Paul Eluard e la musa di Picasso

Paul Eluard e la musa di Picasso

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E laggiù abbiamo cantato / Era intimo il mondo

Paul Eluard

Ero entrata da pochi minuti alla National Portrait Gallery di Londra – infreddolita, i capelli appiccicati sulla fronte dalla pioggia e il giubbotto impregnato dell’odore del riso al curry che avevo mangiato a pranzo – per vedere i ritratti di Olga: sulle locandine che pubblicizzavano la mostra “Picasso Portraits” avevo visto un quadro che conoscevo bene – perché è sulla copertina di D’amore e ombra di Isabel Allende, il primo romanzo che ho letto nella vita (ogni ragazza ha forse un Allende nascosto sotto il materasso) – e volevo vederlo dal vivo a tutti i costi.

Mentre scorrazzavo per la mostra in tutta fretta, cercando spedita la mia Olga, la coda dell’occhio pescò qualcosa, inciampò e mi costrinse bruscamente a prestare migliore attenzione: era Nusch Eluard.

Sofisticata e, come una Venere, fragile e altera al tempo stesso: e considerato che a farle il ritratto era stato Picasso- e che perciò il naso le era finito al posto di un orecchio e gli occhi, naturalmente di dimensioni diverse, galleggiavano sul suo viso come barchette alla deriva – il tutto mi risultava francamente sorprendente.

Quel giorno feci uno sgarbo alla mia Olga, dimenticandola: e nella memoria costruii il racconto della visita alla National Gallery come se dal principio questa avesse avuto Nusch come fine ultimo, unico e programmato.

 

“IV.

Un anno un giorno lontani
Un passeggio a batticuore
Il paesaggio prolungava
Le parole e i nostri gesti
Il viale disviava
Ci crescevano le piante
Si placavano le pietre

È laggiú che siamo stati
Regolando ogni calore
Ogni utile chiarore
E laggiú abbiamo cantato
Era intimo il mondo
E laggiú abbiamo amato

Ci precedé una folla

E ci seguí una folla
Ci percorse cantando
Come sempre se il tempo
Piú non conta né gli uomini
Quando il cuore si pente
Quando il cuore si libera”

(da “Il lavoro del poeta“, in “Poesia ininterrotta” di Paul Eluard, Einaudi, a cura di F. Fortini)

 

Si racconta che l’incontro fra Nusch e Paul Eluard avvenne lungo il Boulevard Hausmann, a Parigi: mentre Paul camminava distratto, chiacchierando al fianco di René Char, fu colpito dalla bellezza di questa giovane ragazza altezzosa, che veniva loro incontro dalla direzione opposta. René, accortosi della reazione di stordimento dell’amico, la fermò, li presentò e chiamò un taxi sul quale fece salire entrambi in tutta fretta, consegnando al taxista l’indirizzo di casa Eluard. Da quel momento non si lasciarono più (eh, sì: les temps sont durs pour lerêveurs).

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“Ho forse per le mani una nuova coppia d’arte, come Zelda e Scott, Anaïs ed Henry Miller, Simone de Beauvoir e Sartre, Marina e Boris Pasternak?” mi chiedevo quel pomeriggio alla mostra, mentre fissavo la nuca dello spilungone tedesco in giacca di tweed che s’era infilato nel frattempo fra me e il bel Picasso.

Eluard‘ suonava alle mie orecchie come il nome di un poeta francese che aveva scritto una poesia sui capelli le arance e il tempo, che non avevo capito per niente e che pure mi era sembrata dolcissima: ma chi era allora questa Nusch che ne portava il cognome?

Me lo dica lei, chi è dunque questa Nusch“, pretesi dalla vecchina ungherese in pelliccia che aveva sostituito lo spilungone tedesco davantial quadro.

 

“Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo
Nel vuoto dei vetri grevi di silenzio e
D’ombra dove con nude mani cerco i tuoi riflessi, 

Chimerica è la forma del tuo cuore
E al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia.
O sospiri d’ambra, sogni, sguardi.

Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria
Mia oscurata è ancora d’averti vista giungere
E sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.”

(da “Poesie” di Paul Eluard, Einaudi, trad. di F. Fortini)

 

Quell’incontro londinese mi segnò come una folgorazione: non li ho più lasciati. Paul è diventato uno dei miei poeti preferiti – continuo, beninteso, a non capirlo affatto, ma lo amo moltissimo – e coltivo con lealtà la mia meraviglia davanti ad un ritratto o ad una fotografia di Nusch, la “Musa del surrealismo” – contesa da tutti, da Picasso a Magritte, da Man Ray a Dora Maar.

Ma, al di là della facilità con cui mi lascio prendere da romanticherie idealistiche come un’impicciona di quartiere (per cui, ad esempio, tutte le poesie d’amore di Eluard son scritte per Nusch, pure quelle che ha scritto prima di incontrarla), resta la poesia e resta la sua sostanza, la sua fortezza ambrata: e allora via Nusch, e avanti il lettore. Che legga di sè, e provi a riconoscersi: coi suoi capelli appiccati alla fronte dalla pioggia di Londra e il giubbotto che sa di curry, curry, e ancora curry.

“V.

In tempi più lontani
Io sono stato solo
E n’ho tremore ancora

Solitudine semplice
Negatrice di rischi e di delizie
T’ho conosciuta

E sono stato abbandonato
E ho abbandonati coloro che amavo

Lungo gli anni ogni cosa ebbe il suo ordine
Come un insieme di lampi
Sopra un fiume di luce
Come le vele ai velieri
Nel bel tempo protettore
Come le fiamme nel fuoco
Per stabilire il calore

Lungo gli anni io t’ho ritrovata
O indefinita presenza
Volume spazio d’amore

Moltiplicato”

 

(da “Il lavoro del poeta“, in “Poesia ininterrotta” di Paul Eluard, Einaudi, a cura di Franco Fortini)

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