Give Me 5 (Brexit Edition) | Vol. 146

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The Good, the Bad & the Queen – Nineteen Seventeen

Il giorno dopo il referendum sulla Brexit, mi sono reso conto che ero… colpevole. Nel senso che avevo guardato altrove. Ho suonato nelle grandi città in Inghilterra, che sono i poli verso cui vieni trascinato. Ma volevo iniziare a capire come si fosse aperto questo abisso al centro della nostra cultura. (Da un’intervista al Guardian, questa)

In queste settimane sto leggendo Bring The Noise (Hip-hop-rock, qui da noi), una raccolta di recensioni del periodo 1985-2008 firmate da Simon Reynolds – uno dei più importanti critici musicali viventi, sicuramente il più verboso. Nei capitoli dedicati alla faida Blur / Oasis e ai Pulp, l’opinione dell’autore su Damon Albarn non è delle migliori: uno studente della scuola di teatro che vergherebbe banali vignette satiriche in terza persona, come a voler bacchettare con scarsa empatia gli stereotipi della vita brit come tre decenni prima i Kinks di Ray Davies (mica come Jarvis Cocker: lui sì che i bassifondi low-life li abbracciava sul serio). Non sono d’accordo – i Blur sono una delle cose migliori capitate al pop, da Parklife in poi – ma capisco la critica, e le parole di Albarn citate in cima sembrano confermarla.

Visto in quest’ottica, il nuovo bel disco del supergruppo The Good, the Bad & the Queen – una cosa che non si aspettava più nessuno – assume i connotati di una malinconica presa di coscienza del passare del tempo da parte di una generazione di artisti e intellettuali progressisti che solo ora appare sinceramente scossa dall’orrore della marea nera che monta. Il risultato sono piccoli affreschi di pura inglesità come Nineteen Seventeen: il basso rotondo di Paul Simonon dei Clash e la batteria circolare di Toni Allen accompagnano celestiali volute d’archi e mellotron e le riflessioni amare di Albarn su un mondo al collasso.

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Sleaford Mods – Kebab Spider

Sì, in un certo senso mi sono sentito tradito ma non c’è niente per cui sorprendersi se consideri quanti cazzo di idioti ci sono in giro. Probabilmente capita la stessa cosa da voi: ci sono delle persone, molte persone, che semplicemente sono di destra senza neanche accorgersene. Un sacco di gente ascolterà sempre uno che gli dice: occhio, sta per arrivare qualcuno da un altro paese e si prenderà quel che adesso è tuo. (Da un’intervista a Rumore, numero 325)

Sono ancora per me insondabili le ragioni per cui, intorno al 2014, gli Sleaford Mods siano diventati la big thing del momento. Perché questo prolifico duo non aveva nulla del classico successo preconfezionato: mai sculettante o anche semplicemente accomodante, solo una serie di basi basso/batteria e un parlato sputato, acido, senza peli sulla lingua. Punk in spirito e crudezza, scagliato in faccia al pubblico da due raver quarantenni – James Williamson e Andrew Farm – che sembrano una versione sottoproletaria del Tyres di Spaced (un capolavoro di serie, se vi fidate).

Divide And Exit, Key Markets e English Tapas sono stati momenti-chiave per l’underground britannico di questo decennio; poi un po’ il clamore s’è spento, ma ciononostante c’era discreta fibrillazione per l’uscita del nuovo Eton Alive, anticipato dal singolo Kebab Spider. Possiamo dirlo: la produzione è giusto un filo ripulita, meno spartana dei precedenti capitoli, ma i riff tagliano, le ritmiche sballano e i testi – cinici, sarcastici e però mai distaccati – triturano capitalismo, razzismo, scontri di classe. This is England 2019.

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IDLES – Great

Fino a qualche anno fa, le chitarre per me erano tutto: ogni declinazione dell’indie-rock classico riusciva a conquistarmi con facilità (troppa, a pensarci bene); tendenzialmente roba che non si poteva ballare, ma giusto saltellare o pogare. Mi piace ancora, per carità, ma oggi il cuore dei miei ascolti lo direi orientato verso jazz, hip-hop, funk, elettronica – ho scoperto il corpo, si potrebbe dire. Per colpirmi davvero, oggi, un disco rock deve insomma travolgermi, avere una capacità di cogliere lo zeitgeist che semplicemente oggi appartiene ad altri generi: per dirla in breve, deve avere l’impatto degli IDLES.

Ne abbiamo già parlato tante volte lo scorso anno, qui su SALT, per via di un album – Joy As An Act Of Resistance – che è una macchina perfettamente oliata di ritmi e giri punk e testi sbraitati in coro. Tra Colossus, Danny Nedelko, June e Samaritans è veramente impossibile non innamorarsi della foga sovrannaturale, irrefrenabile delle esecuzioni: per questa playlist scegliamo Great – figura di basso jungle per un testo dichiaratamente confuso, che cerca di ritrovare almeno un’unità d’intenti come popolo in vista di quella Brexit che Joe Talbot definisce “fuck off fire we’ve started”. Una specie di accorato invito ai penultimi a non mangiarsi gli ultimi, ché a quello già pensano i pesci più grossi.

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Shame – Concrete

Ecco: se gli Sleaford Mods sapessero di essere nella stessa selezione con Shame e IDLES – band che in un’intervista su Rumore mostrano di non amare granché, perché troppo giovani e troppo consapevoli – forse non la prenderebbero benissimo. Anche qui, come sopra per Reynolds sui Blur, si capisce perché: si può senz’altro dire che quelle due siano state le band più leste a infilarsi nel solco inaugurato dai Mods quattro-cinque anni fa, una piccola fetta di mercato o quantomeno di attenzione del pubblico per chi volesse mettere in musica riflessioni aspre sull’Inghilterra di oggi.

Però. Paraculi quanto volete, ma gli Shame sono i più giovani di tutti – poco più che ventenni – e comunque già hanno dato alle stampe un piccolo classico contemporaneo come Songs Of Praise. C’era proprio un’ironica canzone di non-amore per Theresa May rimasta fuori dall’album, poiché probabilmente mal s’appaiava con il tiratissimo post-punk delle altre tracce; sarebbe stata la scelta più ovvia, qui, ma alla fine abbiamo preferito puntare su uno dei grandi singoli della band, Concrete. Roba che vale le cose migliori dello stratosferico Silence Yourself delle Savages di qualche anno fa, per rimanere nel settore: speriamo che almeno loro non si perdano all’altezza della seconda prova.

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Kate Tempest – Tunnel Vision

L’anno scorso, al Sydney Writers’ Festival, ha parlato intensamente del “razzismo dannoso e velenoso” dell’Australia, ma poi ha implorato il suo pubblico di smettere di battere le mani. “La mia paura di parlare in pubblico è che, quando parte l’applauso, sembra che lo scopo del discorso sia stato raggiunto”, spiega ora. “Volevo tenere vivo il disagio per tutto il tempo possibile.” Sembra quasi scrollarsi di dosso il significato del momento: “un poeta parla a un evento letterario. Una cosa che non cambierà nulla.” (Da un’intervista al Guardian, questa)

Facciamogli mangiare caos. Uno dei titoli più potenti usciti in questi anni (oltre che un disco, anche un libro uscito in Italia con Edizioni E/O), il secondo album della londinese Kate Tempest è una bomba innescata di conscious hip hop che racconta di sette persone che, per via di una tempesta, si ritrovano in mezzo a una strada alle 4:18 del mattino e lì s’incontrano per la prima volta; non c’è respiro in queste basi notturne e slogate che accompagnano testi di un’intensità e di un nero spesso annichilente, particolarmente nella doppietta Ketamine For Breakfast e Europe Is Lost (appunto).

Si arriva alla fine col fiato corto, ma è proprio in Tunnel Vision che si trova la risposta di Kate a tutte le domande e i dubbi sollevati nelle tracce precedenti, in quell’ultima strofa che trabocca di retorica. Ma di una retorica giusta, buona, che ti fa pensare che non tutto è perduto, nonostante la violenza, l’odio, l’isolamento, il puro e semplice casino.

La fiducia, la fiducia è qualcosa che non vedremo mai
finché l’amore non sarà incondizionato
il mito dell’individuo ci ha lasciati disconnessi, persi, pietosi
sono fuori, nella pioggia
è una notte fredda, a Londra
e sto urlando alle persone che amo di svegliarsi e amare ancora di più
le sto implorando di svegliarsi e amare ancora di più

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