Capire Kafka: una luce troppo intensa

Capire Kafka: una luce troppo intensa

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Si parla spesso della nostalgia verso epoche mai vissute, amore struggente per paesi mai esplorati, paziente attesa di principi azzurri mai esistiti (ahia). Mi chiedo quindi: è possibile avere una grande sintonia intellettuale con autori mai letti, o letti ma mai apprezzati? Non parlo di citazioni fuori contesto sfoderate per cuccare, ma della sensazione che un autore sia un buon amico saggio e sibillino, che ammiri molto ma non hai mai compreso fino in fondo.

Io credo di sì. A sostegno della mia tesi, vi presento il mio caso specifico: Kafka.

Nato e cresciuto a Praga, la “piccola madre dagli artigli molto affilati” che lo trattenne a sé per tutta la vita, Kafka non fu mai un uomo felice: figlio incompreso, impiegato frustrato, amante tormentato. I suoi dolori, sopportati con un silenzio stoico opposto ai suoi interminabili scritti, lo consumarono fino a farlo morire di tubercolosi. Espresse due ultimi desideri: andare a morire in Palestina, ospite di un amico, e bruciare tutte le sue opere. Nessuno dei due fu mai realizzato. Visse e morì praticamente sconosciuto, consegnato alla storia solo da quelle opere che voleva distruggere.

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La statua dedicata a Kafka a Praga. 

La prima volta che lessi Kafka, mi sembrò di immergermi in un vortice di ossessioni e cupa monotonia. Il suo male di vivere mi artigliò dalla prima pagina, trascinandomi in un trip ansiogeno alimentato dagli aspri suono del tedesco associati in parole troppo lunghe e periodi interminabili. Rabbrividii per i dettagli sulla mela marcia che lentamente infetta il dorso di Gregor Samsa diventato scarafaggio, mi spazientii per l’introspezione estrema delle sue lettere. Lo odiai quando la prof di tedesco me lo chiese a tradimento all’esame di maturità. Franz aveva insomma tutte le carte in regola per essere inserito nella mia lista nera letteraria.

Eppure lo amai subito, e lo amo ancora oggi. Non sono da sola, certo: Kafka è considerato il fondatore del realismo magico, un personaggio che ha insegnato a Gabriel Garcia Marquez come scrivere. Philiph Roth ne ammira l’universo letterario, a suo parere frutto di una magia o di un miracolo. Primo Levi scrisse: “Kafka comprende il mondo (il suo, e anche meglio il nostro d’oggi) con una chiaroveggenza che stupisce, e che ferisce come una luce troppo intensa”.

Ma Kafka non è una figura triste: malinconica, sì, ma non oscura. Il suo non è un lamento fine a sé stesso. E’ un autore empatico, che non vuole trincerarsi nelle sue pene: al contrario, ci comunica il suo mondo interiore con grande chiarezza. “Tutte le persone che incontrarono Franz Kafka nella giovinezza o nella maturità, ebbero l’impressione che lo circondasse una «parete di vetro». Stava là, dietro il vetro trasparentissimo, camminava con grazia, gestiva, parlava: sorridendo come un angelo meticoloso e leggero; e il suo sorriso era l’ultimo fiore nato da una gentilezza che si donava e si tirava subito indietro, si spendeva e si chiudeva gelosamente in sé stessa. Sembrava dire: «Sono come voi. Sono uno come voi, soffro e gioisco come voi fate» (Pietro Citati).

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Molti conoscono la storiella di Kafka e della bambola: trovata una bimba in un parco che piangeva disperata per la perdita della sua bambola, l’autore iniziò a scriverle una lettera al giorno firmandosi come la sua compagna di giochi: dopo il racconto di mille avventure, sposata e ormai cittadina del mondo, la bambola spiegò alla bambina in un’ultima lettera che ora l’avrebbe lasciata libera di crescere. Attraverso le sue parole Franz accompagnò la bambina nell’accettazione della perdita, lasciandola arricchita e felice per la sorte della sua cara amica. Che fine avrà fatto quella bambina? Si sarà ricordata della corrispondenza, una volta cresciuta? Forse sì, e sarà stata grata a quel giovane dalle orecchie a sventola.

Franz, sarò sincera. Non ho mai veramente terminato un tuo libro. Forse non sono ancora pronta a farmi ferire dalla tua chiaroveggenza. In “Praga Magica” Ripellino assicura che ancora oggi, ogni notte, alle cinque, tu ritorni a casa tua con bombetta e cappotto nero: quando vivrò lì verrò ad aspettarti in Via Celetnà, e spero di poterti dire che finalmente ho davvero capito cosa volevi dirmi, e che te ne sono grata.

Però una birra per l’esame di maturità me la devi comunque offrire.

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