Black Science | Intervista a Matteo Scalera

Black Science | Intervista a Matteo Scalera

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Durante questa ultima Lucca io e il mio compare Ale Pig abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con Matteo Scalera che, insieme a Rick Remender alla sceneggiatura, formano la squadra che ha dato la luce a Black Science, serie fantascientifica targata Image Comics e portata in Italia da BAO publishing.

La serie, caratterizzata da una ricchissima trama caratterizzata da molteplici biforcazioni e dimensioni parallele, ambientata in fantastici mondi alieni originalissimi, ha visto la sua conclusione proprio con la pubblicazione del nono volume, intitolato Nessuna autorità oltre la propria”, disponibile in anteprima in occasione della fiera, con dedica personalizzata solo per i più pazienti e tenaci.

Visto che tu lavori prevalentemente per il mercato americano, vorrei sapere come trovi il pubblico italiano rispetto a quello americano e, in particolare, visto che ci troviamo al Lucca Comics, come sono le conventions del settore? Ti piace lavorare per il mercato italiano?

È sempre bello tornare in Italia, perché mi permette di vedere il risultato del mio lavoro qui, visto che per lavoro frequento prevalentemente per gli Stati Uniti. Per quanto riguarda le fiere, come impostazione sono molto simili però la grossa differenza è nel mio ruolo: nelle fiere statunitensi, quando partecipo, ho il mio tavolo con sopra il mio nome ed essenzialmente ci vado per lavorare. Porto le mie produzioni, delle stampe, dei poster, degli originali e faccio anche commissioni dal vivo. Invece qui in Italia il fulcro è la casa editrice, come nel resto dell’Europa.

È la casa editrice che ti invita e tu con la tua presenza vai a rendere più appetibile il fumetto che hai pubblicato con loro, incontrando i lettori che vengono per le dediche disegnate. Possiamo dire che è un mix tra piacere e dovere e non come nelle fiere americane, dove diventa un weekend di lavoro. Oltretutto in U.S.A. le case editrici non sfruttano le fiere solo per vendere fumetti, più che altro partecipano per promuovere nuovi progetti in uscita.

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Invece che mi dici del Lucca Comics? Era da tempo che non venivi?

L’anno scorso ero riuscito a fare un salto, ma sono passato velocemente. Devo dire che è sempre molto impegnativo, sono in difficoltà quando non riesco a muovermi per le strade a causa della calca. Però è bello vedere che cʼè molto calore attorno al mondo dei comics e tanta gente appassionata. Poi, dal mio punto di vista, mi fa piacere poter rivedere tante persone e poi ritrovarsi la sera tutti insieme a Piazza Anfiteatro.

Tu lavori in una squadra, come lavorate tu e il tuo sceneggiatore? Quanta libertà hai nel tuo lavoro?

Per quanto riguarda Black Science, all’inizio non dovevo essere io il disegnatore, era previsto un altro artista che, però, all’epoca aveva molti impegni lavorativi. Intorno al 2012, anche grazie al successo di “The Walking Dead”, le serie targate Image godevano di un ottimo seguito e Rick Remender – lo sceneggiatore – voleva iniziare presto un nuovo progetto. Io avevo appena finito di lavorare a “Secret Avengers” per la Marvel, dunque ne abbiamo approfittato e abbiamo cominciato a lavorare subito in quarta! Rick aveva già definito la prima parte di Black Science e aveva una traccia di cosa sarebbe successo anche nel secondo arco narrativo, ma iniziando a lavorare insieme ho avuto voce in capitolo per lo sviluppo della storia e anche nel finale. Senza fare spoiler, vi dico che la storia a un certo punto si divide, perché racconta dimensioni parallele, e uno dei finali lʼho pensato io. È stato un continuo confronto per trovare le soluzioni migliori e sul lato artistico ho avuto tutta la libertà che volevo.

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Come ci si sente ad avere a che fare, dal punto di vista artistico, con un numero di mondi potenzialmente infiniti? È una cosa che spaventa o che stimola?

È unʼarma a doppio taglio. Da un lato sei estremamente libero e, per me, è una cosa molto positiva! Ad esempio trovo molto limitante usare delle reference per disegnare, mi distrae e spezza il processo creativo, ma se sono io a creare un mondo allora posso controllarlo sotto ogni aspetto e tutto diventa più rapido e fluido. Dallʼaltro lato, ho dovuto inventare design sempre nuovi per ogni snodo narrativo e, nellʼarco di questi sei anni, devo ammettere che è stato un lavoro impegnativo.

Un aspetto che mi ha sempre appassionato di Black Science è che, alla base della storia, c’è una sorta di teoria scientifica che – per quanto inventata – rimane coerente dall’inizio alla fine. Seguendo questa strada, la storia tocca tanti temi diversi, come ad esempio la questione ambientale: ad un certo punto, viene mostrata la Terra in carenza di risorse e in difficoltà.Secondo te la fantascienza può avere un ruolo nel raccontare questa nostra Terra in difficoltà anche per stimolare il pubblico e sensibilizzarlo su questi temi?

Secondo me, sì. Nel caso di Black Science, io e Rick non avevamo quellʼintento particolare, ma, ovviamente, nelle storie si possono trovare tanti spunti diversi. Noi eravamo molto concentrati sul fattore umano e sulle relazioni interpersonali, e poi abbiamo toccato anche altri temi. Ad esempio, sempre parlando di scienza, abbiamo mostrato un protagonista che cerca di capire se esista un punto in cui la sua ricerca debba fermarsi oppure se si debba andare avanti ad ogni costo. È un dilemma irrisolto, perché è anche una delle grandi questioni della vita: se i limiti devono essere necessariamente superati oppure se ci sia un motivo per cui si chiamano così. Dal mio punto di vista, il fumetto può sensibilizzare le persone come qualsiasi altro medium, e se ci riesce è sempre il benvenuto.

Dicci alcuni titoli che hanno influenzato il tuo lavoro.

Torment” una miniserie dellʼUomo Ragno, realizzata nel 1990 da Todd McFarlane, uno dei miei idoli. Poi “Watchmen” e “Preacher”, per rimanere sugli americani. Invece “Vagabond”, che è giapponese, per le tempistiche della narrazione.

 

Domanda di rito: quale è per te il SALE della vita?

Ti risponderò con una cosa a cui sto pensando molto ultimamente. Quando lavoro devo sempre avere qualcosa nelle orecchie per avere una parvenza di compagnia. Ho sentito unʼintervista di un miliardario americano che spiegava come lui non cercasse tanto la felicità, ma di avere sempre tante opzioni in ogni situazione, per non rinchiudersi in soluzioni preconfezionate scegliendo strade scontate… che rischiano di portare alla frustrazione nella vita. Ecco, questa è una cosa che mi ha colpito molto: per cui, per me, il sale della vita è avere scelte.

 

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