sabato, Febbraio 21, 2026
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I migliori film del 2025 (secondo SALT)

Come ogni anno, puntuali come un pranzo coi parenti (serpenti), ecco la nostra listona dei migliori film dell’anno. 

Non sono in un ordine preciso, non è una classifica.

Stiamo parlando dei film usciti in Italia nel 2025 (purtroppo No Other Choice e Hamnet da noi escono il prossimo anno), scelti dalla redazione a nostro (in)sindacabile giudizio, durante una riunione di redazione fiume, in cui tutti veniamo chiusi in una stanza con poco cibo e poca acqua e, finché non deliberiamo, le porte non vengono aperte. 

Immaginatevi Conclave, ma con la veemenza di 12 Angry Men

Ecco.

(E sì, a grande richiesta, in fondo all’elenco dei film abbiamo quest’anno abbiamo messo anche le nostre serie preferite del 2025, ma non ditelo a quel Grinch di Ale Pigoni che poi si arrabbia e dice che non sono paragonabili e blabla)

Pronti? Partiamo!

film 2025 di caprio

One Battle after Another, Paul Thomas Anderson

Doverosa premessa: PTA è un regista divisivo. Nel senso che una parte degli spettatori sono innamorati, capiscono al volo quello che vuol dire e come lo dice; un’altra parte non riesce ad immedesimarsi per nulla nella sua narrazione e nei suoi personaggi, anche in quelli in cui, sulla carta, sarebbe facile farlo (come ai ragazzi di Licorice Pizza). Quindi è facile che piaccia moltissimo o non piaccia affatto.

Al netto di questa premessa, One battle after another è davvero un gran film, con una serie di sequenze memorabili (l’inseguimento in macchina), retto sulle spalle di attori mostruosi. Se DiCaprio ormai ha assunto (benissimo) il ruolo del personaggio trasportato dagli eventi (come in Killers of the flower moon, Don’t look up e Once upon a time in Hollywood), sia Sean Penn che Benicio Del Toro sono strepitosi in due ruoli che sembrano cuciti su di loro. Il film riesce poi a toccare una serie di temi importanti per l’America di oggi, ma con leggerezza e usando il filtro della satira – come c’era da aspettarsi, essendo un adattamento di un romanzo di Pynchon.

 

Bugonia, Yorgos Lanthimos

L’accoppiata Lanthimos-Stone è ormai sinonimo di qualità e questo film ne è l’ennesima riprova. Lanthimos torna (finalmente!) alla visione negativa e nichilista del mondo e dei rapporti umani, mettendo in atto un dramma da camera tutto gestito dai tre straordinari protagonisti (Plemmons incredible): due complottisti rapiscono una dirigente d’azienda, considerandola un’aliena mescolata fra gli umani per controllarli. A nulla valgono le discussioni, il pensiero rigido del complottismo non accetta repliche e ogni prova viene piegata a confermare la propria verità. Una visione desolante del mondo moderno, chiuso nella monade della propria opinione, inscalfibile – i recenti eventi negli USA, il culto MAGA, ne sono chiaro riferimento. Fino a un climax finale surreale che nel finale scoppia in faccia allo spettatore in maniera inaspettata e potentissima, a ribadire la visione negativa del mondo, sebbene sempre letta attraverso la lente del grottesco.

 

La voce di Hind Rajab, Kawthar ibn Haniyya

Film tremendo e necessario. La vicenda della piccola Hind Rajab, che i soccorsi di Gaza non sono riusciti a salvare per lungaggini burocratiche e perché l’ambulanza stessa è stata colpita dall’esercito israeliano. Forse il film dell’anno. Raccontare una vicenda di questo tipo non è facile: il pietismo o l’eccesso di patetismo sono dietro l’angolo. La regista trova una soluzione eccezionale sul piano cinematografico, capace di rendere un film necessario per la tematica affrontata, un film che sperimenta sul piano tecnico e formale. La regista, infatti, mescola realtà e finzione: le telefonate sono tutte originali, così come la voce della piccola; gli attori “rimettono in scena” la voce dei soccorritori; la realtà, poi, sul finale si mescola ancora di più con la finzione, mostrando immagini reali da table e cellulari. Non è un documentario, né un puro film di finzione, ma un mix dei due, capace di mantenere tutta la tensione necessaria e di trasmettere un messaggio potentissimo: non è finzione, è assurdo, insensato, fa arrabbiare, fa fremere dentro, ma è realtà.

 

Frammenti di luce, Rúnar Rúnarsson

Piccolo film che riesce a trasmettere tutta l’emozione ed il senso che stanno dietro all’elaborazione del lutto. Rúnarsson racconta una storia di amicizia e di amore, di elaborazione di un gruppo di ragazzi a cui muore un amico, un fidanzato, un amante. Il tutto nello spazio temporale di una giornata, lunghissima, di una primavera islandese: iniziando e terminando proprio col tramonto del sole sul mare. I giovani portagonisti sono bravissimi e vivi, capaci di rendere la complessità delle relazioni e delle emozioni vissute. La regia si mantiene asciutta, ma inanaellando almeno un paio di scene di altissimo livello, con chiari riferimenti al cinema di Bergman.

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Father Mother Sister Brother, Jim Jarmusch

I rapporti familiari, asciugati come solo Jarmush sa fare. Tre quadri familiari, tre famiglie disfunzionali a loro maniera, tre vicende fatte di silenzi e imbarazzi. Il realismo di Jarmush a tratti è quasi disturbante, ma estremamente vero: sono situazioni in cui tutti ci siamo trovati, soprattutto le prime due, con genitori e figli che non sanno quasi nulla l’uno dell’altro, segreti e difficoltà di comunicazione. Solo nel terzo episodio il regista si apre ad alcuni aspetti di maggiore lirismo, soprattutto nelle scene a specchio fra i due fratelli. La scrittura è estremamente curata, con alcuni rimandi che legano i vari episodi, fra di loro scollegati in termini tematici e spaziali: la scena con gli skaters, la battuta sullo zio Bob (Robert, quando è detta da una inglese), il maglione rosso, il brindisi con bevande analcoliche, nowhereland, la risposta “it’s debatable”. Sono tutti piccoli dettagli che legano i tre episodi, a ricordarci che potrebbero essere del tutto intercambiabili, i personaggi così come gli spazi, perché le famiglie sono fatte così, ovunque.

 

Sinners, Ryan Coogler

Jordan Peele ha fatto in modo che l’horror tornasse a parlare di temi sociali, soprattutto razziali, negli USA sempre più divisi. Coogler si inserisce nel suo solco con un film ambientato ai tempi in cui il KKK ancora scorrazzava indisturbato (no, non oggi, malpensanti che non siete altro), in cui la parte horror è ridotta al minimo. Il regista sembra in realtà più interessato a raccontare la musica, il blues, e il rapporto che questo ha con la cultura afroamericana. Sì, ci sono anche i vampiri, bianchi e cattivi (la metafora è chiara), che mantengono alcune caratteristiche dei succhiasangue (come ad esempio il poter entrare solo se invitati) e sono controllati da una mente alveare (anche qui metafora sottile, mi dicono). Al netto di alcuni scivoloni nella scrittura, Sinners è un film molto ben diretto e interpretato, soprattutto dalla schiera di comprimari (fra cui, peraltro, spunta anche Buddy Guy sul finale), con un messaggio molto chiaro. Fra i film più interessanti della stagione.

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Sotto le nuvole, Gianfranco Rosi

Lo stile documentaristico di Rosi è qualcosa che non esiste al di fuori della sua cinematografia. Non esistono dialoghi, né un dichiarato filo conduttore. Le sequenze sono giustapposte, a creare un senso di narrazione, senza bisogno di trama o di parole, nella maggior parte dei casi. E questa giustapposizione riesce incredibilmente a rendere tanto il senso terreno del documentario, addirittura gli aspetti di denuncia, quanto l’aspetto poetico e aereo della narrazione. Fare poesia con un documentario che parla di Napoli e dei Campi Flegrei. Un bianco e nero tenace, sporco di polvere e di pioggia, su cui scorre la vita quotidiana della centrale del 118, degli insegnanti e di chi si occupa della cura delle opere d’arte, della città tutta e dei suoi abitanti. 

A House of Dynamite, Kathryn Bigelow

Che succederebbe se un giorno venisse rilevato un missile balistico che in 20 minuti impatterebbe il vostro paese? Per scoprirlo, o aspettate qualche mese (che tanto, di questo passo…) o guardate l’ultimo film di Kathryn Bigelow. Il film, strutturato con tre segmenti che rappresentano i punti di vista di altrettanti personaggi, si pone sulla scia di quei “burocratic-drama” che, più che alla crisi in sé, sono interessati alla risposta dei sistemi di potere. Se avete visto Shin Godzilla sapete di cosa parlo: sotto-segretari, capi-gabinetto, vice-presidenti di commissione, tutta gente indaffaratissima a fare cose, seguire protocolli, aggiornare riunioni, nella più totale impotenza mentre intanto, là fuori, arriva il meteorite. Tic-tac-tic-tac.

Fun fact: il film maggiormente distante dalla realtà della Bigelow ha fatto filotto di premi; questo, che ha una aderenza alla realtà quasi maniacale, non se lo sta filando nessuno. C’è una lezione da apprendere, qui?

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Frankenstein, Guillermo del Toro

Il mostro come metafora del figlio. Del Toro non indugia sull’orrore, lo addomestica fino a farlo sembrare tenero. È il suo tipo di gotico: empatico, barocco, dichiaratamente dalla parte degli esclusi. Fotografia pazzesca, e forse Jacob Elordi è addirittura capace di recitare. Lasciano a bocca aperta le scenografie ed i costumi (i vestiti di Mia Goth!), zeppi di simbolismi e rimandi (anche i vestiti, sì). La storia è piuttosto fedele all’originale e abbandona quasi interamente la tensione (vabbè la storia è nota, ecco) a favore della bellezza estetica della resa.

Die My Love, Lynne Ramsay

Ci sono alcuni argomenti che vengono sempre trattati o troppo poco o in maniera errata e la depressione post partum è uno di questi. Sempre fra l’onirico o al limite dell’horror, in questo caso ci troviamo di fronte alla semplice e crudele realtà dei fatti: nessuno spirito maligno o terrificanti gesti estremi, solo molta tristezza e pensieri che si nascondono sotto un mucchio di polvere. Un’impeccabile Jennifer Lawrence ci trascina nei meandri della mente e in una relazione che non sa come affrontare la delicatezza dei primi mesi come genitori.

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Wake Up Dead Man: Knives Out, Rian Johnson 

Il giallo come specchio sociale, affilato e ironico. È divertente, caotico e ti fa riflettere sul fatto che le vittime non sono sempre quelle che credi. E poi, ci sono ben due preti boni. Anzi, tre…
Il terzo capitolo delle indagini di Benoit Blanc ha una marcia in più rispetto al capitolo precedente, sia come tematiche che come sviluppo. Daniel Craig è spassoso, come sempre, nella sua decostruzione del classico investigatore (e del maschio machista), ed è supportato da un cast strepitoso, a partire da Josh O’Connor (che gli vuoi dire?) e Josh Brolin.

Train Dreams, Clint Bentley

Film delicato che racconta la vita di un taglialegna americano lungo il novecento, alle prese con rimpianti e lutti. Il treno, di cui lui costruisce la ferrovia, un ciocco di legno alla volta, è l’emblema del sogno americano, dell’ambizione di rivalsa sociale, ed infine è proprio il macchinario senza scrupoli che si porta via tutti i sogni e tutte le aspettative. Il film ha una fotografia davvero molto bella, che riesce a rendere la piccolezza delle nostre storie umane sullo sfondo di una natura bellissima e insensibile. Joel Edgerton rende perfettamente lo spaesamento e la mancanza di punti di riferimento del protagonista. La regia, infine, riesce nel raro compito di mostrare fantasmi e attività onirica senza provare a fare David Lynch. Un piccolo, ma bellissimo, film.



📺 E ORA PARLIAMO DI SERIE TV

Andor, Tony Gilroy

Quella che, non solo noi, consideriamo la serie dell’anno: l’universo di Star Wars come non lo abbiamo mai visto, attraverso gli occhi della ribellione fatta dal popolo. Non Jedi, nessun potere, solo persone comuni che decidono di provare a cambiare le cose. Ed è bellissimo. Unica serie che usa la parola “genocidio” (SPOILER: non è stata molto apprezzata per questo), che parla di politica e che riesce a collegare la nostra realtà col mondo fantastico di Star Wars. Il tutto reso da una scrittura tesa e precisa, sorretta da interpretazioni strepitose (sopra tutti, il personaggio di Mon Mothma interpretato da Genevieve O’Reilly).

Welcome to Derry, Jason Fuchs e Brad Caleb Kane 

L’orrore dell’infanzia e Derry come città-matrice del trauma. Un prequel che convince malgrado lo scetticismo, che ha qualcosa da dire e ti intriga con una serie di indizi. E poi c’è Bill Skarsgard.

All Her Fault, Megan Gallagher 

Colpa, maternità e giudizio sociale. Una tensione tutta interiore, fatta di sguardi e omissioni. Tutti hanno qualcosa da nascondere, ti ritrovi a turno a pensare male di tutti i personaggi e arrivi all’ultimo senza aver capito che cosa sia successo davvero.

The Pitt, R. Scott Gemmill

Serviva un altro medical drama? No. Gli avremmo dato una lira? Ma figuriamoci. Siamo rimasti incollati perdendo preziosissime ore di sonno durante il rush prenatalizio? OVVIO. The Pitt è riuscito nell’incredibile impresa di rendere avvincente un drama ambientato in un ospedale nonostante la nostra unica religione professata sia e rimarrà sempre quella di Meredith Grey. In arrivo a breve la seconda, il racconto delle 15 puntate della prima stagione è quello di un turno di servizio. Una puntata, un’ora. Ed è incredible quante cose succedano. Quante cose vi rientrano della società contemporanea americana. Quanto non ci si riesca a staccare. Perché gli Emmy che ha vinto sono meritatissimi. La scrittura è una bomba. Fidatevi.

Adolescence, Jack Thorne e Stephen Graham 

L’età in cui ogni problema sembra enorme e nessuno ti prende sul serio. Crudo, scomodo, senza pietà. L’adolescenza come campo minato emotivo: si dovrebbe guardare alle scuole medie. 

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