Ci sono storie che segnano più di altre. Quella di Alaa Faraj, autore di Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025), è sicuramente una di quelle.
Alessandra Sciurba, giurista, ex portavoce dell’ONG Mediterranea, l’ha conosciuto in carcere ed è riuscita nell’incredibile impresa di trasformare le parole di questo ragazzo nella sua storia. In un libro. In una testimonianza forte. Dura. Schiacciante. Schiacciante per noi, per le nostre (ir)responsabilità.
Alaa era ed è un ragazzo. Uno dei tanti libici che, di fronte all’impossibilità di ottenere un visto regolare, ha scelto la via del mare. Ma proprio perché libico, molti passeggeri, all’arrivo, l’hanno indicato come uno degli “scafisti”.
Il dolo, però, in fondo, non è di chi ha puntato il dito. Che colpa ne ha, in fondo, chi è sopravvissuto alla disperazione per trovarne altra a riva, e si trova di fronte alla domanda più sbagliata di tutte? “Chi guidava? Chi comandava?”.
In quale manifestazione razionale della criminalità, un trafficante partirebbe per guidare una delle tante bagnarole messe in acqua? Alaa il timone non l’ha nemmeno mai toccato. Ha vomitato per tutto il viaggio. Ha sofferto. Ha avuto paura.

Ma Alaa è libico. Libico come chi quel mucchio di legno e ferro l’ha messo in mare. Libico come quella sedicente Guardia Costiera che il nostro Paese – e quindi le nostre tasse – finanzia per tenere oltre il mare nostrum le anime dei disperati. Ingabbiate dentro carceri improvvisate, sistematicamente torturate, irrimediabilmente traumatizzate.
Alaa è libico. E la sua origine diventa colpa, fino a trasformarsi in condanna. Perché la stupida, folle e cieca legge italiana figlia della propaganda che vuole cercare gli scafisti in “tutto il globo terracqueo” (cit) deve consegnare un colpevole alla folla inferocita che grida Barabba.
Perché Barabba è liberato, anzi, non è mai stato nemmeno incarcerato, grasso del suo denaro illegalmente guadagnato tra le polveri della disperazione libica. Mentre un ennesimo Cristo, dal carcere, spreca 30 anni della sua vita potendo ormai sperare solo in una grazia che chissà se arriverà.
Sono centinaia, anzi migliaia i ragazzi in carcere in Italia perché follemente indicati come scafisti. Ci saranno sicuramente anche dei veri colpevoli, ma sono senza dubbio una minoranza.
Dietro le sbarre muore l’innocenza di chi paga il prezzo dell’incoscienza di certa politica.
Alaa era ed è un calciatore. Una giovane promessa del pallone in Libia. Alaa, ora, impara la vita in cattività. Studia la nostra lingua, che è il suo desiderio di essere come noi e parte di noi. E con questa lingua, che evolve come la sua disperazione, scrivendo lettere su lettere ad Alessandra Sciurba, ha ricostruito la sua quotidianità, i suoi passi avanti, le sue scoperte, la sua storia e i suoi processi. Uno scandalo che ha dell’incredibile, confermato e ribadito in ogni grado di giudizio.
Alaa racconta tutto, e lo fa a parole sue. Con i suoi inciampi. I suoi lenti miglioramenti. Non fatevi spaventare da una grammatica che zoppica. Non c’è bisogno di una sintassi perfetta per arrivare dritti al punto. E al cuore. E diventare un libro che non può non diventare una pietra miliare della letteratura che si fa politica.
Grazie a Sellerio, che ha avuto il coraggio di pubblicare una storia linguisticamente imperfetta. Esistono ancora autori che ascoltano la coscienza e riconoscono il valore di ciò che si può comunque e si deve capire.
Grazie, Alessandra Sciurba, che hai fatto di quelle sue lettere una testimonianza che, con tua e nostra fierezza, porta la sua firma, in una narrazione che scorre e cattura. Che hai trattato con delicatezza e rispetto ogni virgola. Che hai lasciato che Alaa parlasse a noi come ha sempre parlato a te.
E auguri, Alaa Faraj. Che tu possa essere capito. Che possiamo essere perdonati.
Titolo | Perché ero ragazzo
Autore | Alaa Faraj
Casa editrice | Sellerio
Anno | 2025

