Dosei Mansion. Di nuove partenze per tornare alle origini

Dosei Mansion. Di nuove partenze per tornare alle origini

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Forse siamo andati un po’ troppo oltre.
O almeno è questo ciò che anche Greta Thunberg sta provando a dirci da un po’.

Hisae Iwaoka arriva ad immaginare questo “oltre” in Dosei Mansion, lavoro in più volumi da poco edito dalla Bao e di cui ho avuto modo di scoprire il primo capitolo.
 Nel futuro distopico ideato, la razza umana ha abbandonato da tempo la Terra, e lo ha fatto per smettere di farle del male. Ne ha fatto piuttosto una enorme riserva naturale, popolata dalle specie animali non ancora estinte, per poi trasferirsi su una stazione orbitale che gravita attorno al globo e lo avvolge in forma di anello.

Nel piano inferiore di questa stazione spaziale – il sobborgo, potremmo definirlo – vive Mitsu, ragazzino alle prese con la fine della scuola e l’inizio della dura vita del lavoro, così anelato per emanciparsi dalle attenzioni del signor e della signora Kageyama, la coppia che lo ha preso in carico quando, già orfano di madre dalla nascita, ha perso anche il padre Aki per un incidente di lavoro mai realmente chiarito. E sono proprio le orme del padre che Mitsu decide di seguire, finendo per fare il lavavetri… dei giganteschi vetri che tappezzano la stazione orbitante e che permettono il passaggio della luce naturale al suo interno, dove si mescola alle più alienanti luci artificiali.

Vetri che permettono di vedere casa. Pare che Aki, il padre di Mitsu appunto, rimanesse estasiato dalla sublime – nel senso più romantico del termine – vista del pianeta madre.
 Non a caso il dubbio su quell’incidente, con quel cavo di sicurezza incidentalmente tranciato o volontariamente reciso e la conseguente scomparsa di Aki, rimane sempre per tutti.

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Ed è proprio per questo che, nel pieno idealismo giapponese, Mitsu ha scelto la sua strada. Per ripercorrere le orme di un padre taciturno e quasi sconosciuto, per riscoprirlo nei racconti di chi ha lavorato con lui o di chi l’ha anche solo incrociato, sempre per via del suo lavoro. Per conoscerlo davvero, per la prima volta.
Del resto, capire quell’uomo non è facile per un bambino teneramente ostinato e generoso, ma ancora ingenuo, ed i primi reali comprimari che incontra sulla sua strada, ovvero gli altri lavavetri Jin, Tamachi e Makoto, chi per un motivo o chi per l’altro sembrano abbastanza riservati su “quella storia”, forse per non riaprire una ferita mai del tutto rimarginata, forse per un risentimento che neanche loro riescono a spiegarsi. Jin e Tamachi in particolare ci lavoravano, con Aki; Tamachi l’ha addirittura voluto mollare, quel lavoro, dopo il maledetto incidente.

Altrettanto complesso è il rapporto tra Mitsu e i suoi datori di lavoro dei piani superiori, con i loro strambi desideri che alle volte vanno oltre il lavare vetri. E che il protagonista fa di tutto per realizzare. Come si fa a non voler aiutare qualcuno a ricreare un oceano all’interno di un appartamento della stazione spaziale nel quale vive l’ultimo esemplare di beluga esistente, del resto?

Gavin Hayes nei Dredg cantava: “Your journey back to birth is haunting you”.
Ma qui la cosa non sembra importare a nessuno.

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C’è tanto dell’idealismo che ho sempre associato al Giappone e ai giapponesi in Mitsu, nei vari personaggi di Dosei Mansion e nel rapporto astratto con la Terra che li accomuna. Se però è vero che i personaggi del piano medio e inferiore vivono in una realtà oscura e artificiale, tanto immersi nella loro quotidianità, i pochi personaggi dei piani superiori che si incontrano in questo primo volume risultano più strambi ed eccentrici al punto da sembrare parte di un’altra realtà. La correlazione col fatto che, solo salendo progressivamente di piano, sia più visibile il pianeta madre non può che essere notata. Dall’altro lato, fa specie pensare alla peculiare posizione dei lavavetri, che finiscono per fare un po’ da tramite tra chi commissiona loro lavoro e sogni e l’esterno, trovandosi “normalmente” a vivere al confine tra i due mondi. E a osservare dall’esterno ciò che succede nella stazione orbitale.

Una delle considerazioni che più facilmente mi vengono spontanee quindi è che, se quel tipico idealismo di cui si parlava può essere collegato ad un tentativo di “elevarsi”, magari fino a raggiungere lo spazio, in questo caso succede proprio il contrario, concretizzandosi nella voglia di tornare giù, di tornare sulla Terra. O in generale di tornare indietro e ricercare il significato di un rapporto perduto, come ad esempio quello con Aki. Di tornare alle origini, dunque.

Del resto, com’era quella storia del dare un nuovo significato a qualcosa una volta che questa è andata persa?

Avvicinarmi a Dosei Mansion non è stato facile, perché il mondo dei manga e in generale la cultura giapponese non sono mai stati troppo nelle mie corde. E non è stato facile parlarne perché fino ad ora ho letto solo il primo capitolo di questa storia, per cui posso parlare di impressioni e sensazioni, più che di conclusioni, cosa che non amo fare. In questo caso mi piace ancora meno farlo, perché le sensazioni e impressioni sono positive: al netto di alcuni espedienti narrativi poco incisivi e che sanno di già sentito (vedi il rapporto padre-figlio in stile “Sugar il pugile”), sotto la scorza di personaggi un po’ caricaturali e grotteschi si percepiscono scheletri nell’armadio e storie che attendono di essere scoperte e la curiosità per il viaggio e per la meta finale sé è innegabile.

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Il tratto delicato della Iwaoka è una preziosa aggiunta alla storia, con la quale si combina in modo efficace. Mitsu con i suoi occhi grandi risulta essere molto “bambino” e puro, i comprimari come Jin e Tamachi risultano essere ben definiti, mentre i personaggi più grotteschi sono rappresentati in modo divertente e ridicolo a sottolineare la loro natura, oltre che il distacco marcato tra i ruoli dei vari personaggi e la loro diversa consapevolezza. Un plauso particolare lo meritano da un punto di vista grafico i momenti di epifania in cui Mitsu, sulla superficie della stazione orbitale, osserva la Terra. 
In quei momenti passano in modo forte la grandiosità e la maestosità del pianeta e ciò che rappresenta nella storia, il distacco di queste sequenze dalla linea narrativa è forte e rompe volutamente il ritmo, risultando efficace nel definire il contrasto tra ciò che è all’interno e ciò che è all’esterno.

Forse ultimamente sono particolarmente sensibile alle tematiche di ricongiungimento e di ritorno a casa, per cui una lettura del genere casca bene, ma non ho potuto fare a meno di rimanere colpito dalla forza dell’apparente semplicità del lavoro di Hisae Iwaoka in questo senso. Ed essere affascinato dalle storie e dai personaggi che una situazione così surreale potrebbe contenere, dato che in fondo è uno degli aspetti più stimolanti delle distopie. O dei possibili scenari futuri.

 

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