Benvenuti a Zombieland; serendipity e morti

Benvenuti a Zombieland; serendipity e morti

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Regia: Ruben Fleischer | Anno: 2009 | Durata: 88 minuti

Tra poco meno di un mese, a 10 anni esatti dal primo capitolo, uscirà nei cinema nostrani Benvenuti a Zombieland 2! Per l’occasione sono andato a rivedermi il primo e oggi, per alleggerire il lunedì annuale (aka: settembre), ne chiacchieriamo un po’. Vai.

Gli zombie, diciamolo pure, come nemici si prestano a molte sottovalutazioni. Un cadavere putrefatto e non particolarmente sveglio dovrebbe incutere certo meno timore di un alieno venuto dallo spazio appositamente per invaderci, di un vampiro o di uno qualsiasi degli altri mosti. Eppure i non-morti spopolano molto più di tutti le altre creature dell’incubo messe assieme. Cosa ci eccita di loro? Tante cose: la loro invincibilità collettiva nonostante l’innegabile debolezza del singolo, il loro essere tutto sommato facili da spiegare, il senso di “giorno del giudizio” che si portano dietro; è inquietante da dire, ma io penso che anche il fatto che con loro si possano sfogare i nostri istinti più bestiali senza doverne pagare le conseguenze abbia avuto un peso decisivo nell’affermazione degli zombie come nemico ideale. C’è anche tutto il discorso (con cui poi sono stati concepiti) degli zombie come metafora della regressione dell’individuo nella società, della “grigizzazione” delle nostre vite; ma i film che riescono a trasmettere questo messaggio sono una rarità rispetto a quelli che si limitano a buttarla in caciara.

Ovviamente buttarla in caciara a me va benissimo. Basta farlo con fantasia o, al massimo, con stile.

Con stile

Mescolare paura e risate viene da molti registi visto come sinonimo di “mossa stilosa” quando in realtà è un rischio enorme, oltretutto originale come mettersi il cappello da baseball con la visiera a rovescio. Il connubio tra l’horror e il comico è infatti una delle soluzioni più sfruttate ma anche delle più difficili laddove il rischio è proprio quello di giocarla sul lato “divertente” dei non-morti, eliminando completamente il lato horror e facendo crollare tutto il paradosso su cui si regge la baracca. Ridere nonostante gli zombie, e non degli zombie, è la vera sfida, che davvero pochi registi sono riusciti a vincere.

Benvenuti a Zombieland compie il miracolo: non c’è un cazzo da ridere, gli zombie non fanno ridere, la situazione è disperata quindi noi ridiamo lo stesso.

Gli zombie di Zombieland non sono metafora sociale, né tantomeno un qualcosa di debellabile (non sono neanche propriamente zombie, a dir la verità): sono comparsi – un virus trasmesso dai bovini – e ora sono la nuova specie dominante. Fine. Non si parla di eroi che vogliono riportare l’umanità alla gloria o di nuove società post-apocalittiche. Si parla solo di 4 disadattati che vogliono andare ad un lunapark nonostante tutto.

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A differenza della maggior parte dei film di zombie infatti, i cui protagonisti si trovano ad aver perso tutti e a dover riadattare le proprie priorità e moralità ai nuovi canoni di sopravvivenza, in Benvenuti a Zombieland i quattro eroi vivevano in una bolla di nichilismo assoluto già da prima che succedesse il patatrac. La loro quotidianità non è stata stravolta dall’invasione dei non-morti che si è limitata ad essere solo la scintilla grazie alla quale hanno potuto incontrarsi e dare vita alle emozioni che prima tacevano, superando tutte quelle paure, cicatrizzate in corazze, che ognuno di noi si porta dietro.

Perché se il mondo sta finendo, siamo in ogni caso destinati alla distruzione e alla regressione, se in poche parole non c’è più niente da ridere, l’unica soluzione sensata è ridere di tutto ben sapendo che alla fine non ci sarà consolazione ma, se saremo fortunati, solo la felicità data dall’aver trovato una scatola della propria merendina preferita o dal poter sfasciare un negozio sapendo che nessuno verrà a chiederci il conto.

Godersi la vita sempre e comunque, questo è il messaggio del film. Benvenuti a Zombieland è un film che ama sdrammatizzare ed esorcizzare la paura: tutto, inclusi i (pochi) momenti drammatici, diventano comici. D’altronde, se la morte non ha rispetto per noi, perché dovremmo averne noi per lei?

Per i quattro protagonisti vennero scelti volti sconosciuti, gente disposta a metterci la faccia e a prendersi in giro di cui la più blasonata era una ragazzina di 12 anni (Abigail Breslin) che aveva preso parte ad una commedia indie di un certo successo pochi anni prima. Gli altri tre erano, rispettivamente: un ex-star scomparsa dal giro importante da più di un decennio (Woody Harrelson) e due completi sconosciuti: Jesse Eisenberg ed Emma Stone.

Oggi ci sembra strano da dire, ma in effetti 10 anni fa Emma Stone nessuno sapeva chi fosse: ora è una delle attrici più promettenti della sua generazione e se Jennifer Lawrence non si sbriga a scendere dal piedistallo su cui è stata posta (ma su cui lei ha comunque allestito un attico) il titolo di “nuova Meryl Streep” è già assegnato. E lo stesso dicasi per gli altri: Woody Harrelson tornò ad essere sulla bocca di tutti dal 2010, effettuando un salto triplo che lo fece rimbalzare da prodotti di largo consumo come Hunger Games a progetti più strutturati e complessi (penso ovviamente a True Detective). Emma Stone iniziò a ricevere candidature dal 2010 e vinse un Oscar nel 2017 dopo esservi stata candidata nel 2015. Solo Jesse Eisenberg, che comunque venne candidato nel 2011, si è un po’ dato alla macchia – anche a causa del suo carattere para-asociale che mal si sposa con la “big Hollywood” e i bagni di folla. Questo fu il film che segnò la svolta per tutti e tre loro e quindi, magari senza volerlo, ha contribuito alla formazione dello star-system contemporaneo. Respect.

Insomma, ben vengano The Social Network, La Favorita e Birdman; ma ricordatevi che tutto ebbe inizio con un film la cui sceneggiatura recitava: “uccidere zombie sull’ottovolante”.

‘A bello, io tra sei mesi so’ la Ferilli! Capito?

Ora hanno deciso di bissare. 10 anni per un sequel sono un tempo ibrido e rischioso: né troppo perché sorga l’effetto nostalgia, né troppo poco perché la gente si ricordi del primo capitolo. È l’arco di tempo intercorso tra Sin City e Sin City 2, per capirci.

Guardando il trailer, la sensazione è che abbiano voluto fare tutto in più grande, ripetendo le scene clou del primo pompandole e ingrandendole, e aggiungendo una marea di comprimari laddove nel primo film, oltre ai quattro protagonisti, compariva solo Bill Murray in un cameo di 3 minuti…come seguito di un film che celebrava la gioia delle piccole cose non mi pare un buon inizio.

Come sarà rivedere gli stessi attori ora che il successo l’hanno assaporato se non anche digerito? Continueranno ad avere la stessa spontaneità o saranno a disagio come alle rimpatriate delle medie? A parte Harrelson – che sono sicuro si divertirà un botto – per gli altri si profilano scenari interessanti.

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