Rimbalzo, sono cavo, mi sento risuonare come una campana tibetana. Attratto verso l’alto, vedo tutto da sopra. Sudato e zuppo di fango, annuso tutto da sotto. Mille mila ragazzi intorno a me, tutti bambini come me, fuori di qui cercano di avere controllo sulle cose che fanno, pensano di essere indipendenti, si fanno delle opinioni, parlano parlano nella vita, troppo, qui dentro ci accorgiamo che non c’è niente, tutto scivola, siamo palle da bowling sul mondo, siamo pinguini senza ginocchia che non camminano ma fluttuano seguendo le curve lisce del ghiaccio. Come umani siamo tutti ballerini, non c’è nessun Ballerino,  tutti trascinati in un unico vortice verso l’alto. Chi tende continuamente “verso l’alto” deve aspettarsi prima o poi d’essere colto dalla vertigine. Che cos’è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura. (*) Quando senti bassi elettronici, ad alto volume, quando vedi le montagne ripide, vedi il fumo, la neve, quando mangi l’hamburger, quando sei fuori, la scossa dell’amore, quando bevi una Forst, la paura se ne va e allora rimane il desiderio, la vertigine, una forza di gravità impressionante che ti porta giù. Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso. (*) E’ l’ebbrezza di debolezza, oh yes, non siamo niente di niente, rotoliamo per terra, siamo polvere.

E siamo tutti i sogni del mondo.

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Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo…

Fernando Pessoa

 

 

(*) Milan Kundera

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