Ventimila leghe sotto i mari | Guardare nell’abisso con Jules Verne

Ventimila leghe sotto i mari | Guardare nell’abisso con Jules Verne

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O noi conosciamo tutte le specie di esseri che popolano il nostro pianeta, o non le conosciamo.

Nei Baci Perugina che vorrei non ci sono 86 calorie cadauno e soprattutto nei Baci Perugina che vorrei ci sono le citazioni di Friedrich Nietzsche.

In realtà è una richiesta meno disagiata di quello che possa sembrare perché la prima che mi viene in mente l’ho letta tra le citazioni iniziali di almeno una quindicina tra romanzi in formato tascabile e saggistica divulgativa – direi che almeno un paio di volte l’ho sentita pronunciare anche da qualcuno sulla tv generalista in prima serata quindi direi che piace abbastanza. D’accordo, non siamo ai livelli di popolarità di Fedez ma direi che anche Nice se la batte bene. Diciamo che non lo scarterei a priori tra i papabili per il prossimo San Valentino. La butto lì, c’è tutto il tempo per ragionarci sopra comodamente

Penso a questa, in particolare:

“Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te.”

Semplice, aumentiamo la quantità di fondente nei Baci e direi che è perfetta.

La prima volta che l’ho letta è stato in uno dei quindici tra romanzi e saggistica di cui sopra ma non mi ricordo che libro fosse perché il libro credo poi di non averlo letto. In quella frase c’era già tutto e per una persona patologicamente pigra trovare una frase del genere ancor prima della prima pagina è una di quelle fortune che proprio ti devi meritare.

Sono 9 parole che racchiudono tutta la letteratura che mi interessa: dal Dottor Jekyll che si guarda per la prima volta allo specchio tre secondi dopo aver bevuto la sua prima pozione, alla voce di IT che vibra fuori dal tombino e George non può proprio fare a meno di sentirla. Il livello di lettura che preferisco è sempre questo: vedere mostri dappertutto perché una nutrita comunità di mostri in realtà l’abbiamo dentro da qualche parte e ogni tanto decide che deve farsi sentire.

Tirare in ballo Nice è anche un buon modo per scusarmi del fatto che vorrei parlare di qualcosa di socialmente utile e consistente ma finisco quasi sempre per parlare di cose che – privandole un attimo di tutto il simbolismo biografico del caso – forse esistono anche ma che comunque io non ho mai visto, che hanno tanti denti, tanti tentacoli, che fanno tanto baccano, che sono esteticamente ingombranti, che hanno evidenti problemi di comunicazione con gli esseri umani e che, soprattutto, sono enormi.

Cos’era quel mondo soverchiante le misure abituali, potevo io definire tali mostri cui la roccia forniva quasi una seconda corazza? Mi era incomprensibile la realtà della loro esistenza vegetativa, e non sapevo da quanta profusione di secoli la Natura li tenesse in fondo all’oceano.

Jules Verne, che già ha dato il suo contributo alla conquista dello spazio, comincia a viaggiare sul suo yacht dall’America ai mari dell’Europa del Nord e immagina di conquistare le profondità degli abissi. Dei vastissimi scenari incontaminati Verne ne è da sempre ossessionato, dai vulcani dispersi nell’Atlantico ai ghiacciai del Polo Nord a isole misteriose non ben geolocalizzate ma, bene o male, con scenari al 50% paradisiaci e al 50% infernali.

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Mi perdonerà, Jules, se nel leggere Ventimila leghe sotto i mari sono senz’altro d’accordo con l’importanza delle futuristiche intuizioni macchinose ottocentesche create da quello che è forse il vero ideatore della fantascienza avventurosa – tra ingranaggi steampunk, piena fiducia nel progresso scientifico e la perenne voglia di continuare a esplorare e scavare in tutte e quattro le direzioni per vedere – ovunque – cosa c’è, ma io sono una persona dai gusti semplici e dallo stupore facile e la cosa che più mi piace della gita subacquea a bordo del Nautilus sono le bestie giganti. Quelle vere, e quelle immaginate. I mostri, anche in questo caso, non sono mai abbastanza: ci sono, e se per un attimo sono fuori dal nostro punto focale, bisogna inventarseli. Un horror vacui di chele, squame, tentacoli, tanti palombari e tanta acqua. Leggere del professor Pierre Aronnax che guarda fuori dal doblò del Nautilus e vede la vastità senza limite visibile a occhio umano delle acque dalle quali è circondato è una delle sensazioni più claustrofobiche che si possano provare. L’adrenalina ovviamente sale quando si comincia ad intravedere qualcosa di vivo e particolarmente ingombrante che in quelle profondità comincia a muoversi. Battersi è sempre rischioso considerando che qualsiasi cosa ci sia lì sotto, ti supera oltre che in dimensioni, anche con millenni di familiarità con il territorio.

Pochi personaggi fanno parte del suo romanzo e, soprattutto, a fare da eco alle loro visioni è il loro isolamento: l’eremitaggio che aguzza la vista e, in assenza di testimoni, assottiglia il confine tra realtà e suggestione. Vero protagonista è tutto ciò che, nel più profondo riparo, non è stato assottigliato dal tempo, mantenendo le sue titaniche dimensioni originarie rimanendo nascosto per milioni di anni al riparo dallo smussamento, nelle profondità più recondite e buie degli abissi.

Ora, secondo me e a base a tutte le ragioni dedotte in precedenza, l’animale apparteneva alla specie dei vertebrati, alla classe dei mammiferi, al gruppo dei pisciformi, e infine all’ordine dei cetacei. Quanto alla famiglia di cui faceva parte, balene, capodogli o delfini, e quanto alla specie nella quale occorresse caralogarlo, la questione era da mettere in chiaro ulteriormente. Per risolverla bisognava disseccare quell’ignoto mostro, per disseccarlo prenderlo, per prenderlo arpionarlo, per arpionarlo vederlo e per vederlo incontrarlo: ciò dipendeva dal caso.

Enormi perle, squali, capodogli, alghe, delfini, balene, foche, coralli, calamari e polipi giganti: Ventimila leghe sotto i mari è il libro ideale per chi è stato un bambino appassionato di storia naturale e zoologia marina e/o è stato qualche volta di troppo all’acquario di Genova ma, crescendo, ha preferito arricchire l’ambientazione con divagazioni soprannaturali. Un minuzioso e dettagliato corso di fauna marina, particolarmente avventuroso e utile per percorrere secoli di natura millenaria restando comodamente in poltrona.

Quando poi rifletto sul fatto che l’unica creatura che all’interno del romanzo venga considerata un reale e distruttore mostro marino al quale dare continuamente la caccia sia stata effettivamente creata da un uomo, lo prendo sempre come un grande complimento, a nome di tutta la specie.

Da quel giorno, i sinistri marittimi cui non si poteva attribuire una causa determinata furono messi in conto del mostro. A quel fantastico animale, fu imputata la responsabilità di tutti i naufragi misteriosi il cui numero è purtroppo considerevole.

Titolo | Ventimila leghe sotto i mari

Autore | Jules Verne

Editore | Mondadori

Anno | 2008 (1869)

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