Volvo | Erlend Loe

Volvo | Erlend Loe

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Pingu in compagnia di Erlend Loe: come non armarlo?!

Tutto è iniziato una notte buia e tempestosa.
Che buia lo era davvero eh, tempestosa magari un filino meno, ma comunque c’era vento.
Mi pare.
Vabbè, facciamo che c’era vento.

Di sicuro c’era la festa di Natale della casa editrice Iperborea, proprio nella loro sede di Milano, in via Palestro.
-37 gradi fuori (vi ricordo il vento) e +74 dentro, chè, sapete, il calore dei libri, l’affetto natalizio e quelle duecento persone in otto metri quadrati che ti scaldano l’anima.

Amo la grafica di Iperborea.
Sul serio.
Mi piace il formato dei loro libri, mi piace che sia leggermente anticonvenzionale ma non abbastanza da impedirmi di incastrarlo tra le mensole della libreria.
Mi piace anche la scelta della carta, la sensazione che si prova passando i polpastrelli sulle copertine ruvide e opache.

Ma quanto sono fighe le copertine di Iperborea?

Inciso: Non mi hanno (ancora) pagato per dirvi queste cose.
Inciso bis: Signor Iperborea, se mi stai leggendo sentiti comunque libero di spedirmi tutti i libri che vuoi.

Dicevo, quanto sono fighe le copertine di Iperborea? Tanto, ma davvero tanto.

I feticisti letterari, quindi, non avranno nulla in contrario a sapere che questo è stato l’unico il vero motivo che mi ha spinto a prendere in mano “Volvo” di Erlend Loe.

Come fate a resistere a una copertina così?
Come fate a resistere a una copertina così?

Tuttavia, è inutile dirvi che è stato soltanto grazie a ponderati e sofisticati criteri bibliofili che ho scelto di dare davvero una chance al libro. La Volvo, infatti, ha sede nella città di Göteborg, in Svezia. E io a Göteborg ho fatto l’Erasmus…

TAAAC, compro il libro.

All’inizio ero un po’ prevenuta perché, nonostante i saldi motivi che mi avevano spinto ad acquistare Volvo, ho poi scoperto che Erlend Loe in realtà è norvegese. Non svedese. Norvegese.
Mi sono sentita tradita.
Norvegese.
Però ha studiato in Danimarca.
Ah ecco.

Cinque minuti dopo ero a pagina 15 e stavo ridendo da sola.
Non sono così male questi norvegesi.
Ma infatti Loe ha studiato in Danimarca.
Ah ecco.

E a quanto pare è stata un’esperienza indimenticabile per lui.

“La regola empirica quando si parla coi danesi è provarci sempre, bisogna mostrarsi aperti e di buon umore, eccetera, ma, fattore importante: se a una vostra domanda rispondono in inglese, bisogna tirargli un bel pugno in faccia. Credetemi. Io (che scrivo) ho vissuto molti anni in Danimarca. Pugni violenti e ripetuti sul setto nasale sono l’unica cosa che serve”.

Mi sono tranquillizzata quando ho scoperto che, in ogni caso, il libro è ambientato davvero in Svezia e davvero la Volvo è intesa come quella stessa Volvo Trucks che ha sede a Göteborg. Casa.
A circa metà del libro ho scoperto anche che, in realtà, si tratta di un sequel e che Loe non è affatto un autore così sconosciuto come pensassi. Tipo che Volvo è uscito in Italia nel 2010 e io pensavo fosse fresco di stampa.

Ah ok.

Vabbè non è che posso sapere tutto, mica sono Ale Pig.

Volvo Ibrahimovic
E che fai Zlatan non ce lo metti?

Un’improbabilissima comitiva, a quanto pare assemblata nel libro precedente, fugge dalla Norvegia alla Svezia (e già io felice) incappando in personaggi ancor più improbabili.

Breve e improbabile descrizione dei personaggi improbabili:

Doppler: protagonista, norvegese, padre di Gregus e anima persa
Gregus: figlioletto di Doppler, età imprecisata, simpatia non pervenuta
Bongo: cucciolo di alce che Doppler si porta appresso tipo bassotto (ma poi cresce nel corso del libro)
Von Borring: anziano capo scout, appassionato di ornitologia e foulard di seta
Maj-Britt: arzilla 92enne svedese, fuma hashish e ascolta Bob Marley. Idolo indiscusso del libro. Prova provata: “Mi vesto sciatta e fuori moda come tutte le altre vecchiette della zona. Mi piace passare inosservata. Mi piace che credano di sapere chi sono. Mi dà libertà d’azione.”

Volvo è un romanzo leggero, godibilissimo e – per molti versi – surreale. Non avendo letto il prequel non posso comparare i due volumi, cosa che – contrariamente alla mia forma mentis logico-consequenziale – non mi dispiace affatto. Ovviamente questa reazione zen è arrivata dopo lunghissimi minuti di estrema disperazione in cui percorrevo casa, ad occhi bassi, ripetendo mestamente “come minchia ho fatto a pescare un sequel tra tutti i libri che c’erano?!”.

Pura curiosità statistica, null’altro.

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Loe manifesta la sua bravura donando alla storia un umorismo malinconico, trattando con estrema ironia e lieve cinismo tematiche futili così come momenti di inaspettato spessore. Si tratta di un autore che entra a gamba tesa nel romanzo, altro che deus ex machina, prende il lettore per le spalle e lo scuote ogni tre pagine; più e più volte si rivolge direttamente a chi legge attraverso digressioni, postille e commenti apparentemente superflui ma essenziali al contempo. Non vorrei scomodare D.F.Wallace, ma Loe ha sfoderato uno stile postmoderno che te dico fermate.

Vi siete mai persi nella vostra vita?

Intendo, avete mai perso voi stessi?

Loe riesce a descrivere il ritrovamento di sé come il traguardo di un percorso travagliato e imprevedibile, nemmeno troppo metaforicamente. Con disillusa perentorietà, ogni pagina ci ricorda quanto sia difficile cambiare davvero il corso degli eventi, nonostante l’estrema facilità di crearsi diversivi più o meno dilettevoli. Non c’è bisogno di smarrire la rotta e ritrovarsi in un bosco svedese come Andreas Doppler per capire che a volte è necessario semplicemente fermarsi, prendere una più o meno breve pausa da noi stessi, per dare il tempo al nostro io di risintonizzarsi con la nuova frequenza data dal contesto esterno.

Quanti di noi confondono una reale via di fuga con la necessità di un mero time-out? 

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Nella flebile ma tutto sommato onesta convinzione che questo libro non vi cambierà la vita, mentre renderà più serena la vostra esistenza per un paio di giorni, io (io che scrivo) vi consiglio di dargli una chance.

 

Titolo | Volvo
Autore | Erlend Loe
Editore | Iperborea
Anno | 2010
Pagine | 240

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