Terra dei fuochi e della non resa

Terra dei fuochi e della non resa

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L’ emergenza dei rifiuti ci ha emozionato quando era una notizia. Ci ha strappato sentimenti e messaggi di cordoglio. Ha riempito le pagine dei giornali, le bocche degli opinionisti, le orecchie degli ascoltatori improvvisati. Poi, un giorno, la notizia ha perso il suo vigore esclusivo, ma la terra, in silenzio, ha continuato a morire. “Siamo” in Campania, nella Terra dei Fuochi, appellativo derivato dal celebre libro Gomorra di R. Saviano. Un’area compresa tra le provincie di Napoli e Caserta dove i rifiuti, sversati illegalmente, si infiammano di e per criminalità. Roghi, fumi tossici e veleni che uccidono il suolo permanendovi e, negli anni, hanno avvelenato i cittadini.

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Molti, forse tutti, ignoriamo la reale gravità del problema, i danni e le conseguenze. Tra questo gruppo di inconsapevoli indifferenti, però, primeggiano le Istituzioni. Per questo, nel nostro piccolo, abbiamo deciso di denunciarlo anche noi. Il racconto della terra “dei fuochi e della non resa” che segue è di Melania Petriello (giornalista – www.almiopaese.it), che ringraziamo per il suo prezioso contributo.

Dei fuochi e della non resa
di Melania Petriello

Terra dei fuochi. Partiamo dall’analisi logica. Terra è il soggetto, soggetto assoggettato ai più disparati mal soggetti delle storie patrie. Dove di nazionale c’è solo l’indignazione a intermittenza. Dei fuochi è il complemento di specificazione, specifica dunque un rapporto di dipendenza, meglio di interdipendenza, di classificazione, di identificazione più o meno coatta. La fortunata, terribile, definizione cova in se tutte le storture dell’ingranaggio malato: fuoco come morte, come stordimento, come abbandono. Terra come madre che è utero isterilito da anni di violenza. Biocidio annunciato, purtroppo. Per troppo tempo, le poche sparute voci di dissenso e di denuncia si sono mescolate al vociare indistinto, nel quale grande parte ha sempre preso il lessico politichese. A parlare con i cronisti della stampa locale o dei dorsi regionali dei grandi quotidiani, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Anche perché si è scocciato pure il sole. È un territorio, quello compreso tra Napoli e Caserta e schiavizzato dalla questione ambientale e dei rifiuti in perenne emergenza, che racconta storie di camorra e connivenza, di mamme e di figli, di morti che parlano e di vivi che stanno zitti. Anzi, che sono stati zitti. Ogni volta che viene fuori la parola “coraggio”, da parte di chi il coraggio lo conosce solo per interposta persona, sprofondiamo nella più trita demagogia. A viverci, nel coraggio della quotidiana sopravvivenza, rischia di essere tutto un altro epilogo. È difficile, da sempre. Oggi diciamo che la terra dei fuochi, dove resistono straordinarie forze di ribellione e di speranze (con a capo un amatissimo e indistruttibile Don Maurizio Patriciello), non deve morire. Purtroppo è già morta nelle parole di finto cordoglio, negli impegni non mantenuti, nei pomodori avvelenati e nell’indifferenza di un’altra fetta di paese che ancora si crede immune. Io la conosco, questa terra. E mai avevo visto, come per la scorsa “marcia della vita” decine di migliaia di persone scendere in strada con la dignità del dolore. La dietrologia è roba che sta dietro, appunto. Dobbiamo interessarci di quello che si vede, che si tocca, che ancora vive. Se partissimo oggi, a bonificare chilometri e chilometri di discariche a cielo aperto concimate di amianto e scorie, non basterebbero cento anni. Quattro generazioni già segnate, oggi che la lista dei morti si “allonga”. “Allonghiamo” pure lo sforzo. Il mare non bagna Napoli. Ma ci affoghiamo dentro tutti.

Melania Petriello

 

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