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Herbert White & Poem Ending With a Sentence by Heath Ledger | Le voci di Frank Bidart

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Il mio primo incontro con le poesie di Frank Bidart è avvenuto casualmente mentre ero distrattamente impegnata a guardare da tutt’altra parte. In questi casi la frase ricorrente credo sia: “Come succede esattamente negli incontri migliori”. Considerando tutte le ore della mia unica vita su questa terra che dedico al vagare completamente a caso su internet, più che serendipity lo chiamerei semplicemente calcolo delle probabilità. Si dice così, no, quando tra centinaia di cose dolorosamente trascurabili ne trovi inevitabilmente una interessante e che ti dia una genuina scossa al sistema nervoso? Penso di sì ma potrei confondermi perché so usare la matematica solo per sommare le calorie degli alimenti.

Ad ogni modo, tutta questa randomness nello scoprire le cose è ovviamente ancora una volta causata dalla mia scarsa preparazione: Frank Bidart si è aggiudicato il Pulitzer Prize for Poetry nel 2018, dunque per evitare il rischio di perdermi una cosa meravigliosa bastava decidere per una volta di cercare con criterio, e nei posti giusti.

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Non mi riprenderò mai dalla voce sottile di Frank Bidart che legge uno dei suoi poemi, Herbert White, ma a questo ci sono arrivata dopo aver visto il cortometraggio omonimo del 2010 diretto da James Franco, tratto dal poema di Bidart. Il protagonista, Herbert White, è interpretato da un Michael Shannon che, anche a causa della quasi totale assenza di comunicazione con altri esseri umani, riesce perfettamente a convincerti di essere la persona più in difficoltà, triste, sola e orrenda – nel senso che fa cose orrende – rimasta sulla terra. O perlomeno nella sua narcolettica e desolata cittadina di periferia, così desolata che hai l’impressione sia uno di quei luoghi che potrebbe senza dubbio sopravvivere a qualsiasi futura guerra nucleare. Voglio dire, ha l’aspetto di un posto che abbia già visto di peggio.

Il poema è un lungo monologo-confessione (che forse White rivolge più a se stesso che a un ipotetico pubblico) dettato interamente dalla voce del mostruoso protagonista, nel quale le proprie dolorose e a tratti incredule ammissioni di colpa si alternano a lunghe e silenziosissime occhiate fuori dalla finestra durante le quali ci si sente soffocati dall’asfalto e dall’erba e dagli alberi che se ne stanno lì fermi senza dire assolutamente niente. Senza dire niente, esatto. Nel cortometraggio di Franco quasi non c’è dialogo e la cosa più rumorosa che si possa ascoltare è il ritmo del respiro di White che inevitabilmente accompagna e, a seconda della sua drammatica intensità, preannuncia le azioni che sta per compiere.

Poem Ending With a Sentence by Heath Ledger, invece, è una poesia presente nella raccolta del 2013, Metaphysical Dog, e non ha nulla a che fare con il silenzio. Soggetto principale è qui la voce dell’attore e la sua studiata modulazione, completamente stravolta in ogni occasione, in base alle personali esigenze del personaggio da interpretare e del quale la voce ne è l’emblema.

Le ripetute vocali taglienti del Joker in armonia con la sua mutilazione fisica, le frasi trattenute e spezzate di Ennis Del Mar, per concludere con una citazione stessa di Ledger che afferma l’imprescindibile rilevanza della ricerca della voce giusta durante la costruzione di un personaggio, prima di mettere a punto qualsiasi altro dettaglio caratterizzante. In questo caso, ci si riferisce al ruolo di Robbie Clark nel biografico I’m not here:

Once I have the voice that’s the line and at the end of the line is a hook and attached to that is the soul.

La voce è il tratto distintivo che più tendiamo a memorizzare (forse, per gioco, anche a imitare) di ogni personaggio. Crediamo che sia strettamente collegata al suo essere, e che ogni sbavatura o tratto inatteso sia pronto a svelarne inaspettatamente la sua vera anima, alla quale è necessariamente legata. Forse è per questo che Herbert White, per quanto ne sappiamo, preferisce non dire quasi niente.

*

Poem Ending With a Sentence by Heath Ledger

 

Each grinding flattened American vowel smashed to

centerlessness, his glee that whatever long ago mutilated his

 

mouth, he mastered to mutilate

 

you: the Joker’s voice, so unlike

the bruised, withheld, wounded voice of Ennis Del Mar.

 

Once I have the voice

 

that’s

the line

 

and at

 

the end

of the line

 

is a hook

 

and attached

to that

 

is the soul.

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