Bilbo Baggins: l’Ulisse di Tolkien

Bilbo Baggins: l’Ulisse di Tolkien

Ian Holm, Bilbo Baggins

Bilbo Baggins viene spesso ricordato per essere colui “la cui pietà, ha deciso il destino di molti”. E ciò è indubbiamente vero: la sua scelta di risparmiare la vita di Gollum fu il proverbiale battito d’ali di farfalla le cui conseguenze si sarebbero realizzate 70 e passa anni dopo.

Ma cosa rappresenta Bilbo nel corpus tolkieniano? Non è facile da dire: credo che Tolkien abbia dato il meglio di sé con i personaggi – non oso definirli secondari – ma, diciamo, non protagonisti (per dire, Saruman e Theoden li trovo molto più interessanti e complessi di, chessò, Gandalf o Aragorn) e rispondere a questa domanda non è facile, essendo la risposta molteplice.

Molti hanno visto in Bilbo il lato oscuro di Frodo, qualcosa di non troppo dissimile da ciò che doveva essere Smeagol all’inizio della sua tragica storia: una persona egoista e meschina, troppo presa dal proprio io per vedere l’immagine completa.

Eppure più che ad egoismo – o meglio, individualismo – quando penso a Bilbo sono due i lati caratteriali che per primi mi vengono in mente: astuzia e irrequietezza.

Non sono un esperto di letteratura greca, quindi magari gli amici del Classico mi sbugiarderanno subito, ma queste sono anche le caratteristiche che più associo all’Ulisse dell’Odissea: un soldato non troppo valoroso o muscolare, ma certamente il più scaltro tra tutti gli Achei.

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E Bilbo, specie ne Lo Hobbit, è proprio quello: una figura minuta in un mondo di giganti (figurativamente e letteralmente) che ha solo il suo ingegno cui affidarsi. Pensate solo al suo già accennato incontro con Gollum, o con i troll e allo stesso Smaug e a come riuscì a tenergli testa solo grazie al suo essere un contafrottole, un affabulatore. O perché, forse che la fuga a bordo dei barili dalle prigioni di re Thranduil non ricorda, più che accidentalmente, la fuga da Polifemo aggrappati alle capre?

E poi c’è il Bilbo de Il Signore degli Anelli: quello maturo, finalmente tornato a casa, oscenamente ricco ed in salute, eppure insoddisfatto, irrequieto, “stiracchiato, come il burro spalmato su troppo pane”.

Hobbiton

Insoddisfazione costante? Forse, anzi sicuramente. Un’insoddisfazione che il resto del mondo pare vedere quasi come un fastidio. Eppure è un’insoddisfazione condivisa anche da un altro personaggio della letteratura.

Oramai avrete capito dove voglio andare a parare: come l’Ulisse di Dante nel’ XXVI Canto dell’Inferno, o quello raccontato da Tennyson (secondo me la versione più bella del navigatore ellenico) o da Guccini in Odysseus, torna ad Itaca e si accorge che “né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero l’interno ardore”, così Bilbo scopre che tutti quegli affetti il cui ricordo gli aveva dato forza durante tutta la sua avventura (la sua poltrona, il suo caminetto e la sua dispensa) non gli bastano più, come se il suo posto non fosse lì, come se quel tutto non fosse comunque abbastanza.

Né a casa, né altrove. È il destino di chiunque, purtroppo o per fortuna, ha avuto la sorte di scoprire che esiste altro oltre quell’orizzonte che il destino gli ha assegnato.

Perché forse è vero che chi si accontenta gode, ma chi non si accontenta vive. Ed io potrò anche invidiare Sam, che quell’ardore non sa nemmeno cosa sia e vive sereno; ma continuerò sempre a parteggiare per Bilbo.

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Sir Ian Holm ci ha lasciati: attore – qualcuno direbbe “caratterista” – troppo poco considerato (per rispetto, ricordiamo che, sebbene conosciuto al grande pubblico per Il Signore degli Anelli, ha comunque recitato anche in altre robette come l’Enrico V di Branagh, Lord of War, Brazil, e ovviamente Alien) e volevo salutarlo con un poemetto scritto da Tolkien ma altrettanto poco conosciuto: The Bilbo’s last song, che pare capitare a fagiolo. Namárië.

Day is ended, dim my eyes,
but journey long before me lies.
Farewell, friends! I hear the call.
The ship’s beside the stony wall.
Foam is white and waves are grey;
beyond the sunset leads my way.
Foam is salt, the wind is free;
I hear the rising of the Sea.

Farewell, friends! The sails are set,
the wind is east, the moorings fret.
Shadows long before me lie,
beneath the ever-bending sky,
but islands lie behind the Sun
that I shall raise ere all is done;
lands there are to west of West,
where night is quiet and sleep is rest.

Guided by the Lonely Star,
beyond the utmost harbour-bar,
I’ll find the heavens fair and free,
and beaches of the Starlit Sea.
Ship, my ship! I seek the West,
and fields and mountains ever blest.
Farewell to Middle-earth at last.
I see the Star above my mast!

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