Everyday Life: i Coldplay sono vivi e vegeti!

Everyday Life: i Coldplay sono vivi e vegeti!

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Everyday Life, il nuovo album dei Coldplay

Il Principio di Tina Turner afferma che “una band immersa nel mainstream riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto delle classifiche, pari all’abbassamento della qualità delle canzoni scritte”.
I Coldplay degli anni ‘10, reduci dalla sbornia art-rock di Viva la Vida che li aveva meritatamente consacrati a mostri sacri del pop-rock moderno, rientrano esattamente nel postulato.

Nell’ordine, hanno inanellato l’interlocutorio (seppur accettabile) Mylo Xyloto, seguito dall’impalpabile Ghost Stories e dall’iper-endorfinismo vuoto di A Head Full of Dreams.
Colori sgargianti, casse in 4, sorrisi no-matter-what, synth banali, la band che lentamente sparisce diventando “Chris Martin palestrato e quei 3 anonimi che suonano ai concerti”.

Il baratro artistico, gli stadi pieni, le radio felici, le nostre orecchie in sciopero.

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Però io sono uno di quelli a cui il pop-rock britannico piace molto, e non ho mai rinunciato a priori ad ascoltare un nuovo lavoro dei Coldplay. Ho un debito di riconoscenza nei loro confronti per aver scritto canzoni bellissime nella loro semplicità disarmante, pure al netto di testi raramente interessanti.
Quindi non ho fatto eccezioni nemmeno qualche mese fa di fronte a Everyday Life, il disco con cui i Coldplay salutano il decennio appena trascorso.

 

Everyday Life dei Coldplay

Partendo dalla superficie, in copertina si nota la (mai troppo tempestiva) scomparsa dei colori caleidoscopici degli ultimi anni e già il respiro si fa più regolare. Bianco e nero, sfondo sporco, assenza totale di alta definizione. Bene, ragazzi. Bene.

Scendiamo di un gradino in profondità, la tracklist. 16 canzoni su 2 dischi. Qui le conferme diventano importanti, nel 2019 un disco doppio sta alla musica mainstream come Matteo Renzi sta alla sinistra.
Le mie speranze salgono, Chris dimmi che sei rinsavito ti prego! Basta ballare come una scimmietta felice.

Il disco 1, Sunrise, parte con una breve composizione per archi che già da sola allontana l’idea di un disco a uso e consumo delle radio. Ma una rondine non fa primavera, quindi piano con gli entusiasmi.
Il resto dei brani del “lato A” si caratterizza principalmente per una assenza rumorosa: i ritornelli da stadio. Tutto è bello da ascoltare, ma non riesco a immaginare una folla festante che alza le mani al cielo per cantare il ritornello di Church o Trouble in Town.

E poi il suono.
Cupo, senza post-produzioni robotiche, lo-fi al limite del tollerabile.
WOTW/POTP è letteralmente un audio registrato dal cellulare di Chris, interrotta a metà perchè non aveva finito il testo in tempo per le registrazioni.
Vivo, dinamico, ipo-compresso, respira. È una bellezza.


C’è qualcosa di spirituale che fa capolino, un fil-rouge introspettivo e delicato che unisce Church al gospel di BrokEn fino alla ballata minimale di Daddy e al coro quasi gregoriano di When I Need a Friend. Molto ecclesiastico, ben poco pop.
Chris ha smesso definitivamente i panni dell’estroverso a tutti i costi, tornando a guardare più dentro che fuori. Le canzoni, indubbiamente, ne beneficiano.

E poi la già citata Trouble In Town, che dopo uno svolgimento che scimmiotta Cemeteries of London (al netto di Brian Eno, ça va sans dire) termina con una coda rubata a YouTube, ennesima testimonianza di abuso di potere delle forze dell’ordine americane ai danni delle minoranze nere.
Inquietante, riuscitissimo.


Infine, la vera perla di questa prima parte: Arabesque
. Quasi 6 minuti di energia mediorientale, strofa in francese di Stromae e fiati bellissimi di Femi Kuti, che poi regala un assolo stupendo di sax alto che occupa i due minuti centrali della canzone.


Terminato il primo disco la summa è positiva: di fatto, non esiste una canzone tra queste 8 che potrebbe fungere da singolo canonico.
Le scelte sonore sono anti-mainstream, così come gli arrangiamenti e la durata dei brani.

Semplicemente, musica che non cerca acquirenti.

La presentazione live del disco, in Giordania

Veniamo al “lato B”, Sunset.
Meno bello del primo (fosse stato per me sarebbe bastato e avanzato in solitaria, infatti) perchè più disomogeneo e scollato, forse paga anche il suo fare da contenitore a un paio di momenti più radiofonici, sicuramente lontani anni luce da Adventure of a Lifetime ma comunque canterini abbastanza da finire in heavy rotation.
Penso a Orphans, che rimette in pista il falsetto di Chris Martin e un ritornello paraculo quanto basta (I wanna know when I can go back to get drunk with my friends).
Aggiungerei anche Champion of the World e Everyday Life, belle e piacevoli nonostante siano pura comfort zone, che a me hanno ricordato tanto gli anni di X&Y.

Il resto invece è più sperimentale, tra il divertissement di Cry Cry Cry e le acustichine Eko e Old Friends che rispolverano le atmosfere del Prospekt’s March EP.
A chiudere il pacchetto, بنی آدم che comincia con un lungo intro di solo pianoforte per poi sfociare in uno strumentale (a onor del vero dimenticabile) su cui viene recitata una poesia in persiano.

Nonostante i due dischi e le 16 canzoni in traklist, giunti alla fine siamo a un totale di 52 minuti che risultano gradevoli e in un certo senso rinfrescanti.
Sì, perchè una parte di me era convinta che i Coldplay fossero una delle band che mi hanno fatto compagnia ma che avrei dovuto relegare a un passato artisticamente più fertile (della stessa cricca fanno parte anche i Muse, nel loro caso sto ancora aspettando qualcosa di decente dopo The Resistance ma le speranze sono ormai dannatamente flebili).

Everyday Life mi ha fatto fare pace con Chris, Guy, Jonny e Will.
Movimenti laterali, strutture atipiche, addirittura qualche progresso lirico, totale disinteresse per le sorti commerciali dell’opera (non per niente al disco non seguirà un tour se non sarà trovato un modo per non avere impatto ambientale), questo mood spirituale che oggi è un po’ anche il mio, la rinuncia alla patina pop in favore, finalmente, di un sound interessante e non scontato.

La critica è solo una: forse si è buttata troppa carne al fuoco, rischiando di perdere coesione e arrivando un po’ diluiti all’ascolto del disco nella sua interezza.
Ma ne capisco le motivazioni: a volte, quando ricominci da capo, hai bisogno di metterti alla prova prima di stabilire qual è la direzione giusta. Scocchi la freccia, e poi ci disegni l’obiettivo attorno in modo che risulti perfettamente al centro.


Erano 10 anni che aspettavo un disco dei Coldplay degno della loro storia giovanile.
È presto per dire se resterà un caso isolato o se sarà l’inizio della maturità di una band che, è un dato di fatto, è tutt’altro che vuota di idee.
Di sicuro il loro prossimo LP avrà un predecessore bello tosto da superare.

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