Wajib | Il dovere palestinese della resistenza

Wajib | Il dovere palestinese della resistenza

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Wajib - Invito al Matrimonio. Un film di Annemarie Jacir

Nel delicato e ironico film della regista palestinese Annemarie Jacir Wajib (2017) un padre e un figlio ripercorrono i nodi del proprio rapporto e i conflitti familiari, che riflettono indirettamente quelli del popolo palestinese, in un viaggio a tappe che adempie alla tradizione della consegna “casa per casa, stile Nazareth” dell’invito di matrimonio della sorella più piccola.

Wajib è un film di primati: Jacir è la prima donna palestinese ad aver girato un lungometraggio, e il suo film vede recitare per la prima volta sul grande schermo due volti celebri del cinema palestinese, Mohammad Bakri e suo figlio Saleh Bakri (protagonista di Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza). Selezionato a rappresentare la Palestina nella categoria di miglior film in lingua straniera agli Oscar 2018, senza però entrare nei candidati, è tra i pochissimi film palestinesi ad essere stati proposti nella competizione americana: in totale 11 e solamente a partire dal 2004. Considerato che la Palestina non è riconosciuta come nazione, è significativo che la produzione artistica palestinese si conquisti uno spazio nello scenario internazionale.

Passando di casa in casa per consegnare ai familiari il famoso invito, nello spazio angusto di una Volvo un po’ scassata ma pur sempre fedele, padre e figlio si ritrovano ormai adulti, separati da scelte di vita opposte che li collocano agli antipodi tra tradizione e modernità. Abu Shadi (Mohammad Bakri), patriarca di una famiglia ormai in pezzi, abbandonato dalla moglie, vive a Nazareth, professore stimato e benvoluto da tutti. Suo figlio Shadi (Saleh Bakri) è un giovane architetto che vive da anni in Italia, dove convive con la figlia di un membro dell’OLP, abbracciando uno stile di vita occidentale e scegliendo la via dell’esilio.

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Già regista di Salt of this sea (2008) e When I saw you (2012), Annemarie Jacir torna a parlare del proprio Paese, la Palestina, che descrive con nostalgica delicatezza attraverso l’analisi dello spazio emotivo che separa i protagonisti di Wajib. Il conflitto generazionale e culturale tra padre e figlio, denso di incomunicabilità e di non detto, quanto di amore spassionato, diventa un pretesto per raccontare la realtà quotidiana di Nazareth, che fa da sfondo alle vicende, emergendo come terza grande protagonista del film. Gli abitanti della città, marginali a un primo sguardo, si impongono con forza al centro della scena, incarnando la conflittualità e la separazione patita dal popolo palestinese in una delle maggiori città israeliane a forte componente araba.

L’ironia sottile con cui si susseguono gli incontri porta a porta, giocata su contraddizioni e piccole bugie, esagerazioni e aspettative della famiglia allargata dei due protagonisti, dipinge a tinte vivaci i meccanismi di sopravvivenza e il grande amore per la vita tipicamente palestinesi. L’umorismo diventa l’unico modo per sdrammatizzare una condizione estrema, che li relega a cittadini di seconda categoria, e ostacola lo svolgimento delle più piccole mansioni quotidiane.

La grande collina del quartiere israeliano, Nazareth Illit, svetta sul frastagliato mare di case arabe, arroccate e intrecciate tra loro, rappresentando una delle tante barriere architettoniche che rispecchiano i netti confini di cui si nutre il conflitto israelo-palestinese. In un luogo dove ogni scelta assume valore politico, e un semplice cineforum studentesco si trasforma in un’organizzazione sovversiva nei rapporti ufficiali israeliani (altro elemento che si rispecchia nella realtà dell’attore e regista Mohammad Bakri, in causa da anni nei tribunali israeliani per il documentario Jenin, Jenin), le possibilità sono limitate.

Per il giovane Shadi, pensare di varcare tale soglia rappresenta di per sé un tradimento, e la totale perdita di dignità. Per suo padre Abu Shadi, collaborare significa, invece, non soccombere nella convivenza forzata con chi cerca di cancellare la sua identità, scendendo a compromessi per non trasformarsi in un escluso. Nello scontro tra i due emergono progressivamente le contraddizioni tipiche di ogni scelta radicale.

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La Palestina è fatta delle persone che la abitano, e del loro quotidiano sforzo di affermazione di sé, più che del fumoso simulacro che guida chi si arma di principi, e vive nella nostalgia. Padre e figlio, superati il rigore dell’uno e la ribellione dell’altro, si riscoprono simili nello sforzo di identificazione rispetto alla comunità e nella solitudine della separazione. Esternando per la prima volta la reciproca disapprovazione, giungono fino alla commossa accettazione dell’altro, che per Shadi corrisponde ad una vera e propria riconciliazione con la figura paterna e con la terra d’origine. A metterli d’accordo su una terrazza aranciata al calar del sole, sorseggiando thé e assaporando un’agognata sigaretta, la dolce Amal, il cui matrimonio a Nazareth, città di sopravvissuti, non può che non essere simbolo di grande speranza.

Wajib è la parola araba che indica un obbligo, un dovere religioso e sociale. Annemarie Jacir mette al centro della narrazione una millenaria tradizione della Palestina del Nord, raccontando in maniera ravvicinata e partecipe vizi e virtù della sua gente. Il suo sguardo comprensivo, a tratti amaro, è pronto ad accogliere sotto la sua lente i diversi punti di vista collezionati di scena in scena, dimostrando di voler affrontare temi politici a partire dall’indagine delle relazioni interpersonali che costruiscono (e ricostruiscono) una società, dei legami e delle aspettative che la tengono insieme, dei doveri richiesti a ciascun membro. Wajib per la giovane regista palestinese è un termine che non si limita alla sfera religiosa, ma la supera, rappresentando una vera e propria forma di resistenza, seppure passiva, volta alla conservazione degli aspetti migliori della tradizione come simbolo irrinunciabile di identità.

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Titolo | Wajib
Regia | Annemarie Jacir
Anno | 2017
Durata | 96′

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