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Letizia Battaglia a Torino: cinquant’anni di fotografia e libertà

Oltre 200 fotografie raccontano la vita e l’opera di una delle più grandi fotografe italiane. Siamo stati a CAMERA, a Torino, nel weekend inaugurale della mostra. E vi raccontiamo perché vale assolutamente la visita.

Ok, abbiamo un debole per Letizia Battaglia. Ma, del resto, chi non ce l’ha?

Il 17-18 ottobre abbiamo avuto la fortuna di visitare, proprio nei giorni dell’inaugurazione, Letizia Battaglia. L’opera, 1970–2020, la grande retrospettiva che CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino dedica a una delle figure più straordinarie della fotografia italiana.

Le sale erano piene. Stracolme, a dire il vero. Persone di ogni età, gruppi di amici, appassionati di fotografia, visitatori intenti a osservare da vicino quelle immagini che, almeno in parte, abbiamo incontrato tutti sui giornali, nei libri o nei documentari.

E ci è sembrato un bellissimo modo di ritrovare Letizia Battaglia, scomparsa nel 2022, a 87 anni. Una donna che ha attraversato mezzo secolo di storia italiana con una macchina fotografica in mano, atto già sovversivo di per sè, a quell’epoca, in quanto donna, e una straordinaria capacità di stare dentro le cose.

La Sicilia, la mafia e tutto il resto

Nata a Palermo nel 1935, Letizia Battaglia si avvicina alla fotografia relativamente tardi, dopo i trent’anni. Nel 1974 torna nella sua città e comincia a lavorare per L’Ora, lo storico quotidiano palermitano, diventandone poi responsabile del servizio fotografico.

Sono gli anni più feroci e impietosi della guerra di mafia.

Battaglia arriva sui luoghi degli omicidi, fotografa i corpi, le strade, il dolore dei familiari. Documenta una Sicilia attraversata dalla violenza e dalle connivenze tra criminalità e potere. Tra i suoi scatti più conosciuti c’è quello di Sergio Mattarella accanto al corpo del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana assassinato nel 1980.

Immagini che fanno parte della memoria collettiva del nostro Paese.

Eppure, percorrendo le sale di CAMERA, ci si rende conto di quanto sarebbe riduttivo ricordare Letizia Battaglia soltanto come la fotografa della mafia.

C’è una Palermo che ride, che festeggia, che si innamora. Ci sono le bambine dei quartieri popolari, le donne, i mercati, le processioni religiose. Ci sono gli sguardi di chi vive ai margini e quelli di chi abita i salotti della borghesia siciliana.

C’è, soprattutto, una curiosità inesauribile per gli esseri umani.

Gli occhi delle bambine

Tra le immagini che più ci colpiscono del lavoro di Battaglia ci sono sempre i suoi ritratti di bambine e ragazze.

Volti serissimi, occhi puntati dritti nell’obiettivo, espressioni che sembrano appartenere a persone molto più grandi della loro età.

Sono fotografie che chiedono di essere guardate con calma. E che, a distanza di decenni, conservano una forza incredibile.

Battaglia aveva una particolare sensibilità nei confronti delle donne e dell’infanzia, due mondi ai quali ha dedicato moltissima attenzione durante tutta la sua carriera. Nelle sue fotografie si percepisce la vicinanza con i soggetti, la capacità di entrare in relazione con loro, anche nelle circostanze più difficili.

E poi c’è il suo bianco e nero, così riconoscibile. I contrasti, i tagli, la vicinanza quasi fisica ai volti.

Ci sono immagini che conosciamo da anni e che, viste stampate e appese a una parete, riescono ancora a sorprenderci.

Una vita molto più grande della fotografia

La mostra torinese ha anche un altro merito: raccontare una Letizia Battaglia meno conosciuta.

Quella che fotografa i pazienti della Real Casa dei Matti, l’istituto psichiatrico di Palermo. Quella che viaggia tra Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, continuando a cercare storie e persone. Quella che fonda riviste, si impegna politicamente e lavora per costruire nuovi spazi culturali nella sua città.

Nel 1985 riceve, insieme alla fotografa Donna Ferrato, il prestigioso W. Eugene Smith Fund Grant in Humanistic Photography, un riconoscimento internazionale che contribuisce a portare il suo lavoro oltre i confini italiani.

Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, segnata da anni trascorsi a documentare la violenza mafiosa, si allontana progressivamente dalla fotografia di cronaca.

Continua però a impegnarsi per Palermo, per la cultura e per le nuove generazioni. Nel 2017 inaugura ai Cantieri Culturali alla Zisa il Centro Internazionale di Fotografia.

A CAMERA questa ricchezza emerge attraverso oltre 200 fotografie, accompagnate da 22 riviste alle quali ha collaborato, oltre al documentario Amore Amaro di Francesco G. Raganato.

Il risultato è un percorso che attraversa cinquant’anni di lavoro e, inevitabilmente, cinquant’anni di storia italiana.

Perché andare a vederla

La mostra, curata da Walter Guadagnini e realizzata in coproduzione con Jeu de Paume e in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, arriva a Torino dopo le tappe di Tours, Arles e Forlì.

Ci sembra un’occasione preziosa per conoscere meglio una fotografa che ha saputo raccontare il proprio tempo con una libertà rarissima.

E forse è proprio questa la cosa che più amiamo di Letizia Battaglia: la sua ostinazione nel guardare. Anche quando sarebbe stato più semplice voltarsi dall’altra parte.

Se passate da Torino nei prossimi mesi, fate un salto a CAMERA. Prendetevi il tempo necessario per attraversare le sale, fermarvi davanti ai ritratti, osservare i dettagli.

Noi ci siamo andati nel primo weekend, in mezzo a una folla entusiasta! E, a giudicare dall’affluenza, siamo decisamente in tanti ad avere un debole per Letizia Battaglia.


Informazioni utili

Letizia Battaglia. L’opera, 1970–2020

📍 Dove: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Via delle Rosine 18, Torino

📅 Quando: dal 17 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027

📷 Cosa: oltre 200 fotografie che ripercorrono cinquant’anni di attività della fotografa siciliana

Da segnare in agenda: il 19 novembre 2026, alle 18:30, CAMERA ospiterà un incontro con Marta Sollima, nipote della fotografa e vicepresidente dell’Archivio Letizia Battaglia, in dialogo con il curatore Walter Guadagnini.

Per accedere non è necessaria la prenotazione.

Per informazioni e biglietti: www.camera.to

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E già che siete a CAMERA, c’è anche Davide Tranchina

Nella stessa sede di CAMERA, qualche stanza più in là, oltre il bookshop, fino al 6 gennaio 2027, trovate anche Light-years Away, la personale di Davide Tranchina, fotografo e artista bolognese che da oltre vent’anni esplora il confine tra realtà e immaginazione. Attraverso fotografie, Polaroid e installazioni, Tranchina gioca con la nostra percezione, trasformando oggetti e paesaggi apparentemente familiari in immagini enigmatiche, a volte quasi extraterrestri.

La mostra, curata sempre da Walter Guadagnini, comprende anche un’opera inedita realizzata appositamente per gli spazi di CAMERA.

Un percorso più sperimentale, che abbiamo trovato particolarmente interessante proprio per il contrasto con la fotografia documentaria di Battaglia. Se siete già lì, sarebbe un peccato perderselo!

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