che bello, fra l’altro, che un’intera carriera cominci così, con un avvicinarsi.


ANIMAL COLLECTIVE | SUMMERTIME CLOTHES


Una di quelle cose che rifaremo sarà andare ai concerti, e quanto sono stato fortunato a poter vedere i Big Thief qui a Bologna, appena prima del lockdown. Ci pensi? In futuro avremo tutti un momento a cui penseremo come all’ultima cosa normale che abbiamo fatto prima che tutto cambiasse per un po’.

Quando penso ai concerti penso sempre agli Animal Collective, perché il loro live a Barcellona di tanti anni fa fu una delle esperienze più surreali e allucinanti della mia intera esistenza; davvero: sembrava che ognuno stesse suonando la propria canzone, senza curarsi degli altri. Ma forse era solo l’effetto delle cinque del mattino, va a sapere.

E comunque: quando hai scritto che scenderemo di nuovo in strada, nella mia testa è balenata l’immagine di Avey Tare, Panda Bear e Geologist che caracollano giù per le scale e poi fuori, nel caldo di una notte estiva (“when the sun goes out we go down again”). Senza un posto dove andare, ma sentendosi pura elettricità e ballando al suono della musica che arriva dalle auto in corsa.


PULP | DISCO 2000


Torneranno pure gli appuntamenti improbabili e i ritorni di fiamma, gioiosi e malinconici insieme. Come quello che Jarvis Cocker racconta in una delle più belle canzoni pop britanniche di sempre, Disco 2000 – un bel bignamino per ricordarsi che anche con un riff rubato a Umberto Tozzi puoi costruire un capolavoro.

C’è tutta la tristezza per il tempo che passa e per tutto quello che poteva andare e non è andato, lì dentro; la sorpresa di ritrovarsi sempre nei soliti vecchi posti, giusto un filo più grigi; il piacere dell’incontro proibito: lei è sposata e ha pure figli, ma in qualche modo si proverà a far funzionare le cose (“you can even bring your babies”).


PRIMAL SCREAM | COME TOGETHER


Comunità, dicevamo. Qualche settimana fa è morto Andrew Weatherall e per chiunque abbia la nostra età è stato obbligatorio riascoltarsi Screamadelica. Diavolo, quel disco è ancora un’esperienza esaltante: non è un caso che, all’inizio della quarantena, l’abbia consigliato a un’amica che mi chiedeva cosa avrebbe potuto ballare in mutande a casa mentre faceva smartworking.

Di solito, per spiegare dove stia la magia dei Primal Scream, scelgo quel mostro a cento teste che è Loaded; stavolta, invece, opto per il classico che stava sull’altro lato del 12”, Come Together. Dieci minuti perfetti per noi, adesso, fin dal titolo.


KENDRICK LAMAR | ALRIGHT


Sembrerà forse offensivo tirare in ballo Kendrick Lamar e la sua Alright. Perché alla fine è un brano che parla di paure dieci volte più grandi delle nostre attuali, paure radicate in secoli di oppressione del corpo nero. E ragionevolmente, infatti, è diventata uno degli anthem di riferimento del Black Lives Matter.

Però sta qui perché è anche un inno di speranza, di autoconsapevolezza e di rinascita attraverso la solidarietà. La voce di Kendrick sembra dover fare a pugni per uscire dalla gola, suona come uno scontro frontale col beat di Pharrell Williams; si percepisce distintamente tutta la fatica che permette di arrivare a dire, a un certo punto della vita, “we gon’ be alright”.

Somiglia un po’, mi pare, a quella lotta con certe nostre pulsioni autodistruttive che alla fine permetterà anche a noi di dire “andrà tutto bene”, fuori dalla paranoia di questi giorni; che ci darà la possibilità di scegliere quale sarà la nostra nuova prima cosa da fare.

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