Elbow | The Take-off and Landing of Everything

Elbow | The Take-off and Landing of Everything

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Stamattina ho capito che mi sarei ridotto a scrivere questo articolo su un diretto BolognaLondra, visto che alla fine dell’estate mi ero assegnato scadenze editoriali di un ottimismo a dir poco incomprensibile.
Non che l’idea mi dispiaccia, visto che di solito sugli aerei vivo a pane e ansia: il taglio dei costi ha eliminato la lattina di birra come omaggio delle compagnie aeree, è necessaria una distrazione alternativa. Inoltre ho
pensato che se c’è un luogo adatto a scrivere di questo disco, quello è proprio un bimotore British Airways
diretto in terra albionica.
Signore e signori, allacciate le cinture di sicurezza, spegnete i telefonini e mandate un saluto via etere al vostro Dio di riferimento: vi racconto gli Elbow, vi racconto The take-off and Landing of Everything.

Mancuniani atipici, gli Elbow nascono un milione e mezzo di anni fa sotto la guida di Guy Garvey, penna
raffinata e guance rosse, uno che fa 20 km con un litro (di Guinness). Dopo appena 10 anni passati a scrivere il primo disco (prendetevi il vostro tempo ragazzi… non c’è fretta), The Seldom Seen Kid (2008) e Build a Rocket, Boys! (2011) accendono l’interesse di critica e pubblico grazie a un paio di singoli piuttosto fortunati, One day like this su tutti.

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The Take-off and Landing of Everything arriva nel 2014 e, nello stesso anno, un me vagamente più giovane ci si imbatte per vie traverse. Ancora oggi, se ho bisogno di rimettere il sangue in circolo, questo è il disco che mi defibrilla. La prima caratteristica che salta agli occhi è che gli Elbow non hanno fretta e se non avete pazienza non è di certo un problema loro. Dei 10 brani in tracklist, solo uno non supera i 4 minuti e ben cinque vanno oltre i 6 giri di lancette.
Eppure ci si rende conto immediatamente che non c’erano alternative, non un solo minuto è sprecato, non un
accordo. La noia non fa capolino, mai. Queste canzoni dicono quello che andava detto, nel modo migliore per
dirlo. Stringerle dentro i confini radiofonici moderni avrebbe rovinato tutto, rendendo l’opera un aborto.
Complicato parlare della musica: gli Elbow sono orchestrali, ma non flamboyant come i Queen. Sperimentali,
ma mai troppo fuori dalla forma canzone. Profondamente legati alle loro radici britanniche, ma di certo non
brit. Acustici, ma non cantautorali come Leonard Cohen.

Le atmosfere che creano sono una maschera multi-facce, in equilibrio fra la necessità di metterci tutti a
dormire senza tachicardia e la voglia di svenire al pub un quarto d’ora dopo la last-call.
Raramente alzano la testa, strattonano, urlano, richiamano l’attenzione. Sei tu che scegli, non loro che ti
costringono. Non piacciono a tutti, non vogliono piacere a tutti. 
È un disco che, infatti, consiglio di rado. Troppo difficile avere la pazienza per farlo bussare alla porta, entrare in casa in punta di piedi, insinuarsi fra le pieghe di un autunno qualsiasi e non staccarsi mai più dall’esistenza di un uomo moderno, anno domini duemila e rotti.

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Nato e basato quasi completamente sullo sviluppo di due tematiche (il viaggio evocato senza mezzi termini nel titolo, e la fine di un amore bellissimo ma senza futuro), questo è anche un piccolo libretto di poesie musicate. Lontano anni luce dallo standard anglofono per cui il testo è una scusa qualsiasi per inventarsi una melodia, ogni frase è un’opera d’arte che restituisce il lustro perduto a una lingua sottoutilizzata.
Così non si può evitare di battere la pinta di birra sul tavolo nel ritornello di My Sad Captains, nè negare che
New York abbia una voce che raccoglie le grandi idee ancora da scovare (New York Morning). Ci riconosceremo tutti in Fly Boy Blue/Lunette, elenco di vizi tanto mortali quanto perfettamente irrinunciabili e saremo già certi che, al nostro prossimo amore, dedicheremo Real Life (Angel) al posto di qualche ballata di Biagio Antonacci, che Pippo Baudo l’abbia in gloria.

Guy Garvey è un paroliere d’eccezione, un cantautore in senso lato, non rima se non è necessario e aborre le
parole clichè della canzone inglese. Se mi scrivesse la lista della spesa, sarebbe la più bella che io abbia mai
letto. È proprio per questo che penso sia superfluo trovare una frase di chiusura, un paragrafo conclusivo, una sintesi. Se la frase che riporto qui sotto non vi avrà ancora convinto, amici come prima.

A sober midnight wish flies 
over the roofs and down through the years
“Hope that you and yours are sleeping, safe and warm in size formation”

While three chambers of my heart beat true and strong
with love for another
the fourth is yours forever

 

Album | The Take Off and Landing of Everything

Artista | Elbow

Etichetta | Fiction Records

Anno | 2014

Durata | 56:51

Mattia Pace

 

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