Un Cosmo di libri

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2 2019

La scopa del sistemaLa scopa del sistema
David Foster Wallace

Dopo Wittgenstein,  Cosmo mi deve ridare la mia copia di La scopa del sistema, di David Foster Wallace.

Già dal titolo non si può non pensare alla bisnonna di Lenore, perno di tutto il romanzo, matta, allieva di Wittgenstein e quindi amante del linguaggio, che sparisce di punto in bianco.

Vi ricorda qualcuno? Sì, anche secondo me è un alter ego di DFW.

La bisnonna wittgensteiniana ha sempre cercato di convincere Lenore, nipote e protagonista del romanzo, del ruolo funzionale delle parole, del fatto che la realtà esiste solo in riferimento a quanto di lei può essere raccontato (“Non ti parte la macchina? E un problema di linguaggio. Sei incapace di amare? Sono le spire del linguaggio. Hai il raffreddore? Semplice: costipazione di sedimenti linguistici”.)

E se c’è uno che ha sempre avuto un’attenzione spasmodica per il linguaggio è proprio DFW.
Per un po’ DFW aveva seguito le orme del padre filosofo, che si era formato presso gli allievi diretti di Wittgenstein.

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Tutto il romanzo è giocato su questo attributo funzionale dato al linguaggio, che però, paradossalmente, conduce ad infiniti dialoghi ed elucubrazioni che portano… a niente. Proprio a niente.

C’è in particolare un episodio tra la nonna e Lenore che spiega la questione parola/funzione del romanzo. Cito:

[La bisnonna] prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.

Capito? La scopa del sistema. 

Ovviamente ‘sta povera Lenore cresce terrorizzata e affascinata dalle delle parole, e per questo viene spesso presa per pazza:

Tu vai pazza per le parole, vero? – Guardò Lenore. – Vero che vai pazza per le parole? – Cioè? Che significa? – Significa che mi dai l’idea di una che va pazza per le parole. O forse pensi che siano loro a essere pazze. – In che senso? – Nel senso che le prendi terribilmente sul serio, – disse. – Tipo come se fossero un bisturi, o una motosega che rischia di tagliarti con la stessa facilità con cui taglia gli alberi.

Eppure Lenore non può fare a meno di chiedersi cosa definisca autenticamente la sua vita, quale parola riesca a raccontarla davvero – e quindi a farla esistere.

Non ho la più pallida idea di cosa pensasse Cosmo quando ha scritto Wittgenstein. Ma non venitemi a dire che è un caso che la canzone si concluda così:

siamo soltanto il sogno di una divinità,
siamo tutti già morti ed ecco che…
Non ci sono parole.

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