Ohms | La rinascita in chiaroscuro dei Deftones

Ohms | La rinascita in chiaroscuro dei Deftones

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Ohms, il ritorno dei Deftones
Un dettaglio di copertina di Ohms, nuovo album dei Deftones fuori per Warner

Dei synth dal suono spaziale fanno da tappeto per un morbido arpeggio di chitarra. Le bacchette di batteria scandiscono due colpi e la chitarra distorta di Stephen Carpenter irrompe con un riff ossessivo e minaccioso; la voce di Chino Moreno messianica e urlante si districa tra echi che sanno di oblio, per condurci in quei territori in cui gli intrecci di chitarra e voce generano un senso di tensione a tratti fastidioso, ma elettrizzante.
Che, parlando di Deftones, ci fa sentire decisamente a casa.

Si apre così, sulle note di Genesis, l’ultimo album della band di Sacramento, giunto quattro anni dopo lo sperimentale Gore. E si apre molto bene.

La copertina disegna, tramite punti bianchi e grigi su sfondo nero, degli occhi contornati da un trucco quasi dark che sono in procinto di lasciarsi andare alle lacrime. Si potrebbe quasi avere il dubbio di avere tra le mani un disco dalle sonorità new-wave anni ’80 tanto care a Chino.

Nulla di più sbagliato, nel bene e nel male.

Con Ohms è come se i nostri avessero deciso di fare una netta retromarcia e, pur senza abbandonare il bagaglio ed il numero di corde accumulate sulle chitarre di Carpenter accumulati in questi anni, ripartire dall’anno 2000 in cerca di una nuova direzione. Le atmosfere a tratti oniriche nate con il meraviglioso White Pony e le sperimentazioni in termini di songwriting del già citato Gore lasciano in parte spazio alle chitarre, che da tempo non si sentivano così aggressive ed in risalto. In più sedi ho letto e sentito di un ritorno ai tempi di Around the fur, complice anche la scelta di riportare in console di produzione Terry Date, che già aveva collaborato coi Deftones all’epoca dei primi album. Sicuramente un’affermazione del genere è troppo forte, gli anni del nu-metal sono comunque finiti.

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È pur vero che alcuni pezzi, soprattutto nella prima metà dell’album, suonino vecchi, ma anche fiacchi e non particolarmente ispirati. È questo il caso di Ceremony e Urantia, che, nonostante un bel piglio, faticano a rimanere impresse nella mia mente. Intendiamoci: si tratta di canzoni formalmente ineccepibili e nel pieno stile della band, ma mancano di quel guizzo che faccia fare il salto di qualità e l’ugola di Chino non ci scuote come ci aspetteremmo.

Con Error le sonorità sono più ruvide e old-style, Abe Cunningham tira fuori un groove di batteria secco ed efficace che, nella sua natura ben poco metal, crea il contrasto con i riff di chitarra tipico della band. I ritmi diventano più intensi, la voce si fa più graffiante. Le cose si fanno più interessanti.

The spell of mathematics è un tripudio di linee vocali dissonanti e saliscendi di intensità, che non mettono da parte momenti più atmosferici e lo rendono uno dei brani più interessanti del disco. Le tastiere di Frank Delgado si fanno sentire di nuovo e le melodie più contorte ci rimandano al già citato Gore. Nella successiva Pompeji, la chitarra pulita ci culla e ci rimanda alle atmosfere sognanti e marine tanto care ai Palms, progetto parallelo di Moreno con Aaron Turner dei defunti ISIS (la band, non il gruppo terroristico, giusto per evitare problemi editoriali N.d.A.).

Il pezzo si chiude con dei synth che potrebbero essere stati composti da Angelo Badalamenti per la colonna sonora di Twin Peaks e che introducono il miglior pezzo del disco, ovvero This link is dead. Qui c’è la summa di tutto quello che si può trovare nel disco, l’unione ideale di vecchio e nuovo: la frenesia strumentale, il cantato schizzato e le atmosfere distorte e surreali che hanno caratterizzato la musica dei Deftones degli ultimi anni.
Se poi Radiant City riporta alle sonorità ed alla qualità dei primi pezzi del disco, Headless mi lascia davvero con l’amaro in bocca. Il pezzo parte pesante, cadenzato e inquietante ed un Moreno quanto più sensuale possibile mi rievoca le sensazioni provate ad ascoltare quella perla che è You’ve seen the butcher tratta da Diamond Eyes, ma il pezzo si spegne a causa di un ritornello troppo poco incisivo. Tristemente incompiuto.

Il disco si chiude dunque con la title-track, il cui riff suona davvero originale e disegna con gli altri strumenti una trama ritmica interessante. Ohms aggiunge un sapore nuovo alla formula Deftones, che forse inizia pericolosamente a riciclarsi, ed è decisamente uno degli episodi salienti del disco. Potrebbe quasi essere un nuovo spunto stilistico per la band, dopo questo album buono, molto molto buono a tratti, ma interlocutorio.

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Parliamoci chiaro, i nostri proprio non riescono a cannare un disco, fino ad ora hanno sempre fallito nell’impresa, pur con qualche uscita meno esaltante in soli trent’anni di attività (tipo Deftones e Saturday night wrist). Ciò non toglie che Ohms risulti, come dicevo, un disco buono ma non tra i più ispirati tra quelli prodotti dai nostri.

Non mi evoca la sensazione di stare ad ascoltare proprio l’album dei Deftones che mi aspettavo. Quella sensazione era forse più forte durante l’ascolto di Koi no yokan, che però aveva forse meno alti e bassi qualitativi, ma, al netto delle buone intenzioni, inizia comunque a sentirsi un po’ troppo il mestiere. Certo, ci sono dei picchi di alto livello, come Pompeji, The spell of mathematics e This link is dead su tutti, ma anche momenti che passano troppo facilmente in sordina.

Luci e ombre, insomma.

Ohms ha sicuramente il merito di riportare a galla un lato aggressivo e primordiale della band che riemergeva solo a tratti nei lavori precedenti. È una aggressività più matura di quella ascoltata ai tempi degli skateboard e del nu-metal, ma aggiungere queste vibrazioni alle atmosfere malinconiche ed intense rende il tutto più eterogeneo e potenzialmente più interessante. Eppure c’è sempre quel retrogusto amaro che smorza l’entusiasmo.

In più, aspetto che mi tocca particolarmente, uno dei punti deboli del disco, al di là del songwriting in certi pezzi, è proprio la voce. Moreno non si è mai risparmiato nel cantare con tensione e raccontare immagini dal carico emotivo enorme, ora rabbioso ora etereo, ma sempre in grado di dare una identità molto forte alle canzoni dallo scheletro strumentale così massiccio, ancora più massiccio ora con questa produzione “perfetta”. Oggi invece sembra aver perso un po’ di smalto rispetto agli standard qualitativi ai quali ci ha abituati.

Dopo l’entusiasmo iniziale, soprattutto dovuto alla botta del singolo Genesis, con vari ascolti i miei sentimenti verso questo disco sono un po’ più freddi, per quanto inevitabilmente positivi. Probabilmente alcuni pezzi non mi si schioderanno dalle orecchie, ma il presentimento che la band possa aver preso una china discendente comunque rimane.

Almeno fino al prossimo disco.

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Autore: Deftones
Titolo: Ohms
Etichetta: Warner
Durata: 46′
Anno: 2020

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