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Questa non è una recensione di Kolchoz

Non so nei vostri microcosmi, ma nel mio avrò sentito la parola Kolchoz almeno centocinquantasette volte negli ultimi tre mesi.

Impossibile non averne sentito parlare da quando è uscito in Italia l’ennesimo capolavoro di Emmanuel Carrère, chiaramente e unicamente con Adelphi, casa editrice che in questa stagione sembra aver deciso di prendersi tutto (non a caso Carrère stesso ha firmato la prefazione alla nuova edizione di Operazione Shylock di Roth, di cui ho scritto poco tempo fa).

Detto questo, il testo che seguirà non è una recensione di Kolchoz. Del resto, come si potrebbe recensire il romanzo autobiografico di uno dei migliori scrittori contemporanei viventi?

Non saprei nemmeno da dove cominciare, eppure ho voglia di parlarne. Di commentarlo, di raccontare quello che ci ho visto io, tra queste pagine.

E, quindi, eccoci qui.

C’è una parola sovietica che in casa Carrère voleva dire tenerezza e quella parola è “Kolchoz”.

Tecnicamente indicava le fattorie collettive, l’utopia comunista, il Novecento più spigoloso. Nella famiglia Carrère, invece — o meglio, per tre bambini parigini — significava trascinare i materassi nella camera della madre le notti in cui il padre era via, e dormire tutti insieme.

Insomma, “andare nel lettone”, si direbbe da noi.

Un piccolo disordine concesso in una famiglia che il disordine non lo contemplava.

Da quella parola parte l’ultimo libro di Emmanuel Carrère, che si intitola appunto Kolchoz, uscito in Francia nel 2025 e arrivato a noi italiani nella traduzione di Francesco Bergamasco. E a quella stessa parola torna, diverse centinaia di pagine dopo, intorno al letto di una madre che esala gli ultimi respiri.

In mezzo c’è tutto. Ci sono vite intere — o, per meglio dire, quelle che l’autore può finalmente chiamare Vite che SONO la mia. C’è Hélène Carrère d’Encausse, storica della Russia, segretaria perpetua dell’Académie française, istituzione della cultura francese e, incidentalmente, madre del nostro Carrère. Ci sono gli antenati georgiani travolti dalla Rivoluzione, il loro esilio come quello di altre migliaia di persone. E c’è l’attualissima guerra in Ucraina che costringe a rileggere un’eredità come una ferita.

Sembra il materiale per l’ennesimo libro di Carrère su Carrère.

E incredibilmente non lo è.

So che può suonare paradossale, ma a mio avviso Kolchoz è il suo libro meno autoreferenziale, nonostante riguardi davvero lui e la sua famiglia.

Mi piace pensare all’autore di quest’opera come a un protagonista defilato, che occupa i margini e lascia che siano i vivi e i morti ad accomodarsi al centro della stanza.

C’è anche una resa dei conti con se stesso, qui dentro. Il patto di vent’anni fa, stretto sull’Île de Ré, con la madre che gli aveva vietato di scrivere di lei, era stato già tradito una volta, ai tempi di Un romanzo russo. Tradimento pagato caro: mesi (anni?) di rapporti azzerati, poi civili, poi tiepidi. Kolchoz tradisce di nuovo quel patto, ma dopo la morte della madre, come lei aveva chiesto. Chissà se è un modo, curioso, di onorarla in ritardo.

Quando sono andata a sentire Carrère dal vivo al Teatro Dal Verme di Milano, lo scorso 4 maggio, era in dialogo con Marco Missiroli.

E cosa succede quando si incontrano due autori molto stimati?

Succede che riempiono i teatri. E in centinaia, accomodati sulle poltroncine, li si ascolta dialogare, affascinati.

Carrère, visibilmente felice di essere così amato in Italia, ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: Kolchoz non è nato con la morte di sua madre. È un libro pensato prima, covato altrove, per cui la morte è stata più un catalizzatore che un’origine. Ed è anche, ha aggiunto, un libro luminoso, scritto senza inquietudine. Certo, rappresenta anche e inevitabilmente l’elaborazione di un lutto, ma da una posizione di quiete che a lui, storicamente, non appartiene.

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Missiroli, poi, a un certo punto ha detto una cosa significativa: “vorrete vedere i volti”, riferendosi ad alcuni parenti di Carrère descritti nelle pagine del romanzo. Di colpo, quindi, al Teatro Dal Verme sono state proiettate immagini in bianco e nero di famiglia, come quella riportata in copertina del libro.

E aveva ragione Missiroli.

Uno degli aspetti più sorprendenti nel divorare queste pagine è la tenerezza che le percorre o quella che a me è arrivata come tale, una tenerezza nostalgica. Carrère va a cercare i suoi bisnonni georgiani, Nino Nikoladze e Vano Zourabichvili – gente della borghesia professionale caucasica, lui consulente legale della Ferrovia transcaucasica, in un’epoca in cui la Ferrovia transcaucasica esisteva ancora – travolti dalla Rivoluzione russa e finiti esuli in Francia, dove si sposeranno nel 1925. Da lì, Carrère apre una finestra sull’intero popolo cui appartengono:

“i georgiani hanno questa caratteristica peculiare, sorprendente in un popolo allo stesso tempo povero e colonizzato: non hanno nessun complesso d’inferiorità. Al contrario, trovano che non c’è niente di più invidiabile dell’essere georgiani. In ogni occasione brindano per rallegrarsene.”

Il libro ha un’ossatura precisa che Carrère nomina in apertura: la Russia come questione di famiglia, che lui chiama il suo asse verticale, il filo che tiene insieme i vivi e i morti. E dentro quella dimensione verticale, dice, c’è una consapevolezza doppia:

“dimensione verticale della vita in cui si acquista consapevolezza di ciò che unisce le generazioni — perché l’uomo è sempre più o meno lo stesso —, e di ciò che le separa — perché vivere a pochi decenni di distanza significa vivere in due mondi diversi, con valori diversi, con assiomi diversi, quasi incomprensibili l’uno all’altro.”

Scrivere della propria famiglia, per lui, è provare ad attraversare quella distanza.

Non capita spesso con Carrère, che di solito tiene il lettore a distanza di sicurezza, dietro il vetro della sua intelligenza. Tra queste pagine, invece, quel vetro pare incrinarsi o, quantomeno, abbassarsi. Sono sincera: io ho trovato persino commoventi alcune di queste pagine.

Kolchoz è un libro che non ha fretta di concludere una storia, procede per capitoli brevi, ognuno con un titolo che funziona come una didascalia di famiglia, come se sfogliassi un album fotografico più che un romanzo.

Il problema di Carrère, come giustamente mi ha fatto notare un caro amico, “è che scrive dannatamente bene”.

“Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro, nella nostra piccola finestra di tempo e in nessun’altra, nel piccolo essere che ci è stato dato di abitare e in nessun altro, il mondo può anche crollare — e con ogni evidenza sta crollando —, ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto. Allora, poiché loro sono morti, e fintanto che sono vivo, lo faccio io.”

Non è una consolazione. È un mestiere.
E forse, per chi scrive, è la stessa cosa.


Titolo | Kolchoz
Autore | Emmanuel Carrère
Traduzione | Francesco Bergamasco
Casa Editrice | Adelphi
Anno | 2026 (ed. orig. francese 2025)
Pagine | 407

Francesca Bianchi
Francesca Bianchi
Crede nelle affinità elettive e nel silenzio di prima mattina. Ha un debole per i cinema all'aperto, per i punti elenco e per Milano. Nella vita reale si occupa di sanità, ma SALT le fa battere il cuore.
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