Eat the elephant: la quadratura del cerchio perfetto

Eat the elephant: la quadratura del cerchio perfetto

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Si usa parlare di quadratura del cerchio intendendo la soluzione perfetta per un dato problema, ma si potrebbe anche intendere la necessità di cambiamento di forma in senso evolutivo, mantenendo intatta l’essenza.

In principio erano i Tool.

Era, penso, il terzo anno delle superiori quando scoprivo Opiate dei Tool e me ne innamoravo follemente. Tra le varie cose, mi innamoravo follemente della voce ora carezzevole, ora aggressiva di Maynard James Keenan, che mi sembrava un ottimo veicolo di quella rabbia ancora figlia del grunge e pregna di quegli anni ’90 che ancora oggi adoro.

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, da allora. Altri (pochi) album con la band madre, il progetto A Perfect Circle e quello dei Puscifer per soddisfare le diverse sfaccettature vocali e umane dell’egomaniaco MJK.
I Tool sono fermi dal 2006, i Puscifer hanno prodotto 3 album di livello alterno, mentre l’ultimo album degli A Perfect Circle risale al 2004 con la raccolta di cover riarrangiate eMOTIVE, lavoro interlocutorio ma con perle come Passive che, da sole, valgono il costo del disco.

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Proprio gli A Perfect Circle ripartono nel 2018 con Eat The Elephant, uscito da poche settimane. Keenan ha ormai più di 50 anni e sembra aver sconfitto i suoi demoni, Billy Howerdel, chitarra seconda anima del gruppo, ha messo da parte il progetto poco fortunato Ashes Divide, unica sua nota valvola di sfogo artistica.
Si riparte con gregari di lusso come il sempre presente James Iha (ad onor del vero, più preso dalla reunion degli Smashing Pumpkins) ed i meno noti Matt McJunkins al basso e James Friedl alla batteria.

Già dall’artwork si capisce come anche quest’album, così come i precedenti, sia frutto del sodalizio tra Keenan e Howerdel, ma cosa avranno prodotto i due dopo quattordici anni di silenzio?
Lo stampo è sempre quello, ma siamo abbastanza lontani dalle sonorità di 13° step e Mer de noms, di elettricità ce n’è meno, se non in pezzi come The doomed e By and down the river. Piuttosto il pianoforte, piuttosto sonorità elettroniche che fanno pensare che eMOTIVE fosse un passo avanti stilistico più marcato di quanto potesse sembra all’epoca e che la mano di Puscifer si sia estesa anche su questo album.

Gli arrangiamenti sono più rarefatti, apparentemente minimali ed essenziali, le chitarre suonano alcuni temi in pieno stile Howerdel, ma sono in secondo piano rispetto al passato. Tutto sembra voler supportare le numerose voci di Keenan che cantano in modo sottile e con linee tutt’altro che scontate, la disillusione, la solitudine e la malinconia anche nei confronti del mondo odierno, ma sempre con delle liriche in grado di lasciare all’ascoltatore una buona possibilità di interpretazione personale.

Eat the elephant parte quasi sottovoce col pezzo omonimo, non irrompe ma sussurra.
Disillusioned, uno dei singoli che hanno preceduto l’uscita del disco, è un pezzo atmosferico e soffuso sull’alienazione della persona nel mondo digitale. The doomed e TalkTalk sono gli altri due singoli noti e rimandano molto più al passato, per cui sono probabilmente la scelta vincente per proporre il disco ai fan storici; il primo, in particolare, ha un bel tiro, un incedere minaccioso e inquietante che fa sentire a proprio agio appunto chi ha amato i vecchi lavori della band. Il problema è che poi viene So long, and thanks for all the fish, pezzo all’apparenza quasi allegro e poppeggiante che racconta la fine della grottesca illusione del mondo delle icone mediatiche. Inizialmente ho storto il naso, ascoltandola, ma oggi non riesco a togliermela dalla testa. Verrebbe quasi voglia di canticchiarla con un sorrisetto mentre cammino in mezzo alla strada, ma poi la scena mi fa venire in mente Tobey Maguire in Spiderman 3 e lascio perdere.

La seconda parte del disco si apre con By and down the river, in cui Keenan gioca con la sua voce in modo magistrale, la plasma liquida sulle trame di chitarra e sono brividi. Il pezzo mi rimanda ad Orestes da Mer de noms, primo album della band, uno dei loro pezzi più intensi mai scritti.
La seconda parte del disco, dicevamo, per il resto scorre fluida, ma con meno scossoni. Bei pezzi, intensi, ma che faticano maggiormente ad imprimersi nella mente di chi ascolta, fatta eccezione in negativo per l’elettronicamente pusciferiana Hourglass, forse troppo barocca e troppo plasticosa, troppo.
La chiusura spetta a Get the lead out, pezzo sul quale forse è giusto soffermarsi un attimo e spendere due parole in più: si tratta del pezzo più sperimentale del lotto, basato su un tema di pianoforte lievemente scordato, dissonante e volutamente “fastidioso”. Il climax, l’arrangiamento compresso e sintetizzato, con voci campionate e filtrate danno un vago sapore trip hop anni ’90 e lo rendono uno dei pezzi più interessanti del disco, nonché degna chiusura dello stesso.

Quindi com’è questo Eat the elephant?
Ascoltarlo è come rivedere dopo anni un vecchio amico, di quelli che anni addietro sono stati in grado di esserti vicino e conoscerti intimamente, ma che, per le circostanze, hai perso di vista.
E lo ritrovi nel bene e nel male un po’ uguale a se stesso, invecchiato, con le sue fisime, con meno voglia di urlare al mondo e con la tendenza a perdersi un po’ nei suoi discorsi. Ma lo ritrovi anche con quell’essenza che tempo addietro ti ha fatto impazzire e che riesce ancora a saltare fuori.

Forse non ti farà sempre impazzire, forse lo riavvicini anche per nostalgia, ma, alla fine, è sempre in grado di darti una impagabile sensazione di casa.

 

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Titolo | Eat the Elephant
Artista | A Perfect Circle
Anno | 2018
Casa discografica | BMG Rights Management (US) LLC

 

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