illustr. Irene Rinaldi

Mia cara, bellissima terra. Mia fedelissima amica, femmina incantatrice e madre accogliente. Mia memoria, mio sangue, mio eterno ritorno.

«Gli schiavi di Puglia dicono qualcosa di più. Non parlano solo di sfruttamento lavorativo, ma di una degradazione dell’uomo, dei corpi e delle speranze

Uno dei ricordi familiari a cui sono più legata – capace di risvegliare in me il senso della lunga fatica unito a quello della buona cucina, il senso del gioco e quello dell’appartenenza – è legato alle estati in cui mia nonna, mia madre ed io, tre generazioni di donne pugliesi molto diverse eppure molto unite, preparavamo la provvista annuale della salsa di pomodoro (per noi e per tutto il parentado) rinchiuse per giorni in un piccolo garage fra bacinelle bombole a gas e tende altissime di pizzo bianco.

Se ripenso a quei giorni dolci e indaffarati, ai barattoli messi a “bollire”, alle bacinelle di pomodori appena lavati, ai vecchi coltelli dal manico bianco e rugoso, al profumo inebriante del basilico fresco, non riesco a credere al racconto di un’altra storia, che rispetto a questa correva e corre parallela, ininterrotta e sottostante.

«No, questo non è il Terzo Mondo in casa. Questa è la Puglia. La Puglia che non vuole cambiare, immutabile nei secoli.»

Leggendo e ascoltando le notizie sul caporalato in Puglia, mi sono spesso posta due domande: com’è possibile che tutto accada alla luce del sole e nessuno se ne accorga, e nessuno faccia nulla, al di là di solitari servizi di cronaca nera e di singole inchieste giudiziarie? Com’è possibile cioè che – nel XXI secolo e in uno dei paesi della bella, ricca e civile Europa occidentale – un intero sistema di sfruttamento e di schiavitù lavori e proliferi nel tempo e sul territorio senza soluzione di continuità davanti agli occhi di tutti? E perché, nel 2018 e in piena rivoluzione tecnologica, la raccolta dei pomodori sembra seguire ancora ritmi, mezzi e metodi del lavoro dei braccianti del primo Novecento?

A queste e molte altre domande dà risposta Alessandro Leogrande, con un reportage narrativo che ha come obiettivo l’ascolto, la documentazione, il racconto di quelle storie, molto spesso senza volto e senza nome, che abitano silenziose la nostra stessa terra e il nostro stesso tempo, che ci corrono accanto: che corrono parallele, ininterrotte e sotterranee alle nostre storie personali; ai ricordi di quando il citofono suonava “Corri, ‘a nonna, va’ ad aprire! È arrivato Peppino con le casse di pomodori!”; alle abitudini di tutti i pranzi da italiani a base di pasta al pomodoro, di ragù, di pizza, di pane e pomodoro, di pomodoro e mozzarella. Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è tra i primissimi produttori mondiali di pomodoro da industria, quello cioè che viene trasformato in passata o in pelati e finisce sulla tavola. Quello che oggi mangiamo tutti, raccolto nelle nostre terre ma quasi mai dalle nostre braccia.

“Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” è il racconto di giornate di lavoro di quindici ore, sotto il sole, a spezzarsi la schiena; della paga promessa (già di per sé misera) e mai arrivata; dei “patti di sangue” del passato e della violenza che sembra essere ancora l’unica legge in un presente che si racconta civile e moderno; dell’omertà di una nazione intera; di storie di schiavitù nel mondo del lavoro dell’era degli smartphone e della postmodernità.

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Con voce morbida e gentile, scrivendo con passione e abilità da narratore, Leogrande testimonia, si interroga e ricerca, ascolta: lui, a differenza mia, non si volta dall’altra parte. Mette a disposizione il suo lavoro e il suo racconto per tutti coloro che ad un certo punto decideranno di conoscere davvero il mondo in cui abitano, a cominciare da quello più vicino, amato e familiare.

«Non è la miseria, come in molti a questo punto sarebbero portati a pensare, il principale retaggio del passato. È la violenza, la disumanità delle relazioni, la bestialità della sopraffazione.»

Di una cosa sono sicura: tutto questo non durerà. Non so immaginare quante sparizioni, quante finte morti “naturali” o per “incidente”, quanta fatica e quanto sangue e quanto arricchimento criminale e quanta indifferenza ci vorranno ancora, ma tutto questo un giorno avrà certamente fine, perché se la Storia dell’uomo è una storia di violenza e sopraffazione, è sempre altrettanto una storia di ribellione.

E quando tutto questo avrà fine, i nostri figli ci chiederanno da che parte ci siamo schierati. E negli occhi degli uomini di quel futuro leggeremo cosa avrà davvero voluto dire essere, storicamente, italiani. 

Italiani, una parola dolcissima del cui succo ci riempiamo la bocca. Negli occhi degli uomini sfruttati in questo presente, si legge invece, scomparsa la fiducia in una terra straniera buona e moderna e benevola, solo lo sgomento dell’inferno.

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Titolo | Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud

Autore | Alessandro Leogrande

Casa editrice | Feltrinelli

Anno | 2016 (2008)

Pagine | 252

 

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